PONTIFICALE

PONTIFICALE. - È il libro liturgico che contiene la descrizione (rubriche) e le formole delle funzioni riservate normalmente al vescovo (pontifex-p.). Come libro a sé non appare prima del sec. VIII, né costante è il nome. Fu detto Ordinale o Ordinalis liber (dalle Ordinazioni, una delle funzioni principali descrittevi), Mitrale (Sicardo da Cremona, sec. XIII), Benedictionale, Pontificalis ordinis liber (Durando), Pontificalis liber (1485), Pontificale Romanum (1596). La sua storia è relativamente recente e, dopo gli studi di P. Batiffol, P. De Puniet, V. JALABERT, LOUIS, e l'edizione critica dei P. medievali di M. Andrieu, se ne possono seguire con sicurezza le tappe.

I. PRIMI ELEMENTI (secc. I-IV). - Appartengono alla preliturgia del p. e sono costituiti dalle formole benedizionali sparse frammentariamente nei primi scrittori cristiani. Per più secoli, all'inizio, il culto fece pernio su un unico rito, la celebrazione eucaristica. Attorno ad essa e ad essa connesse si svolgevano, in forma lineare, le diverse consacrazioni e benedizioni, anche le più solenni riservate al pontifex, rivestito della pienezza sacerdotale, cioè l'episcopus, capo della comunità cristiana. Così la Confermazione, l'Ordinazione, la consacrazione episcopale, le solenni benedizioni di persone e cose. Tracce di tali riti si trovano negli scritti neotestamentari o appena posteriori, come quelli di Tertulliano, Giustino, Cipriano, Ippolito, Cirillo di Gerusalemme, nel I. VIII delle Costituzioni Apostoliche, nell'Eucologio di Serapione, nel Testamentum Domini. Eusebio parla della dedicazione delle chiese. Alla stessa epoca risale la benedizione degli Olii santi. Nel 450 Marciano è incoronato imperatore dal Patriarca di Costantinopoli. La benedizione degli abati e abbadesse invece è posteriore (sec. VI).

II. FONTI (secc. V-VIII). - Una vera tradizione scritta, per le formole anzitutto, incomincia nel sec. V-VI con le prime raccolte eucologiche occidentali. Naturalmente si fissano nel codex o sul rotulus le formole usate più comunemente. Per la liturgia latina i primi documenti di rilievo sono rappresentati dai Sacramentari, nei quali sono riunite le formole riservate al celebrante. Il cosiddetto Sacramentario leoniano, il tipo più antico, contiene il formulario della Messa per la dedicazione, la consacrazione dei vescovi, l'ordinazione dei diaconi e dei presbiteri, la consacrazione delle vergini (ad virgines sacras) e la benedizione solenne degli sposi (velatio nuptialis). Questa lista si allunga ancora più nel Sacramentario gelasiano, il liber Missae ufficiale della Chiesa romana. Gregorio Magno (m. nel 604) riformò questo Sacramentario multa subrohens, pauca convertens, nonnulla superadiciens (Vita Gregorii, II, 17: PL 75, 94). Il Sacramentario gre-

