
Entrato già sacerdote nell'Ordine il 6 nov. 1873, insegnò storia prima nel Collegio della Visitazione a Monaco Princi-pato, poi all'Istituto sociale di Torino; nel periodo 1893-94 fu aggregato agli scrittori della Civiltà Cattolica; indi, tornato a Torino, attese all'insegnamento e alla pubblicazione delle sue opere, finché nel 1906 fu chiamato alla cattedra di storia ecclesiastica nella Università Gregoriana.
I numerosi lavori storici pubblicati vertono sopra la storia d'Italia e la storia della Chiesa; tra i primi sono da ricordare: Studi storici sul march. Guglielmo III di Monferrato ed i suoi figli (Torino 1865); I primi Conti di Savoia (ivi 1887); Le famiglie della Rovere e Tana, pa-renti di s. Luigi Gonzaga (Pisa 1890); I conti di Venti-miglia nei secc. XI, XII e XIII (Genova 1894); tra i secondi, assai numerosi, si citano: Dell'origine dell'abbazia di S. Michele della Chiusa detta la Sagra di S. Michele (Torino 1888); Il papa Vigilio (Roma 1888); Il papa Zosimo, il Concilio di Torino e le origini del primato pontifizio (ivi 1906); Il 3° Centenario del card. Baronio, Roma 1907; La questione di papa Liberio (ivi 1908); Nuovi studi sulla questione del papa Liberio (ivi 1911); Punti contro-versi nella questione di papa Liberio (ivi 1911); L'appari-zione della Croce e la conversione di Costantino Magno, Roma 1913; ma soprattutto va ricordata l'opera capitale: Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1300, descritti per regioni: I. Il Piemonte, Torino 1898; II. parte 1°, Milano, Firenze 1913; postumi, parte 2°, vol. I. Bergamo, Brescia, Como, Bergamo 1929; vol. II. Cremona, Lodi, Mantova, Pavia, ivi 1932. A cui si possono aggiungere studi sulle leggende di s. Siro, dei ss. Faustino e Giovita; Nazario e Celso; Fedele, Alessandro, Carpoforo e altri martiri, ecc.; e i testi scolastici di Storia d'Italia e Storia della Chiesa per le Scuole superiori e inferiori.
Cicastino Testore
SAVOIA, CASA di. - Compare nella storia d'Italia occidentale al principio del sec. XI. I suoi primi domini feudali si trovano nelle vallate alpine: sul versante orientale, in Val d'Aosta; sul versante occidentale, nelle valli della Moriana, della Savoia ed anche nel Viennese. Il primo rappresentante della dinastia è il conte Umberto detto poi Biancamano. Tutti i tentativi per rintracciare gli ascendenti di lui sono falliti; probabilmente era un feu-datario legato con varie dinastie feudali della regione. Dopo la morte di Rodol-fo III, ultimo re di Borgogna (m. nel 1032), aiutò l'imperatore Corrado II nel-l'acquisto del Regno respingendo i com-
SAVOIA, CASA di - La Madonna di Losanna tra l'arme di Amedeo VI e il collare dei Cavalieri del Collare nella forma primitiva con il FER. Disegno del 1382 nell'atto di istituzione da parte del conte Amedeo VI di una Messa nella cattedrale di Losanna - Torino, Archivio di Stato.
pettori. Grazie alla fedeltà all'Impero, Oddone, figlio di Umberto, ricevette da Enrico III il governo della Marca di Torino ed il consenso per il matrimonio con Adelaide erede della Casa marchionale locale. Per il dissidio tra gli imperatori ed i conti di S. questi trovarono presto difficoltà grave per conservare la Marca: i rapporti tra i S. e gli imperatori della Casa Staufer furono, durante tutto il sec. XII, o di freddezza o di ostilità. I conti di S. si atteggiavano ad assoluta indipendenza e seppero legarsi con le Case di Francia e d'Inghilterra e procurarsi appoggi cordiali contro l'Impero.
