RAZZE UMANE

RAZZE UMANE. -

I. DEFINIZIONE

Si chiama
r. u. quell'insieme di uomini che, avendo in comune
un particolare patrimonio ereditario, presentano tra
loro, con differenze individuali, la maggiore omoge-
neità di caratteri biologici trasmissibili ai discendenti.

II. CONSIDERAZIONI GENERALI

L'estrema com- plessità dell'argomento, assai dibattuto, esige un chia-

Article illustration
(per cortesia dei p. Reg. S.J.) RAZÓN Y FE - Frontespizio del primo fascicolo (1ª sett. 1901). Madrid.
rimento sui vari punti di vista dai quali può essere
esaminata l'espressione « r. u. » che dai vari autori
è intesa con diverso significato.

a) Dal punto di vista terminologico qualificativo le
r. u. rappresentano entità biologiche in quanto sono rag-
gruppamenti individuali costituiti e distinti secondo cri-
teri biologici, cioè in base alla somiglianza o alla diffe-
renza degli attributi osservabili nell'organismo umano,
trasmissibili ereditariamente con meccanismo naturale e
che rappresentano altrettanti caratteri biologici umani.
Tali caratteri si distinguono in: caratteri morfologici, che
si riferiscono alla forma ed alla struttura del corpo e delle
sue parti e che possono essere: esterni, se hanno sede
sulla superficie esterna del corpo (ad es., forma dei ca-
pelli, pieghe palpebrali, ecc.), oppure interni, se riguar-
dano lo scheletro od organi interni del corpo (ad es.,
angolo di torsione del femore, peso delle ghiandole en-
docrine ecc.), oppure somatoscopici o descrittivi o qua-
litativi, se sono esprimibili per mezzo di descrizione (ad
es., colore della pelle, grado di pelosità ecc.), oppure so-
matometrici o quantitativi, se sono esprimibili per mezzo
di misure (ad es., statura, diametri del bacino, ecc.); ca-
ratteri fisiologici, quelli che si riferiscono alle attività fun-
zionali dei vari organi e tessuti e del complessivo orga-
nismo e che possono riguardare, ad es., la termoregola-
zione, il metabolismo basale, le proprietà gruppo speci-
fiche del sangue, i processi dell'accrescimento ecc.; ca-
ratteri psicologici, quelli che si riferiscono alle attività psi-
chiche dell'uomo, quali, ad es., l'intelligenza, il tono af-
fettivo, il comportamento ecc.; caratteri fisio-psico-pato-
logici, quelli che si riferiscono alle predisposizioni mor-
bose verso determinate malattie. Perciò l'esperazione « r.
u. », riferendosi propriamente ad entità biologiche, non
può essere correttamente usata per indicare altri aggrup-
pamenti umani costituiti in base a diversi criteri e di-

stinguibili, ad es., in famiglie linguistiche che rappresentano entità linguistiche, in popoli che rappresentano entità storico-culturali, in nazioni che rappresentano entità etnico-territoriali, in stati che rappresentano entità territoriali e politiche.

b) Dal punto di vista tassinomico o sistematico, cioè secondo la gerarchia delle categorie che, nelle classificazioni naturalistiche, si propongono di definire i gradi di affinità biologica dei vari organismi viventi vegetali ed animali, l'espressione « r. u. » (almeno per quanto concerne le r. viventi) suole essere riferita ad aggruppamenti di grado più ristretto di quello della specie.

