SAVOIA, CASA di. - Compare nella storia d'Italia occidentale al principio del sec. XI. I suoi primi domini feudali si trovano nelle vallate alpine: sul versante orientale, in Val d'Aosta; sul versante occidentale, nelle valli della Moriana, della Savoia ed anche nel Viennese. Il primo rappresentante della dinastia è il conte Umberto detto poi Biancamano. Tutti i tentativi per rintracciare gli ascendenti di lui sono falliti; probabilmente era un feudatario legato con varie dinastie feudali della regione. Dopo la morte di Rodolfo III, ultimo re di Borgogna (m. nel 1032), aiutò l'imperatore Corrado II nell'acquisto del Regno respingendo i com-

(da F. Copossa, Il conte Verde, Torino 1898, pp. 118-29)
La crisi politica del sec. XIII in seguito alla lotta tra Papato ed Impero permise ai S. di acquistare importanza notevole nelle relazioni internazionali così tra papi ed imperatori come tra re di Francia e di Inghilterra. Nella politica di espansione dei S. si precisano nel sec. XIII tre direttive: nella valle padana, nell'altopiano elvetico, nella valle rodanica. Apparentemente la loro politica ha un semplice carattere patrimoniale. In Italia essi affermano i loro diritti di proprietà su tutti i territori che due secoli prima avevano fatto parte della Marca di Torino e di cui essi avevano conservato soltanto alcuni punti in Val di Susa e tra Chisone e Pellice; miravano ad arrivare a Torino vincendo le pretese del Comune locale, del vescovo, del marchese di Monferrato. Oltre monti il programma è di trasformare lentamente in possesso territoriale continuo e compatto quella rete di diritti feudali, di protettorati monastici ed ecclesiastici, già formatasi con lo scopo meno confessato di ricostituire l'unità burgundica tra il Reno ed il Rodano che solo essi potevano tentare da quella Savoia che era il principale incrocio di vie. Così le Alpi per i S. non sono linea di confine, ma centro vero e punto unificatore della loro attività. Pur senza disdegnare l'uso delle armi, essi affidano la loro avanzata nei tre teatri preferibilmente ad un'abile politica di contrattazioni matrimoniali, di cessioni, di infeudazioni da parte di principi, vescovi, abati; spesso facendo assegnamento su volontarie dedizioni delle popolazioni che in essi non vedono figure di tiranni crudeli e sfruttatori, ma principi rudi, semplici, disposti ad accordare protezione contro i principi violenti, contro l'indisciplina territoriale. Dovunque i S. urtano contro aspre resistenze. In Italia a questi Signori che scendono dalle Alpi si oppongono prima i marchesi di Saluzzo e di Monferrato, i conti di Piemonte di Casa d'Angiò, poi i Visconti di Milano. Sull'altopiano elvetico, dopo i duchi di Zahringen, i conti di S. urtano nei conti di Kyburg e quindi nei conti di Habsburg. Così nella vallata rodanica l'opposizione più tenace è quella dei Delfini del Viennese. Da Federico II in Italia ottengono le due città di Torino e di Ivrea (1248): i possessi delle vallate delle due Dore tendono a collegarsi. Si riperdono le due città, ma si riacquistano: Torino definitivamente nel 1281, Ivrea alcuni decenni dopo. Sul Rodano si assorbe la Bresse, si occhieggia alla imperiale Lione ambita purtroppo dalla monarchia di Parigi. Sul-
l'altopiano elvetico ci si radica nel Vallese e nel Vaud di fronte agli Absburgo. E tutto ciò superando gli inevitabili dissidi famigliari, le minorità dei principi spesso non brevi, come quelle di Umberto III e di Tommaso I. Nel 1263 con Bonifacio figlio di Amedeo IV si spegne il ramo primogenito: la contea passa successivamente ai fratelli cadetti di Amedeo IV, Pietro II, poi Filippo I. Nel 1285 l'eredità dei S. è raccolta da un nipote. Amedeo V. che stacca i domini di Piemonte per il figlio del fratello Tommaso già morto, Filippo, detto di Acaia per il principato portatogli in dote dalla consorte Isabella di Villehardouin; così crea per il fratello Ludovico il comitato di Vaud. Tre dinastie, dunque, tre centri di attività e di espansione.