Article illustration
PONTIFICALE - P. romano del sec. XIV - Boulogne sur Mer, Bibl. mun., ms. 86, f. 2.
(da V. JALABERT, LOUIS, Les Pontificaux mss. des Bibl. publ. de France, Parigi 1927, lav. 59)
goriano mandato, tra il 784 e il 791, da Adriano I a Carlomagno aveva ereditato dal Gelasiano anche i formulari per le funzioni episcopali, che in terra franca trovarono poi uno sviluppo eccezionale. La stessa aggiunta che Alcuino fece all'esemplare adriano per adattarlo alle chiese d'oltralpe, comprendeva già un certo numero di formole relative alla consacrazione delle vergini, alla dedicazione delle chiese, alla consacrazione dei re, agli esorcismi. Ma i sacramentari contenevano solo le formole. Mancavano le norme direttive (rubriche e cerimonie). A questo provvidero abbondantemente quella serie di libelli d'origine romana, ma fioriti rigogliosamente dal sec. VIII al XIV in Gallia, detti Ordines Romani (v.), che contengono la descrizione minuta delle cerimonie, talora anche i testi delle solenni funzioni pontificali. Progressivamente - nel sec. VIII sotto la spinta di fattori esterni - la Chiesa organizza la sua liturgia. Si nota la tendenza a separare i riti riservati al pontefice e ai vescovi, riunendoli in speciali raccolte. Il Liber sacramentorum diventa più propriamente il Liber missalis, mentre per i riti sacramentali e le benedizioni si conia un nuovo libro, più pratico e maneggevole, il p. Questo processo di disintegrazione e la conseguente sistemazione ha inizio in Gallia nel sec. IX.
III. ORIGINI DEL P. (secc. IX-XVI). - I primi tentativi mancano di una fisionomia propria. I libri liturgici portati da Roma in Gallia dovettero anzitutto adattarsi al nuovo ambiente, talora fondendosi con libri preesistenti, soprattutto con vecchio Sacramentario gelasiano, creando un sacramentario misto (Gelasiano del sec. VIII), oppure assimilando usi locali. Agli elementi strettamente liturgici s'aggiunsero un'infinità di altri documenti, dando origine a specie di manuali di scienza sacra, divenuti un secolo dopo compilazioni vaste e voluminose. Un tipo di questi p. arcaici, destinato ad avere una rara fortuna, fu compilato a Magonza, in Renania, nell'abbazia bene-

dettina di S. Albano, poco dopo il 950. L'originale è andato perduto, ma restano copie in Germania, Italia e Francia. Gli elementi che lo compongono sono quanto mai eterogenei. Talvolta le due fonti si fondono e le rubiche romane si trovano inserite e mescolate in un ampolloso cerimoniale, dove si sfoggia il simbolismo tanto caro ai liturgisti medievali gallicani. Il monaco compilatore l'ha lasciato senza titolo. M. Andrieu ha proposto di chiamarlo P. romano germanico del sec. X, nome che ne indica bene la natura composta, il paese d'origine e la data. Lo stesso studioso ne sta ora preparando l'edizione critica. Il P. di Magonza ebbe una rapida diffusione, favorita dalle condizioni politiche del tempo. Dopo la restaurazione dell'Impero (962) molti prelati germanici, al seguito della corte imperiale o posti a capo di diocesi italiane e francesi, portarono con sé copia del P. Anche Roma lo accolse verso il 1000, sostituendolo ai propri libri liturgici e determinando così una frattura insanabile con la sua pura e veneranda tradizione. Per tutto il sec. XI l'influenza tedesca fu assai grande. I quattro papi germanici di quell'epoca usarono certo il P. di Magonza. Altre copie furono eseguite in Germania e a Roma. Il fondo restò comune, ma le particolarità variarono. Gli ecclesiastici romani, quindi, conobbero di questo libro molte edizioni diverse. Con Gregorio VII (1073-85) terminò il periodo nel quale Teutonicis concessum est regimen nostrae Ecclesiae (M. Andrieu, Les Ordines Romani, I, pp. 526-45). Cessò anche l'afflusso dei libri liturgici dal nord, ma quelli esistenti non furono banditi; furono solo adattati di più agli usi locali. Si ha così tutta una famiglia romana di P., nei quali resta a base il P. di Magonza, ma con tutta una gamma di particolarità, secondo il genio dei copisti e dei vescovi per i quali la copia venne eseguita. I criteri con cui tali particolarità furono introdotte, possono ridursi a due: a) desiderio di abbreviare e di inserire solo ciò che fosse utile (furono perciò eliminati gli antichi Ordines romani, la consacrazione di un re, le trattazioni didattiche, i rituali di scomunica, gli esorcismi e le Messe contro i demoniaci, le serie di Messe per i defunti, le lunghe serie di benedizioni, i rituali per le ordalie); b) gli Ordines conservati furono riprodotti non come erano stati redatti primitivamente, ma secondo gli alleggerimenti compiuti al loro entrare a Roma. Così per l'elezione e consacrazione episcopale, che a Roma aveva una sua fisionomia per la presenza del papa, e per le Ordinazioni, compiute dallo stesso pontefice. Quanto alle funzioni pontificali che si svolgevano nelle diverse solennità dell'anno i copisti romani tennero conto del colore locale (stazioni, basiliche, usi della corte papale). Di modo che nel sec. XII il P. di Roma era sostanzialmente un P. episcopale, ma con tali modifiche da dargli una spiccata fisionomia papale.