Per quanto concerne l'uomo, al termine « r. » si attribuisce un significato diverso da quello con cui lo stesso termine è adoperato in zoologia, ove si usa, ora quale sinonimo di varietà per designare il risultato di determinati incroci artificialmente ottenuti, ora, invece, quale suddivisione della specie o della subspecie e distinto dal termine « varietà », che viene riservato solo a modificazioni non ereditarie ma condizionate dall'ambiente. Nella sistematica umana le r., secondo il Biasutti, non rappresentano la categoria immediatamente inferiore rispetto alla specie, ma questa viene suddivisa in rami o sezioni (secondo l'espressione del Cucinot); i rami si suddividono in gruppi di r. e questi in r., le quali a loro volta si suddividono in sottorazze o tipi regionali o locali costituiti dai singoli individui.

c) Dal punto di vista geografico l'espressione « r. u. » ha un significato spaziale corrispondente all'area geografica occupata da una data r. nel periodo di tempo che si vuol prendere in esame. Le reciproche interferenze tra i fattori geografici, consistenti nelle condizioni oro-idrografiche, climatiche ed alimentari caratteristiche dei vari territori, ed i fattori biologici, rappresentati dalle notevoli possibilità di adattamento, di mobilità e di interferendità presentate dall'uomo, hanno, sia pur lentamente, ma continuamente, modificato le singole situazioni biogeografiche le cui variazioni sogliono essere utilizzate quali elementi di orientamento per interpretazioni cronologiche. Così, ad es., le r. che oggi occupano territori poco accessibili (isole, alte montagne, ecc.) o con scarse possibilità di comunicazioni interne (foreste, deserti ecc.) oppure che occupano zone marginali o terminali (alcune fasce costiere dei continenti ecc.) come anche le r. disperse su una grande estensione territoriale o quelle progressivamente ristrettesi in spazi sempre più piccoli, vengono, entro certi limiti, considerate r. più antiche e meno vitali rispetto alle altre che si trovano in condizioni biogeografiche opposte (Biasutti). Ne consegue che non sempre una stessa r. ha occupato uno stesso territorio e viceversa che uno stesso territorio non è stato sempre occupato da una sola r. Per meglio definire, nei singoli casi, la corrispondenza tra sede geografica e condizioni biologiche, è stata proposta l'espressione « r. geografica » con la quale si indica — secondo il Rensch — « l'insieme degli individui morfologicamente simili e interfeccendi che occupano una determinata area ». Pertanto, quelle r. che hanno avuto una maggiore stabilità spaziale senza o con minori penetrazioni da parte di elementi eterogenei, hanno potuto conservare più puri nel tempo i loro caratteri biologici originari. Viceversa, dove, per effetto della contiguità e di invasioni attuate o subite, si sono verificati su larga scala incroci di r. diverse, si sono determinate modificazioni dei caratteri biologici originari nonché dei fenomeni linguistici e culturali, per cui le distribuzioni geografiche delle r., delle lingue e delle culture non risultano sovrapponibili.

d) Dal punto di vista cronologico all'espressione « r. u. » si suole attribuire il significato non di entità immutabili nel tempo, ma di stadi « di un processo in continuo divenire » (Dobzhanski). Secondo il Rondoni, « la r. non è qualcosa di statico, ma un processo che si svolge con il concentrarsi o diluirsi di alcuni geni (v. GENETICA) in parti diverse di una popolazione ». Sotto questo aspetto è anche da considerare, come scrive S. Sergi, che « il destino comune per il quale r. diverse vivono insieme nei più stretti rapporti, provoca continui incroci che danno luogo a tipi misti, nei quali non è facile, né sempre pos-

sibile, riconoscere i caratteri degli ascendenti. I prodotti degli incroci ci appaiono allora con aspetti nuovi che potrebbero essere considerati quali espressione di una nuova r. in formazione, aggruppamento umano per il quale è stato proposto il nome di « etnia », da con confondere con r. e che meglio si può identificare con popolo ». In base a tali concetti, sinonimi di « etnia » potrebbero essere considerati la « r. risultato » (Martial) e la « r. sintesi » (Pende). Ma oltre che da incroci tra r. diverse, l'origine di nuove r. può essere determinata da « mutazioni » (cioè da brusche variazioni di fattori ereditari [De Vries], che si presumono o insorte per condizioni intrinseche del patrimonio genetico, oppure provocate da cause esterne. Sia nel caso degli incroci, che in quello delle mutazioni, perché si formi una nuova r. i soggetti rispettivamente « ibridi » o « mutanti » devono riprodursi tra loro. Il punto di vista cronologico, considerato nella sua massima estensione, si identifica con la storia delle r. umane e si connette ad argomenti che investono problemi di più larga portata concernenti « quanto e come — per dirla con S. Sergi — i fattori tempo (geologico), spazio (geografico), ambiente (ecologico), meccanismo intrinseco (genetico), abbiano contribuito a determinare la pluralità e la discontinuità dei tipi morfologici umani ».