La crisi politica del sec. XIII in seguito alla lotta tra Papato ed Impero permise ai S. di acquistare importanza notevole nelle relazioni internazionali così tra papi ed imperatori come tra re di Francia e di Inghilterra. Nella politica di espansione dei S. si precisano nel sec. XIII tre direttive: nella valle padana, nell'altopiano elvetico, nella valle rodanica. Apparentemente la loro politica ha un semplice carattere patrimoniale. In Italia essi affermano i loro diritti di proprietà su tutti i territori che due secoli prima avevano fatto parte della Marca di Torino e di cui essi avevano conservato soltanto alcuni punti in Val di Susa e tra Chisone e Pellice; miravano ad arrivare a Torino vincendo le pretese del Comune locale, del vescovo, del marchese di Monferrato. Oltre monti il programma è di trasformare lentamente in possesso territoriale continuo e compatto quella rete di diritti feudali, di protettori monastici ed ecclesiastici, già formatasi con lo scopo meno confessato di ricostituire l'unità burgundica tra il Reno ed il Rodano che solo essi potevano tentare da quella Savoia che era il principale incrocio di vie. Così le Alpi per i S. non sono linee di confine, ma centro vero e punto unificato delle loro attività. Pur senza disegnare l'uso delle armi, essi affidano la loro avanzata nei tre teatri preferibilmente ad un'abile politica di contrattazioni matrimoniali, di cessioni, di infedezioni da parte di principi, vescovi, abati; spesso facendo assegnamento su volontari: dedizioni delle popolazioni che in essi non vedono figure di tiranni crudeli e sfruttatori, ma principi rudi, semplici, disposti ad accordare protezione contro i principi violenti, contro l'indisciplina territoriale. Dovunque i S. urtano contro aspre resistenze. In Italia a questi Signori che scendono dalle Alpi si oppongono prima i marchesi di Saluzzo e di Monferrato, i conti di Piemonte di Casa d'Angiò, poi i Visconti di Milano. Sull'altopiano elvetico, dopo i ducchi di Zähringen, i conti di S. urtano nei conti di Kyburg e quindi nei conti di Habsburg. Così nella vallata rodanica l'opposizione più tenace è quella dei Delfini del Viennese. Da Federico II in Italia ottengono le due città di Torino e di Ivrea (1248): i possessi delle vallate delle due Dore tendono a collegarsi. Si riprendono le due città, ma si riacquistano: Torino definitivamente nel 1281, Ivrea alcuni decenni dopo. Sul Rodano si assorbe la Bresse, si occhieggia alla imperiale Lione ambita purtroppo dalla monarchia di Parigi. Sul
l'altopiano elvetico ci si radica nel Vallese e nel Vaud di fronte agli Absburgo. E tutto ciò superando gli inevitabili dissidi famigliari, le minorità dei principi spesso non brevi, come quelle di Umberto III e di Tommaso I. Nel 1263 con Bonifacio figlio di Amedeo IV si spegne il ramo primogenito: la contea passa successivamente ai fratelli cadetti di Amedeo IV, Pietro II, poi Filippo I. Nel 1285 l'eredità dei S. è raccolta da un nipote. Amedeo V, che stacca i domini di Piemonte per il figlio del fratello Tommaso già morto, Filippo, detto di Acala per il principato portatogli in dote dalla consorte Isabella di Villehardouin; così crea per il fratello Ludovico il comitato di Vaud. Tre dinastie, dunque, tre centri di attività e di espansione.
Quando, nel 1418, il duca di S. unifica tutti i domini della Casa, la potenza sabauda dimostra i progressi di poco più di un secolo. Modesti sull'altopiano elvetico attorno al lago di Ginevra; sul Rodano, ai Delfini del Viennese si sono sostituiti i re di Francia e l'avanzata a sud verso il mare per raggiungere la felice annessione di Nizza pare impossibile. Prodigioso invece l'ampliamento nella regione padana: i marchesi di Saluzzo e di Monferrato sono stati rinchiusi nella breve cerchia dei loro vecchi domini, i Visconti di Milano sono stati ricacciati indietro sulla linea della Sesia, i domini degli Angiò sono scomparsi. Lo Stato sabaudo di Piemonte ora comprende città floride: Ivrea, Chieri, Biella, Mondovì, Cuneo, Fossano, Savigliano. Più che uno Stato è un complesso di città e territori che obbediscono allo stesso Signore. Amedeo VIII (v.) nel 1418 ha ottenuto dall'imperatore Sigismondo il titolo di Duca ed occupa un posto distinto tra i principi europei; del