All'inizio del sec. XIII comparisce un altro P. il cui archetipo fu composto sotto il pontificato di Innocenzo III (1198-1216). L'Andrieu lo chiama a somiglianza del Messale della Curia, diffuso nello stesso periodo, P. secundum consuetudinem et usum romanae Curiae. Se ne conosce una triplice recensione: la prima (detta da Andrieu recensione α) è la recensione base; la seconda (recensione γ) compare a metà del sec. XIII ed è opera d'un liturgista romano che ha fatto notevoli aggiunte alla recensione α, sviluppando soprattutto la descrizione delle cerimonie papali; la terza (recensione β) è ancora la prima recensione, nella quale i copisti hanno inseriti gli opportuni aggiornamenti, prima in margine, come postille, poi, più sviluppati, nel testo. Le tre famiglie vissero simultaneamente nel corso del sec. XIII. Ma la recensione più lunga (γ) nel sec. XIV prevalse decisamente sulle altre due. Proprio allora un concorrente le sbarrava il passo: il P. domini Gulielmi Durandi. Guglielmo Durand, vescovo di Mende (m. 1296; v.), tra il 1293 e il 1295 aveva composto un P. per uso proprio, nel quale, però, è chiara la sua intenzione di esser utile anche alle altre chiese e a Roma stessa; vi aveva introdotto, infatti, riti e cerimonie proprie dei metropoliti e del Sommo Pontefice. Il Durand aveva pensato, dunque, ad un p. di uso universale.

Sostanzialmente il P. del Durand era il P. della

Curia (recensione lunga) al quale fu fatta una duplice operazione: furono tolti i riti che non potevano servire fuori di Roma e ne furono aggiunti altri che lo rendessero un comodo e completo direttorio per le funzioni episcopali. Rifatti alcuni capitoli, altri introdotti ex novo. La materia fu ripartita in tre libri (uso comune ai teologi e canonisti del sec. XIII) e raggruppata per ordine di idee: I. De personarum benedictionibus et consecratione; II. Consecrationes et benedictiones rerum; III. Quaedam ecclesiastica officia (cf. descrizione completa di queste parti in P. De Puniet [bibl.], I, pp. 52-54). Questa divisione e varie particolarità furono poi adottate successivamente nel P. e vi permangono tuttora. Il P. del Durand ebbe un grande successo. Era il Liber Pontificalis per eccellenza, ben presto ornato del titolo di autentico (= ufficiale). L'espressione Patrum Pontificale, che si legge nell'iscrizione funeraria del Durand, mostra quanto egli fosse rimasto fedele alla tradizione. Per questo la sua opera fu molto apprezzata anche a Roma, dove Clemente V (1305-14) lo citava come un'autorità. Innocenzo VIII (1484-92) lo volle estendere come libro ufficiale a tutta la Chiesa latina e incaricò il vescovo di Pienza, Agostino Patrizi Piccolomini (m. nel 1496), già cerimoniere di Paolo II, di rivederlo e prepararne un testo corretto per la stampa. La parte rubricale fu affidata al cerimoniere pontificio Giovanni Burckard (m. nel 1506) autore dell'Ordo servandus in celebratione Missiarum. Il P., così riveduto, uscì nel 1485, preceduto da una lettera del Patrizi ad Innocenzo VIII, nella quale sono esposte le ragioni e il metodo dell'edizione (testo in De Puniet, I, pp. 67-68; cf. anche pp. 56-58). Una seconda edizione migliorata vide la luce nel 1497 per cura di Giacomo de Lutis e del Burckard. Altre edizioni a Venezia e a Lione nel 1511, perpulchris characteribus diligentissime annotatum. È il cosiddetto P. di Giulio II. Il domenicano Alberto Castellani lo ripubblicò con ritocchi ed aggiunte nel 1520. Fu l'edizione più in voga nel sec. XVI. Più volte ristampata, fu presa per base del P. che con il titolo di Pontificale romanum fu ufficialmente esteso alla Chiesa universale nel 1596.