Su tali problemi basterà ricordare che le r. u. viventi non sono le sole forme umane apparse sulla terra perché sono state precedute da altre, ora estinte. Ciò risulta documentato dai resti scheletrici degli « Omnidi fossili » e dagli oggetti della loro attività, nei reperti di cui finora si dispone (v. GENERE UMANO, ETÀ DEL). Seguendo la nomenclatura proposta da S. Sergi, le forme umane comparse sulla terra, « e soltanto per quanto è permesso di rilevare dalle scoperte fino ad ora più sicuramente accertate », si possono morfologicamente e cronologicamente distinguere come segue: Protoantropi o primi uomini, vissuti al principio dell'epoca delle glaciazioni (« pleistocene ») poi scomparsi ed i cui resti sono stati trovati presso Pechino (Asia), presso Heidelberg (Europa) e presso il lago Njarasa (Africa Orientale); « essi scompaiono ad un certo momento e sono seguiti, in un tempo geologico più avanzato, da nuovi tipi umani, anche essi oggi estinti: i Paleantropi o uomini antichi, vissuti dal secondo all'ultimo periodo glaciale (pleistocene medio) e « che spaziano in tutto il vecchio mondo, Europa, Asia, Africa, mentre il resto della terra non risulta ancora abitato dall'uomo. Dopo i glaciali non s'incontrano più i Paleantropi; e tutti i continenti, compresi l'America e l'Australia, che prima non sembra siano occupati dall'uomo, risultano ora abitati e solo da Fanerantropi o uomini di forme attuali con le quali, senza dubbio, sono geneticamente legati i Fanerantropi fossili vissuti alla fine dell'epoca delle glaciazioni ». « La straordinaria e generale polimorfa dei Fanerantropi appare così in tutta la sua estensione al chiudersi del Pleistocene, già con le differenze etniche in più linee, corrispondenti alle speciali divisioni razziali dell'epoca attuale. Le cosiddette r. u. attuali sono fino da allora in evoluzione ».

Si può sinteticamente ritenere che le r. u. sono entità biologiche, rappresentanti suddivisioni della specie, spazialmente riferite alle aree geografiche occupate e cronologicamente in continuo divenire.

III. I CARATTERI RAZZIALI

Per distinguere i diversi tipi etnici (r.) è necessario stabilire i caratteri detti comunemente razziali, che sono rappresentati da attributi ereditari rilevati con opportuni metodi tecnici. In passato molte classificazioni razziali venivano basate sui cosiddetti « caratteri chiave » — cioè sui caratteri considerati più distintivi e più tradizionalmente adoperati (quali, ad es., il colore della pelle, la forma dei capelli, l'indice nasale ecc.) — i quali non sempre, come modernamente si è visto, offrono garanzia di affinità genetica. Inoltre, uno stesso carattere può risultare discriminativo in certi casi e di scarsa importanza in altri e può essere stato adoperato ora per distinguere i gruppi maggiori, ora per differenziare le loro suddivisioni.