Quando, nel 1418, il duca di S. unifica tutti i domini della Casa, la potenza sabauda dimostra i progressi di poco più di un secolo. Modesti sull'altopiano elvetico at-
torno al lago di Ginevra; sul Rodano, ai Delfini del Viennese si sono sostituiti i re di Francia e l'avanzata a sud verso il mare per raggiungere la felice annessione di Nizza pare impossibile. Prodigioso invece l'ampliamento nella regione padana: i marchesi di Saluzzo e di Monferrato sono stati rinchiusi nella breve cerchia dei loro vecchi domini, i Visconti di Milano sono stati ricacciati indietro sulla linea della Sesia, i domini degli Angiò sono scomparsi. Lo Stato sabaudo di Piemonte ora comprende città floride: Ivrea, Chieri, Biella, Mondovì, Cuneo, Fossano, Savigliano. Più che uno Stato è un complesso di città e territori che obbediscono allo stesso Signore. Amedeo VIII (v.) nel 1418 ha ottenuto dall'Imperatore Sigismondo il titolo di Duca ed occupa un posto distinto tra i principi europei; del Ducato milanese riesce ad ottenere Vercelli e tutto il suo territorio sino alla Sesia e di qui guarda alla linea del Ticino e
medita come ottenere per adozione o successione il Ducato di Milano intero. La sua abdicazione gli permette di offrirsi al Concilio di Basilea come candidato al soglio papale e, riuscito ora a diventare papa, Felice V (v.) si industria a servire gli interessi della famiglia e del paese nella questione di Milano. Alla metà del sec. XV il processo di fortuna e di sviluppo della dinastia sabauda si interrompe. In Francia, la monarchia, chiusa la guerra con l'Inghilterra, può riprendere la sua vecchia politica di espansione in Italia. I S. sono troppo deboli per resistere da soli; si appoggiano ai duchi di Borgogna, ma dopo il crollo della potenza di Carlo il Temerario non hanno più sostegni. Amedeo IX lascia il governo alla consorte Iolanda di Francia;


Nel 1536 Francesco I risolutamente decise l'occupazione del Ducato sabaudo sì da far equilibrio alla occupazione asburgica del Ducato milanese. Per chiudere alla Francia la porta d'accesso all'Italia più che per affetto verso il nipote di S., Carlo V ospita il giovane erede della Casa, Emanuele Filiberto, e ne sostiene i diritti. Solo però dopo la battaglia di S. Quintino, riconciliatesi Francia e Spagna, il grande capitano riottiene i suoi Stati, a condizione di sposare la sorella di Enrico II, l'annosa Margherita di Valois. Contrariamente all'aspettativa, dall'unione nacque il continuatore della dinastia, Carlo Emanuele. Solo allora i S. furono sicuri del possesso dei domini aviti. La pace che dopo il Trattato di Cateau-Cambrésis regnò per alcuni decenni diede ad Emanuele Filiberto la possibilità di attendere alla ricostruzione dello Stato.
Tra gli Stati italiani, i S. ora si affermano con una autorità e con una forza militare quale nessuno aveva.
Le guerre di religione di Francia diedero a Carlo Emanuele I il modo di risolvere il problema di Saluzzo con lo scambio della Bresse stabilito nel Trattato di Lione (1601). Fu questo il primo esempio della politica di scambi territoriali con la Francia per avere ingrandimenti in Italia. Non riuscì invece Carlo Emanuele a risolvere il problema del Monferrato, sebbene non esitasse ad entrare in guerra con la Spagna senza avere aiuto alcuno. Vittorio Amedeo I, suo erede, chiuse il grande conflitto con una soluzione infelice, sebbene provvisoria; con il Trattato di Cherasco (1631) ebbe parte del Monferrato - Alba e Trino - ma dovette abbandonare alla Francia il possesso di Pinerolo. I Francesi così ricuperarono la porta di entrata nella penisola ed i S. dovettero mordere il freno. Così avvenne durante i due regni di Vittorio Amedeo I (1630-37) e di Carlo Emanuele II (1638-75), età in cui i conflitti europei sfiorarono appena la penisola italiana. Ma le grandi guerre che si iniziarono nell'ultimo decennio del secolo rimisero in prima linea le questioni italiane. Vittorio Amedeo II cercò di sfruttare le possibilità per recuperare l'indipendenza e riprendere i progetti di espansione destreggiandosi tra le parti in lotta. Dalla guerra di successione di Spagna egli trasse Alessandria e quella parte del Monferrato che alla Pace di Cherasco non aveva avuto l'avo Vittorio Amedeo I; la Lomellina e la Valsesia sì da completare il territorio di Vercelli; la Sicilia con il titolo regio. Fu poi costretto a scambiare la Sicilia con la Sardegna, più facile da governare e da inquadrare nei domini sabaudi. Ed anche il titolo regio aveva la sua importanza.