IV. IL «PONTIFICALE ROMANUM» (secc. XVI-XX). Fu promulgato con la cost. apost. Ex quo in Ecclesia Dei, del 10 febbr. 1596 da Clemente VIII, che abrogava, con ciò stesso, tutti gli altri P. in uso: «Motu proprio omnia et singula Pontificalia in hunc usque diem in quibuscumque terrarum orbis partibus impressa et approbata... per praesentes supprimimus et abolemus». Anche riti antichissimi, che conservarono particolarità proprie nella Messa e nell'Ufficio, accettarono il P. Così il rito ambrosiano (cf. G. Mercati, Antiche reliquie liturgiche ambrosione e romane [Studi e testi, 7, Roma 1902, p. 7]), il rito bracarense, che aveva il P. cosiddetto di s. Coraldo (cf. A. de Vasconcelos, Notas liturgico-bracarenses, in Opus Dei, 5 [1930-31], pp. 21-28, 46-54; cf. anche Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, 10 [1930], p. 237). I cristiani di rito siro-malabarico usano il p. tradotto in lingua siriana (J. Vosté, Projet d'édition du Pontifical des Syriens Orientaux, in Ephemerides liturgicae, analecta, 53 [1939], p. 3). Il P. venne ripubblicato da Urbano VIII il 17 giugno 1644, con la cost. Quamvis alias. Furono, naturalmente, eliminati i refusi tipografici, ma il testo restò intatto e da allora tale è rimasto fino ad oggi. Benedetto XIII, per facilitare l'esecuzione delle cerimonie più difficili del P., ne curò una nuova edizione, aggiungendovi varie illustrazioni ma lasciando immutato il testo al punto che, volendo mettere nel rito della Confermazione l'imposizione delle mani, aggiunse in appendice una rubrica speciale. Benedetto XIV con la lettera apostolica Quam ardenti studio del 25 marzo 1752 promulgò la nuova edizione del P., del Rituale e del Cerimoniale dei vescovi. L'ultima edizione tipica, fatta nel 1888, per ordine di Leone XIII a Ratisbona, mutò il canto, corresse l'ortografia e aggiunse gli accenti. Pio XI nel 1931 ebbe intenzione di riformare il P. A tale scopo nominò una commissione presieduta dall'abate benedettino H. Quentin, ma difficoltà di vario genere, soprattutto la mancanza di edizioni critiche dei primi P., che l'Andrieu andava allora preparando, fecero arenare l'impresa; sicché necessitando

Article illustration
(Int. Exc. Catt.)
PONTIFICALE - Lettera prefazione di Agostino Patri's Piccolomini alla cf. princeps del Pontificis Liber - Roma, Stefano Pianck, 20 dic. 1485 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
aver copie del P. si preferi riproduire fotograficamente l'edizione in folio della Camera Apostolica del 1848.
Il P. si divide in tre libri. Nel I si trova tutto quel che riguarda l'Ordinazione, consacrazione, benedizione delle persone (De personis); il II contiene le benedizioni e consacrazioni delle chiese e degli altari, e quanto spetta alla celebrazione dell'Eucaristica (De rebus); nel III sono i cerimoniali dei ricevimenti, sinodi, visite e le varie funzioni pontificali dell'anno. Clemente VIII approva solo queste tre parti. Ma poichè il P. da i riti in singolare o in plurale e spesso l'ordine numerico si cambia, fu necessario introdurre vari riti con mutazione numerica; confermazione e ordinazioni in singolare; consacrazione dei vescovi e degli altari in plurale. Inoltre talune funzioni del Rituale alle volte si fanno in forma solenne e quindi parve opportuno prepararne la descrizione per quando sono compiute da un vescovo. Tutti questi riti furono accolti in un volume a parte che porta il titolo di Appendix e Supplementum ad appendicem. Nei riti della Confermazione, ordinazione e consacrazione dei vescovi furono mutate o fatto ex novo anche alcune rubriche. Le diverse parti dell'appendice non hanno diversa origine. La parte che riguarda la Confermazione e l'Ordinazione di un solo ordinando o la consacrazione di più vescovi apparve per primo nell'edizione di Benedetto XIII. Il rito del Battesimo degli adulti fu preso dall'Ordo urvondus in Ecclesia Beneventana (Cesena 1683) edito dal card. Orsini (poi Benedetto XIII). Altri riti entrarono nell'appendice nelle edizioni della Camera Apostolica del 1848 e del 1855 e poche altre nell'edizione di Ratisbona del 1888, nella quale fu introdotto anche il supplemento all'appendice. Sebbene il P. non sia un libro storico, tuttavia conserva ancora riti non più in uso e cioè: nella 2ª parte: il rito della professione monastica, perché anticamente non di rado venivano eletti abati chierici non professi, che perché dovevano far la professione religiosa prima di ricevere la benedizione abbaziale (A. Paladini, De ritu professionis