Ecco un elenco dei caratteri più usati: 1) caratteri morfologici: esterni somatoscopici: colore della pelle, forma e colore dei capelli, colore delle iridi, forma del-

l'apertura palpebrale, grado di pelosità, forma della testa, della faccia (secondo il contorno e i profili verticali e orizzontali) del naso, delle labbra, dei padiglioni auricolari, dei genitali, dei seni femminili; steatopigia (caratteristico accumulo di adipo nelle regioni glutee dei boscimani ed ottentotti ecc.); esterni somatometrici: dimensioni del corpo e dei suoi segmenti, dalle quali vengono calcolati gli indici secondo rapporti centesimali (ad es., indice scelico = altezza busto × 100: statura) ecc.; interni: dello scheletro: morfologici e metrici; delle parti molli: morfologici e metrici dei muscoli, del cervello, delle ghiandole endocrine, ecc. 2) Caratteri fisiologici: termoregolazione, metabolismo basale, metabolismi speciali, proprietà gruppo specifiche del sangue, processi dell'accrescimento, ecc. A proposito delle proprietà gruppo specifiche del sangue, relative cioè ai gruppi sanguigni (di cui ormai, oltre al sistema dei quattro gruppi classici, si conosce anche il sistema M, N, P ed il sistema Rh e suoi sottogruppi, per tacere di altri meno diffusamente studiati) è da ricordare che esse sono servite di base ad alcuni autori per distinguere alcune cosiddette « r. sierologiche » costituite secondo determinate percentuali di distribuzione delle dette proprietà gruppo-specifiche. Esse rappresentano un moderno, interessante campo di indagini per gli studi razziali dei quali recentemente si sono occupati lo Steffan, l'Ottemberg, il Boyd, il Lundmann, il Genna, ecc. 3) Caratteri psicologici: anche essi sono stati presi in considerazione per la distinzione dei gruppi umani. Ma per la difficoltà di raccogliere dati psicologici numerosi ed obbiettivi, l'uso di tali caratteri è stato piuttosto raro, quando non è stato fatto a sproposito. 4) Caratteri fisio-psico-patologici: particolari disposizioni o resistenze verso determinate malattie sono state ritenute da alcuni autori caratteristiche razziali. Ma una netta distinzione tra fattori genetici e fattori geografici è raramente raggiungibile. Per questo, pur ammettendo in via teorica la possibilità che esistano immunità o forme morbose legate alla r. (come, ad es., l'anemia drepanocitica dei Negri), in pratica conviene mantenere al riguardo le più ampie riserve.

IV. LE CLASSIFICAZIONI DELLE R. U. - Le numerose classificazioni delle r. u. sogliono essere riunite in gruppi a seconda dei caratteri distintivi che sono stati adoperati e dei criteri che sono stati seguiti. Così, ad es., sono chiamate morfologiche quelle classificazioni basate prevalentemente sui caratteri morfologici; genealogiche o filetiche, quelle basate sulla interpretazione dei gradi di parentela o di affinità e della discendenza delle varie razze; gerarchiche, quelle basate sull'interpretazione del grado di evoluzione desunto dalla vitalità razziale (incremento demografico, morbilità, estensione territoriale, condizioni geografiche dello spazio abitato, ecc.); geografiche, quelle basate prevalentemente sulla distribuzione geografica e sull'interpretazione delle varie situazioni biogeografiche.

La distinzione delle singole classificazioni in gruppi non può essere osservata in senso assoluto, perché una stessa classificazione può essere allo stesso tempo morfologica e geografica, morfologica e filetica, ecc.; le varie classificazioni comprendono un diverso numero di r. (e relative sottorazze) ed alcune anche un diverso numero di specie e perfino di generi; un certo accordo si può ritenere che, in parte, esista per gli aggruppamenti maggiori, mentre per i gruppi inferiori le discussioni sono tuttora aperte, per cui alcune r. si fanno appartenere ora ad un gruppo, ora ad altro. Pertanto, quali che siano i criteri seguiti, essi sono stati sempre informati ad ipotesi interpretative le quali, insieme con la difficoltà e l'incertezza di separare entro schemi rigidi l'enorme polimorfismo dell'uomo, rendono le varie classificazioni più o meno convenzionali e destinate ad essere modificate da ulteriori conoscenze. Nell'impossibilità di prendere in esame le varie classificazioni proposte, si ricordano sommariamente, fra le più recenti, quelle che hanno avuto maggiore diffusione. Già gli antichi distinguevano i vari tipi umani come si riscontra, ad es., nelle pitture egiziane, nella Bibbia, in Eredoto, in Ippocrate; ma le classificazioni in senso moderno si fanno cominciare con quella di C. Linneo (1735) che distingueva le varietà di Homo sapiens su spunti non