Ducato milanese riesce ad ottenere Vercelli e tutto il suo territorio sino alla Sesia e di qui guarda alla linea del Ticino e medita come ottenere per adozione o successione il Ducato di Milano intero. La sua abdicazione gli permette di offrirsi al Concilio di Basilea come candidato al soglio papale e, riuscito ora a diventare papa, Felice V (v.) si indurrà a servire gli interessi della famiglia e del paese nella questione di Milano. Alla metà del sec. XV il processo di fortuna e di sviluppo della dinastia sabauda si interrompe. In Francia, la monarchia, chiusa la guerra con l'Inghilterra, può riprendere la sua vecchia politica di espansione in Italia. I S. sono troppo deboli per resistere da soli; si appoggiano ai ducchi di Borgogna, ma dopo il crollo della potenza di Carlo il Temerario non hanno più sostegni. Amedeo IX lascia il governo alla consorte Iolanda di Francia;

Savola, casa di - Grande arme dei Reali di S. per quarti di alleanza, di pretesa e di padronanza, dopo il 1718 , ripresa da Vittorio Emanuele I, alla restaurazione (1812), e conservata immutata da Vittorio Emanuele II e dai suoi succe

Savola, casa di - La Madonna di Losanna tra l'arme di Amedeo VI e il collare dei Cavalieri del Collare nella forma primitiva con il regr. Disegno del 1382 nell'atto di istituzione da parte del conte Amedeo VI di una Messa nella cattedrale di Lo
i figli che lo seguono, Filiberto I e Carlo I, salgono al trono minorenni con possibilità limitate. Nel 1496 un nuovo ramo della famiglia sale al potere: Filiberto II detto il Senza Terra, figlio cadetto di Ludovico. Anni tristi per l'Italia e per i S.
Nel 1536 Francesco I risolutamente decise l'occupazione del Ducato sabaudo si da far equilibrio alla occupazione asburgica del Ducato milanese. Per chiudere alla Francia la porta d'accesso all'Italia più che per affetto verso il nipote di S., Carlo V ospita il giovane erede della Casa, Emanuele Filiberto, e ne sostiene i diritti. Solo però dopo la battaglia di S. Quintino, riconciliaiesi Francia e Spagna, il grande capitano riottiene i suoi Stati, a condizione di sposare la sorella di Enrico II, l'annosa Margherita di Valois. Contrariamente all'aspettativa, dall'unione nacque il continuatore della dinastia, Carlo Emanuele. Solo allora i S. furono sicuri del possesso dei domini aviti. La pace che dopo il Trattato di Cateau-Cambrèsi regnò per alcuni decenni diede ad Emanuele Filiberto la possibilità di attendere alla ricostruzione dello Stato.
Tra gli Stati italiani, i S. ora si affermano con una autorità e con una forza militare quale nessuno aveva.
Le guerre di religione di Francia diedero a Carlo Emanuele I il modo di risolvere il problema di Saluzzo con lo scambio della Bresse stabilito nel Trattato di Lione (1601). Fu questo il primo esempio della politica di scambi territoriali con la Francia per avere ingrandimenti in Italia. Non riuscì invece Carlo Emanuele a risolvere il problema del Monferrato, sebbene non esitasse ad entrare in guerra con la Spagna senza avere aiuto alcuno. Vittorio Amedeo I, suo erede, chiuse il grande conflitto con una soluzione infelice, sebbene provvisoria; con il Trattato di Cherasco (1631) ebbe parte del Monferrato - Alba e Trino - ma dovette abbandonare alla Francia il possesso di Pinerolo. I Francesi così ricuperarono la porta di entrata nella penisola ed i S. dovettero mordere il freno. Così avvenne durante i due regni di Vittorio Amedeo I (1630-37) e di Carlo Emanuele II (1638-75), età in cui i conflitti europei sfiorarono appena la penisola italiana. Ma le grandi guerre che si iniziarono nell'ultimo decennio del secolo rimisero in prima linea le questioni italiane. Vittorio Amedeo II cercò di sfruttare le possibilità per ricuperare l'indipendenza e riprendere i progetti di espansione destreggiantosi tra le parti in lotta. Dalla guerra di successione di Spagna egli trasse Alessandria e quella parte del Monferrato che alla Pace di Cherasco non aveva avuto l'avo Vittorio Amedeo I; la Lomellina e la Valsesia si da completare il territorio di Vercelli; la Sicilia con il titolo regio. Fu poi costretto a scambiare la Sicilia con la Sardegna, più facile da governare e da inquadrare nei domini sabaudi. Ed anche il titolo regio aveva la sua importanza.