religiosae in P., in Ephemerides liturgicae, 49 [1935], pp. 385-89); benedizione di un abate auctoritate Ordinarii, coronazione di un re e di una regina, benedizione di un soldato. Nella 2ª parte: la solenne benedizione dei reliquari, la benedizione e imposizione della croce (per i Crociati di Terra Santa) e delle armi. Nella 3ª parte restano come ricordo storico: l'Ordo della espulsione e riconciliazione dei penitenti, la sospensione e degradazione di un ordinato, l'Ordo di scomunica e assoluzione, l'Ordo per la riconciliazione di un apostata scismatico o eretico, l'Ordo dello scrutinio serotino (prima della consacrazione di un vescovo suffraganeo da parte del metropolita) e, infine, De barba tondenda (l'iniziazione di un clericus) e De officio psalmistatus. A parte questi riti ormai vieti, il P., come tutti gli altri libri liturgici, ha bisogno di una generale revisione. Alcuni riti vanno corretti e conformati nel testo secondo le recenti edizioni critiche, altri devono essere uniformati a riti simili che si trovano nel Rituale; altri ancora vanno semplificati e abbreviati. E poi necessaria un'accurata revisione delle rubriche del P., e infine bisogna tener conto dei problemi, non lievi né pochi, sollevati dalla liturgia pastorale, perché anche i riti pontificali, tra i più suggestivi e importanti del culto cristiano, rientrano a far parte della liturgia viva della Chiesa. - Vedi tav. CXVII.

BIBL.: ed. critiche: M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen âge, I, Les manuscrits, Lovanio 1931 (pp. XI-XX bibliogr. sulla materia dei voll. I-II; pp. 3-19: Les origines du P. romain); II, Les textes (Ordines I-XIII), ivi 1950; III, Les textes (Ordines XIV-XXXIV), ivi 1951; id., Le Pontifical romain au moyen âge, I, Le Pontifical romain du XIIe siècle, Città del Vaticano 1938; II, Le Pontifical de la Curie romaine au XIIIe siècle, ivi 1940; III, Le Pontifical de Guillaume Durand, ivi 1940 (pp. XVII-XX bibliogr. sull'argomento; pp. 3-22: Guillaume Durand et son P.); IV, Tables alphabétiques, ivi 1941 (Studi e testi, 86-88, 99). Studi: J. Baudot, Le P., Parigi 1910; P. Batifol, Introduction au P. romain, in Etud. de liturgie, ivi 1919; P. de Puniet, Le P. romain, I e II, ivi 1930; V. JALABERT, LOUIS, Les Pontificaux manuscrits des biblioth. publiques de France, 3 voll. e un album di tavv., ivi 1937; H. Leclercq, s. V. in DACL, XIV, coll. 1428-1445; M. Righetti, Man. di stor. liturg., I, 2ª ed., Milano 1950, pp. 283-86. Prassi: I. Catalani, Comment. in Pont. rom., 3 voll., Roma 1655; J. Nabuco, Pontif. roman expositio juridico-pratica, 3 voll., Petropoli (Brasile) 1945. Annibale Bugnini
Cite this article

“PONTIFICALE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 1047. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pontificale.