solo morfologici, ma anche psicologici ed etnologici: a) Americanus (rossiccio; collerico; ad incesso eretto; capelli neri, diritti, grossi; narici ampie; faccia lentigginosa; mento quasi imberbe; tenace, contento, libero; si dipinge con linee laberintiche rosse; governato dalla consuetudine); b) Europaeus (bianco, sanguigno, muscoloso; capelli biondeggianti, lunghi; occhi ceruti; agile, arguto, ingegnoso; si copre di abiti attillati; governato da leggi); c) Asiaticus (giallastro, melanconico, rigido; capelli nereggianti; occhi oscuri; severo, lussuoso, avaro; si copre con abiti sciolti, governato dalle opinioni); d) Afer (nero, flemmatico, rilasciato; capelli nerissimi, crespi; pelle liscia come la seta; naso simo; labbra tumide; le donne hanno il grembiule del pudore con mammelle lattanti allungate; astuto, pigro, indolente; si unge di grasso; governato dall'arbitrio).

Giovanni Federico Blumenbach (1765), in base ai caratteri morfologici (scheletico) e delle parti molli della testa, distinse 5 varietà: 1) caucasica; 2) mongolica; 3) etiopica; 4) americana; 5) malese. Per l'indicazione delle aree spaziali delle singole varietà, la classificazione del Blumenbach, che è morfologica, viene erroneamente considerata geografica. Tra le classificazioni morfologiche, intese estensivamente nel significato di somatiche, possono essere comprese quelle cosiddette « cromatiche » perché basate esclusivamente o prevalentemente sul colore della pelle. Alcune di esse sono state anche chiamate « tripartite » perché distinguono l'umanità in tre gruppi principali: Bianchi, Negri, Gialli (Cuvier, 1815-17), chiamati successivamente Caucasoidi, Negroidi, e Mongoloidi e più tardi ancora Leucodermi, Melanodermi e Nantodermi (Stratz, 1922). Tra le classificazioni morfologiche moderne sono da ricordare quella di Deniker (1900) che, in base alla morfologia e colore dei capelli (comprendendo anche altri caratteri per le suddivisioni), distingue 6 gruppi razziali, e quella dell'Haddon (1909) che può essere considerata anche tripartita perché distingue tre grandi gruppi umani: i Lissotrichi (con capelli lisci), i Cimotrichi (con capelli ondulati) e gli Ulotrichi (con capelli crespi). Al gruppo delle classificazioni morfologiche potrebbero ancora essere ascritte quelle basate contemporaneamente sul criterio antropologico e linguistico e che il Biasutti chiama « artificiali ». Di esse possono essere esempi quelle dello Huley (1879), del Mueller (1879), dell'Haeckel (1900) ecc.