Carlo Emanuele III continuò l'opera di suo padre. Le guerre di successione di Polonia e di Austria lo portarono alla conquista di tutti i territori sino al Lago Maggiore ed al Ticino; a sud del Po il possesso dell'Oltrepo pavese gli permise di prendere contatto con i Ducati emiliani. Grande Stato era dunque questo complesso di terre che si chiamava Piemonte, con il vecchio nome, partito nel sec. XII dalle Alpi Cozie, cui si imponeva più che mai il problema dei rapporti con Genova. Equilibrio instabile quello dello Stato sabaudo dopo la Pace di Aquisgrana: il movimento di idee che si manifestava a Torino alla metà del sec. XVIII esprimeva questa situazione d'incertezza, di contrasto tra le aspirazioni e le difficoltà presenti, il timore che le forze reali del paese non fossero tali da sostenere l'edificio che la diplomazia e le armi dei principi sabaudi avevano costruito. E dopo il 1748 i S. si racchiusero nella neutralità sotto il peso della unione borbonico-asburgica e quando questa si ruppe, nel periodo della Rivoluzione Francese, i S. furono sacrificati tra le cupidigie
dell'espansionismo rivoluzionario ed i calcoli della politica austriaca desiderosa di recuperare quanto i S. avevano ottenuto durante il sec. XVIII. Vittorio Amedeo III preferì l'alleanza di Vienna alla sottomissione alla Francia: ne derivò, dopo l'eroica difesa sulle Alpi, l'armistizio di Cherasco, poi l'abbandono di Torino ed il ritiro nella fedele Sardegna.
Nel 1814 Vittorio Emanuele I, ritornato a Torino, volle rifare la tradizione dinastica. Ma i problemi del Settecento ricomparvero. Anche accresciuto della Liguria, lo Stato sabaudo non poteva rimanere anco-


(fot. Almar)
EUGENIO. - Appartiene al ramo cadetto di S.-Carignano, iniziato da Tommaso principe di Carignano, figlio di Carlo Emanuele I. N. a Parigi il 18 ott. 1663, da Maurizio di S. conte di Soissons e da Olimpia Mancini, nipote del card. Mazzarino.
Destinato, come cadetto, alla vita ecclesiastica, nel 1683 si decise per la carriera delle armi e di fronte alla esitazione di Luigi XIV, partì da Parigi e raggiunse l'esercito imperiale in tempo per partecipare alla liberazione di Vienna dai Turchi: non lasciò più il servizio dell'Imperatore. Le sue doti di fredda calma, di lucida visione delle situazioni militari gli procurarono la stima e la fiducia dei capi. La sua carriera fu rapidissima: nel 1694 ebbe il comando delle forze imperiali d'Italia nella guerra della Lega di Augusta ed intervenne in Piemonte in aiuto
rato al passato. Dopo la politica conservatrice di Carlo Felice (1821-31), il nuovo ramo dei S.-Carignano, arrivato al trono con Carlo Alberto, tornò a far proprio quel programma di espansione lungo la valle Padana già disegnato dai politici subalpini del Settecento. L'idea della confederazione italiana aveva già mostrata la sua fralezza quando era comparsa a Torino alla vigilia della Rivoluzione; nelle discussioni risorgimentali, appunto perché moveva da
del cugino Vittorio Amedeo II duca di S.; nel 1697 assunse il comando supremo delle forze imperiali d'Ungheria contro i Turchi e la strepitosa vittoria di Zenta (11 sett. 1697) consacrò la sua fama. Nella guerra della successione di Spagna comandò gli eserciti imperiali d'Italia dove riportò la vittoria di Torino (7 sett. 1706) e delle Fiandre dove vinse ripetutamente ad Audenarde, a Malplaquet e a Höchstäd in Baviera. Prese parte poi alle trattative di pace ad Utrecht dimostrando le stesse doti di chiarezza e di fermezza. Fu suo merito particolare il Trattato di Rastadt del 1714. La ripresa della guerra con i Turchi richiamò il principe sul Danubio: nel 1716 vinse a Petervaradino, nel 1717 conquistò Belgrado, nel 1718 fece la Pace di Passarowitz. Dopo il 1720 visse a Vienna occupato nei più alti uffici di governo e dedicò i riposi a creare nel suo palazzo del Belvedere una grande biblioteca ed una mirabile raccolta di quadri, poiché il suo spirito era aperto al godimento delle lettere e delle arti. Nel 1733, scoppiata la guerra di Polonia, nonostante l'età avanzata riprese il comando dell'esercito. M. a Vienna il 21 apr. 1736 e fu sepolto in S. Stefano. Lasciò grande fama di sé presso amici e nemici per la sua rettitudine e il suo spirito di Fede. Non volle famiglia ed evitò i turbini delle passioni; perché in tutta la vita conobbe solo l'amore del dovere.
MAURIZIO di S. - Cardinale, terzogenito di Carlo Emanuele I duca di S., e di Caterina d'Austria (Spagna), n. a Torino il 10 genn. 1595, m. il 4 ott. 1657.
Destinato alla vita ecclesiastica, ottenne il cappello come cardinale diacono da Paolo V nel 1607. Rimase

(fot. Eni)
I beati e i venerabili di Casa S. hanno trattazione propria sotto i rispettivi nomi.