Carlo Emanuele III continuò l'opera di suo padre. Le guerre di successione di Polonia e di Austria lo portarono alla conquista di tutti i territori sino al Lago Maggiore ed al Ticino; a sud del Po il possesso dell'Oltreppo pavese gli permise di prendere contatto con i Ducati emiliani. Grande Stato era dunque questo complesso di terre che si chiamava Piemonte, con il vecchio nome, partito nel sec. XII dalle Alpi Cozie, cui si imponeva più che mai il problema dei rapporti con Genova. Equilibrio instabile quello dello Stato sabaudo dopo la Pace di Aquisgrana: il movimento di idee che si manifestava a Torino alla metà del sec. XVIII esprimeva questa situazione d'incertezza, di contrasto tra le aspirazioni e le difficoltà presenti, il timore che le forze reali del paese non fossero tali da sostenere l'edificio che la diplomazia e le armi dei principi sabaudi avevano costruito. E dopo il 1748 i S. si racchiuse nella neutralità sotto il peso della unione borbonica-ubsurgica e quando questa si ruppe, nel periodo della Rivoluzione Francaese, i S. furono sacrificati tra le cupidigie dell'espansionismo rivoluzionario ed i calcoli della politica austriaca desiderosa di ricuperare quanto i S. avevano ottenuto durante il sec. XVIII. Vittorio Amedeo III preferì l'alleanza di Vienna alla sottomissione alla Francia: ne derivò, dopo l'eroica difesa sulle Alpi, l'armistizio di Cherasco, poi l'abbandono di Torino ed il ritiro nella fedele Sardegna.
Nel 1814 Vittorio Emanuele I, ritornato a Torino, volle rifare la tradizione dinastica. Ma i problemi del Settecento ricomparvero. Anche accresciuto della Liguria, lo Stato sabaudo non poteva rimanere anco-

1982
ratto al passato. Dopo la politica conservatrice di Carlo Felice (1821-31), il nuovo ramo dei S. Carignano, arrivato al trono con Carlo Alberto, tornò a far proprio quel programma di espansione lungo la valle Padana già disegnato dai politici subalpini del Settecento. L'idea della confederazione italiana aveva già mostrata la sua fralezza quanto da ora comparata a Torino alla vigilia della Rivoluzione; nelle discussioni risorgimentali, appunto perché muoveva da Napoli e specialmente da Roma, era destinata a trovare e trovò a Torino tutti i possibili ostacoli per evidenti ragioni dinastiche e di prestigio. I S. vennero, così, sempre più immediatamente nella loro politica il programma liberale unitario, indipendente che almeno apparentemente collimava con le tendenze espansionistiche dei due secoli precedenti, sin da quando Carlo Emanuele I aveva fatto appello a tutte le forze italiane contro lo straniero. La politica di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II (v.) apparve, quindi, più di quanto in realtà non fosse, come lo svolgimento rettilineo di un programma che si concluse con la costruzione del Regno d'Italia; sicché dopo il 1870 i S. a capo dello Stato italiano dedicarono le loro cure alla sistemazione delle forze politiche e sociali della nazione, esplicando per quanto era possibile il contenuto della Carta costituzionale stabilita nel 1848 dal re Carlo Alberto. - Vedi tav. CXXXI-CXXXII.
Bim.: per le origini della dinastia, C. W. Previte-Orton, The early history of the House of Savoy, Londra 1912; F. Cognasso, Umberto Biancamano, Torino 1937 (discussione delle teorie). Per il periodo medioevale, I. Cibrario, Storia della Monarchia di S., Torino 1840 e F. Cognasso, Amedeo V. VI, VII, VIII, in Enc. Catt., I. coll. 1023-26. Per il periodo moderno (sec. XVIII), E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, Firenze 1861-69. Per la politica estera sabauda, F. Cognasso, I. S. nella politica europea, Milano 1941, e più ampiamente, D. Carutti, Storia della diplomazia della Corte di S. dal 1944 al 1773, Torino 1875-80. Ampie notizie bibliografiche in R. Moscati, Direttore della politica estera sabauda da Vittorio Amedeo II a Carlo Emanuele III, Milano 1941. Per il periodo posteriore al 1814 V. l'opera di N. Rodolico su Carlo Alberto (Firenze 1930-43) e quella di F. Cognasso su Vittorio Emanuele II (Torino 1942). Da vedere le conferenze di vari autori, in La Monarchia Piemontese, Roma 1952. Per una bibl. sistematica sui S. cf. A. Manno-V. Promis, Bibl. stor. degli Stati della Monarchia di S., I. Torino 1884. Per la sfrangistica e l'analisi dei S. cf. L. Cibrario-C. Promis, Sigilli de principi di S. raccolti e illustrati, Torino 1934; L. Rangoni Machiavelli, Strenni della R. Casa di S., estr. dal Boll. Ulf. della Consulta araldica, 1931; id., Titolatura dei conti di S., Roma 1931.