Tra le classificazioni genealogiche o filetiche (che tengono anche conto dei caratteri somatici) si ricordano quelle di Giuseppe Sergi (1911) che ammise 5 generi, due fossili e tre viventi, applicando per la prima volta all'uomo una terminologia latina secondo le regole della nomenclatura zoologica; del Gregory (1924), del Montandon (1928) che, applicando all'uomo l'ologenesi del Rosa, distingue 5 grandi r. originatesi successivamente da un tronco comune che si è andato dividendo progressivamente in due rami, dei quali l'uno è destinato ad estinguersi e l'altro ad evolversi. Una variazione della dicotomia ologenetica è stata applicata dal Frassetto (1948) alla classificazione delle r. u. fossili. Il Weinert (1939) ammette tre linee evolutive: una nera, sulla quale si disporrebbero i Negroidi, una bianca centrale, alla cui base sarebbero gli Australiani ed all'apice gli Europei, una gialla sulla quale si troverebbero i Mongoloidi; le tre linee si staccherebbero dallo stesso tronco dal quale originano le linee delle scimmie antropomorfe. Una classificazione filetica molto recente che fa riferimento alle cognizioni di genetica è quella del Fischer (1936), secondo cui da un unico tronco originario sarebbero per « mutazione » derivati quattro rami principali, e precisamente quelli dei Negridi, Australidi, Europidi, Mongolidi. Nell'ambito di ciascuno di questi grandi rami, ulteriori mutazioni, comparse simultaneamente in più rami, avrebbero dato luogo alle suddivisioni razziali. Così, p. es., il carattere « capello crespo », originario dei Negridi, può riscontrarsi anche in qualche r. degli Australidi perché vi è comparso in seguito a mutazione. Commenta in proposito S. Sergi che « le mutazioni prospettate dall'autore sono semplici supposizioni che hanno peraltro avuto un grande potere suggestivo ».

Delle cosiddette classificazioni gerarchiche (che sono in parte anche genealogiche) la più antica è quella del Fritsch (1881) che distinge le r. u. nelle tre seguenti categorie: le r. protomorfe o « primitive » (più antiche) che numericamente, geograficamente e vitalmente si trovano in condizioni di svantaggio; le r. arcinorfe o « dominatrici » (più recenti) derivanti dalle prime e presentanti, rispetto a queste, condizioni di vantaggio; le r. metamorfe o « derivate » dagli incroci tra le arcinorfe o tra queste e le primitive. Analoga, ma più complessa di quella del Fritsch, è la classificazione dello Stratz (1904), alla quale segue quella di E. von Eickstedt (1934) che si ritiene di riportare essendo tra le più recenti. L'autore distingue tre branche principali: europiforme (leucodermi), negriforme (melanodermi) e mongoliforme (xantodermi) che a loro volta si suddividono come segue:

BrancheEuropiformeNegriformeMongoliforme
Gruppi razziali principaliEuropidiNegridiMongolidi
R. secondariePolinesidiMelanesidiIndianidi
R. particolariVeddidiPigmidiEschimidi
Forme intermedieAinuidiAustralidiKhoisanidi

Delle classificazioni morfologico-geografiche un esempio può essere rappresentato da quella del Vallois (1948) che, invece di considerare i continenti propriamente detti, prende in esame le seguenti 6 grandi regioni che chiama « aree antropologiche », ciascuna delle quali presenta una composizione razziale particolare: Europa e bacino del Mediterraneo; Africa sudsahariana; India; Asia transhimalaiana; Mondo Oceanico; America.

Una classificazione genealogico-geografica è quella del Biasutti (1941) la quale viene riportata per esteso:

1. Ciclo delle forme primarie equatoriali

a) Ramo degli Australiodi: gruppo delle r. austro-oceaniche: Paleo-australidi (r.: Australide e Tasmanide); gruppo delle r. papua-melanesiane: Papua-melanesidi (r.: Melaneside e Papuaside); gruppo delle r. austro-asiatiche: Veddo-Malidi (r.: Veddide, Malide e Senoide); b) ramo dei Negroidi: gruppo austro-africano: Steatopigidi (r.: Steatopigide); gruppo delle r. pigmee: Pigmidi (r.: Bambutide, Andamanide, Semangide e Aetide); gruppo delle r. negre africane: Negridi (r.: Sudanide, Nilotide, Congolide e Cafride). 2. Ciclo delle forme primarie boreali: c) ramo dei Mongoloidi: gruppo delle r. mongoloidi paleomorfe: Tremongolidi (r.: Siberide e Tibetide); gruppo delle r. mongoloidi neomorfe: Mongolidi; sottogruppo neoartico (r.: Eschimide); sottogruppo asiatico (r.: Tungide, Sinide e Sudmongolide); d) ramo degli Europoidi: gruppo delle r. europoidi paleomorfe: Pre-europidi (r.: Ainuide, Uralide e Lappide); gruppo delle r. europoidi neomorfe: Europidi; sottogruppo europeo (r.: Nordide, Mediterraneanide, Adriatide, Baltide e Alpide); sottogruppo afro-asiatico (r.: Berberide, Orientalide, Armenide, Assiride, Turanide e Indide). 3. Ciclo delle r. derivate sub-equatoriali: forme africane (r.: Etiopide, Saharide e Malgasside); forme sud-asiatiche (r.: Indo-melanide e Indoneside). 4. Ciclo delle r. derivate del Pacifico e dell'America: forme del Pacifico (r.: Polineside); forme dell'America; forme con accentuazione del componente mongoloide (r.: Fuegide, Pampide, Amazzonide, Istmide, Planide e Columbide); forme con accentuazione del componente europoide (r.: Lagide, Andide, Sonoride e Appalacide). - Vedi tavv. XXVIII-XXIX.

BIBL.: F. J. Blumenbach, De generis humani varietate nativa, Gottings 1775; G. Cuvier, Le règne animal distribué d'après son organisation pour servir de base à l'hist. naturelle des animaux et d'introd. à l'anatomie comparée, Parigi 1815-17; C. Pickering, The Races of Man and their geograph. distribution, in U. S. Exploring Expedition under C. Wilkes, IX, Filadelfia 1848; G. Fritsch, Geogr. und Anthropol. als Bundesmassen, in Verh. d. Gesellschaft f. Erdkunde, Berlino 1881; A. De Quatrefages, Hist. génér. des races humaines, Parigi 1889; F. Ratzel, Le r. u., trad. it., Torino 1891-96; J. Deniker, Les races et les peuples de la terre, Parigi 1900 (2e ed. 1926); H. C. Stratz, Naturgesch. des Menschen,

Stoccarda 1904; G. Sergi, L'uomo secondo le origini, l'antichità, le variaz. e la distribuz. geografica. Sistema naturale di classificazione, Torino 1911; R. Biasutti, Studi sulla distribuz. dei caratteri e dei tipi antropolog., in Mem. geograf. di G. Dainelli, n. 12, Firenze 1912; id., R. e popoli della terra, 3 voll., Torino 1941; V. Giuffrida Ruggeri, L'uomo attuale, Roma 1913; W. K. Gregory, Evolution of the human Race, in Am. Museum Journal, 1917; D. Rosa, Ologenesi. Nuova teoria dell'evoluz. e della distribuz. geograf. dei viventi, Firenze 1918; P. Ottenberg, A classification of human races based on geographic distribution of the blood groups, in Journ. Am. Med. Ass., 1925; G. Taylor, Environment and Races, Londra 1927; G. Montandon, L'Ologenese humaine l'Ologenisme, Parigi 1928; E. Pittard, Les races et l'hist., ivi 1932; L. Cuenot, L'espèce, ivi 1936; E. Fischer, Die Erbanlagen der Rassen. In Baur-Fischer-Lenz: Menschl. Erhbher und Rassenhygiene, Monaco 1936; C. S. Coon, The Races of Europa, Nuova York 1939; H. Weinert, Die Rassen der Menschheit, Lipsia 1939; M. F. Carella, R. u. estinte e viventi, Firenze 1942; F. Frassetto, Di una nuova classificaz. delle r. u. fossili alla luce del Digenismo, Bologna 1948; G. Sera, Antropologia, in Enc. Ital., III, p. 580 seg.; S. Sergi, s. V. ibid., App., I, 1938-48, p. 209 seg.; id., Antropologia, in Enc. Medica, I, Firenze 1930, coll. 1513-18; id., Gli uomini nel pleistocene. Accad. naz. Lincei, Memorie, n. 16, 1950; W. C. Boyd, Genetica and the Races of Man, Boston 1950. Venerando Correnti

Cite this article

“RAZZE UMANE.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 350. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/razze-umane.