EUGENIO. - Appartiene al ramo cadetto di S. Carignano, iniziato da Tommaso principe di Carignano, figlio di Carlo Emanuele I. N. a Parigi il 18 ott. 1663, da Maurizio di S. conte di Soissons e da Olimpia Mancini, nipote del card. Mazzarino.
Destinato, come cadetto, alla vita ecclesiastica, nel 1683 si decise per la carriera delle armi e di fronte alla esitazione di Luigi XIV, parti da Parigi e raggiunse l'esercito imperiale in tempo per partecipare alla liberazione di Vienna dai Turchi: non lasciò più il servizio dell'Imperatore. Le sue doti di fredda calma, di lucida visione delle situazioni militari gli procurarono la stima e la fiducia dei capi. La sua carriera fu rapidissima: nel 1694 ebbe il comando delle forze imperiali d'Italia nella guerra della Lega di Augusta ed intervenne in Piemonte in aiuto del cugino Vittorio Amedeo II duca di S.; nel 1697 assunse il comando supremo delle forze imperiali d'Ungheria contro i Turchi e la strepitosa vittoria di Zenta (11 sett. 1697) consacrò la sua fama. Nella guerra della successione di Spagna comandò gli eserciti imperiali d'Italia dove riportò la vittoria di Torino (7 sett. 1766) e delle Fiandre dove vinse ripetutamente ad Audenarde, a Malpaguett e a Höchstäd in Baviera. Prese parte poi alle trattative di pace ad Utrecht dimostrando le stesse doti di chiarezza e di fermezza. Fu suo merito particolare il Trattato di Rastadt del 1714. La ripresa della guerra con i Turchi richiamò il principe sul Danubio: nel 1716 vinse a Petervaradino, nel 1717 conquistò Belgrado, nel 1718 fece la Pace di Passarowitz. Dopo il 1720 visse a Vienna occupato nei più alti uffici di governo e dedicò i riposi a creare nel suo palazzo del Belvedere una grande biblioteca ed una mirabile raccolta di quadri, poiché il suo spirito era aperto al godimento delle lettere e delle arti. Nel 1733, scoppiata la guerra di Polonia, nonostante l'età avanzata riprese il comando dell'esercito. M. a Vienna il 21 apr. 1736 e fu sepolto in S. Stefano. Lasciò grande fama di sé presso amici e nemici per la sua rettitudine e il suo spirito di Fede. Non volle famiglia ed evitò i turbini delle passioni; perché in tutta la vita conobbe solo l'amore del dovere.
MAURIZIO di S. - Cardinale, terzogenito di Carlo Emanuele I duca di S., e di Caterina d'Austria (Spagna), n. a Torino il 10 genn. 1595, m. il 4 ott. 1657.
Destinato alla vita ecclesiastica, ottenne il cappello come cardinale diacono da Paolo V nel 1607. Rimase

però alla corte di Torino; nel 1615 durante la guerra di Monferrato fu luogotenente per il padre in Piemonte; nel 1618 andò a Parigi a contrarre in nome del fratello Vittorio Amedeo le nozze con Cristina di Francia. Nel 1621 si stabilì a Roma dove assunse la dignità politica di caro, dinale comprotettore di Francia e di nuovo andò nel 1630 a Parigi a perfezionare gli accordi di pace. Nel 1635 egli passò però al partito di Spagna. Dopo la morte del fratello Vittorio Amedeo I, iniziò d'accordo con il fratello Tommaso, principe di Carignano, la lotta per strappare alla cognata Cristina la tutela e la reggenza del nuovo duca Carlo Emanuele II ancora fanciullo. Contrasse a questo scopo accordi con la Spagna e con l'Impero. La lunga lotta civile in Piemonte terminò con un accordo nel 1642: lasciata la dignità cardinalizia, sposò la giovane nipote Ludovica, sorella di Carlo Emanuele II, ed ebbe la carica di governatore di Nizza. Non ebbe figli. A Torino aveva costruito sulla collina una magnifica villa (la cosiddetta villa della Regina, ora Istituto delle figlie dei militari) dove aveva creato l'accademia dei Solinghi.
I beati e i venerabili di Casa S. hanno trattazione propria sotto i rispettivi nomi.