SISTO V, PAPA

SISTO V, Papa. - N. a Grottammare (Ascoli Piceno) il 13 dic. 1520, m. a Roma il 27 ag. 1590.
SISTO V, Papa. - N. a Grottammare (Ascoli Piceno) il 13 dic. 1520, m. a Roma il 27 ag. 1590.

I. Prima del Pontificato

Felice Peretti, di poverissima famiglia di Montalto Marche, attese da fanciullo ai lavori più umili della campagna. Entrato a dodici anni fra i Minori Conventuali, ottenne a Fermo la laurea in teologia (1548); si procacciò vasta cultura, specialmente nella teologia; raccolse una ricca biblioteca; acquistò fama di predicatore insigne. Fu inquisitore a Venezia (1557), consultore dell'Inquisizione romana (1560), procuratore generale e, più tardi, vicario dei Conventuali, inviato con il card. Boncompagni nella Spagna, vescovo di S. Agata dei Goti (1566) e di Fermo (1571-77). Godette la fiducia di S. Pio V, che nel 1570 lo creò cardinale; fu invece in relazioni non cordiali con il Boncompagni, Gregorio XIII. Visse allora ritirato, dedicandosi agli studi e in particolare a una nuova edizione delle opere di S. Ambrogio, che riuscì difettosa per il metodo tutto personale e lontano da giusta critica. Alla morte di Gregorio, in un conclave, in cui gli interessi religiosi prevalsero sui politici, il cardinale Montalto » fu per unanime votazione eletto papa (24 apr. 1585).

II. Carattere e Programma di S

S. spiegò nel pontificato l'energia indomita di una natura « terribile »; al suo carattere rigido, autoritario, violento, tenace, si congiungevano tuttavia pietà, semplicità di vita, generosità. Pure procurando le fortune dei suoi, si tenne lontano da eccessi di nepotismo; ponendo al suo fianco il nipote Alessandro, che da lui aveva avuto a 15 anni il cognome e la porpora, e altri consiglieri degni di fiducia, riservò tuttavia a sé ogni affare di rilievo. E consacrò il pontificato alla difesa della fede cattolica, alla riforma della Chiesa, alla esaltazione della sede apostolica.

III. Difesa della fede e dell'autorità papale

Non amante di controversie dottrinali, S. evitò di prendere posizione decisa nella questione della Grazia, ardente allora specialmente fra Gesuiti e Domenicani: quando la Facoltà di Lovanio, per impulso del Baio, già condannato dai pontefici precedenti, censurò 34 proposizioni del gesuita Lessius, S. impone silenzio alle due parti, tacita disapprovazione della censura; ma non prese altri provvedimenti. Accrebbe tuttavia la competenza dell'Inquisizione romana e procurò l'istituzione di nuovi suoi tribunali; pensò anche alla pubblicazione di un nuovo Indice, che fu impedita dalla morte.

Volle dare un saldo fondamento scritturale alla dottrina religiosa, promovendo edizioni della Bibbia. Fu rono pubblicati il testo greco dei Settanta e la sua versione latina (1587-88). Fu affidata a una commissione l'edizione critica della Volgata; ma S. avocò a sé le conclusioni e volle stabilire di proprio pugno il testo con correzioni, introduzioni di note marginali, omissioni arbitrarie. La Volgata sitina uscì nel 1590 con i tipi del Basa, preceduta da una bolla, che la dichiarava unica versione autorizzata. Ma le critiche, di cui fu interpretate lo stesso Bellarmino, furono tali che il Papa non sembra avere curato la promulgazione della bolla nelle forme dovute, sicché essa non ebbe vigore di legge. Dopo la morte di lui, la vendita della nuova Volgata fu sospesa e ne furono ritirati gli esemplari: Clemente VIII provvide a una nuova edizione, conservandole tuttavia il nome di S.

Questi fece anche continuare dal Baronio la riforma del Breviario romano; creò per una nuova edizione delle Decretali una commissione, che non riuscì a finire il lavoro prima che egli morisse; promosse la pubblicazione delle Costituzioni pontificie da Leone I, opera di Laerzio Cherubini, uscita con il titolo Bullarium nel 1586; curò la raccolta degli atti della Camera Apostolica; aveva pensato anche a un archivio ecclesiastico centrale per tutta l'Italia.

Gelosissimo dell'autorità del pontefice, resistette non solo alle pretensioni dei rappresentanti di Filippo II in Italia, ma a provvedimenti dello stesso re: quando costui emanò una Prammatica dei titoli, che regolava anche quelli degli ecclesiastici (1586), S. minacciò di metterla all'Indice e parlò addirittura di scomunicare il re.

IV. Opera Riformatrice

La riforma cattolica fu al sommo dei pensieri di S. Egli curò il miglioramento del clero romano; comminò pene contro la simonia; impedì le infrazioni alla disciplina claustrale; vigilò sul l'obbligo della residenza dei vescovi e dei curati. Diede incremento alla pietà religiosa, ristabilendo le funzioni stazionali nelle basiliche romane, introducendo la festa della Presentazione di Maria, estendendo alla Chiesa universale quella di S. Antonio di Padova, canonizzando il domenicano Ludovico Bertrand (1586) ed il laico franciscano Diego de Alcalá (1588), proclamando dottore della Chiesa s. Bonaventura.

Fu particolarmente benevolo all'Ordine francescano; ma anche ad altri Ordini fu largo di favori; approvò i Fogliani, ramo dei Cistercensi, e i Camilliani (1586). Non troppo amico ai Gesuiti, approvò tuttavia i decreti dell'Inquisizione in loro favore sulla questione del valore dei voti semplici, pronunciati dai non professi, e impose il rilascio di quattro padri arrestati dall'Inquisizione spagnola. Ma volle che una commissione rivedesse le Costituzioni ignaziane e impose al generale Acquaviva il cambiamento del nome di «Compagnia di Gesù», provvedimento non attuato per la sua morte.

Per mezzo dei suoi nunzi promosse la riforma cattolica e la repressione dell'eresia nell'Europa centrale; poté ottenere che fossero nominati i titolari dei vescovati di Ungheria, da lungo tempo vacanti; fondò a Graz una Università, affidata ai Gesuiti (1588). La debolezza dell'imperatore Rodolfo II e i suoi attriti con il Papa impedirono maggiori progressi del cattolicesimo. Risultati maggiori si ottennero nella Svizzera e nella Germania occidentale con il ristabilimento della Chiesa cattolica nei monti di Appenzell e la conversione del marchese del Baden.

S. favorì le missioni dei Gesuiti nel Giappone, dove eresse a Funai un vescovato, e quelle dei Domenicani e dei Francescani nelle Filippine e nell'America latina; tentò di unire le Chiese orientali e i Copti egiziani con Roma.

Ebbene particolare importanza nella vita della Chiesa alcuni provvedimenti di S. Fin dal 20 dic. 1585 egli impone la visita dei vescovi «ad limina Apostolorum», mettendo il Capo della Chiesa a contatto con le singole diocesi. Con la bolla Postquam verus (3 dic. 1586) mise in luce l'alta dignità dei cardinali, i loro doveri, l'opportunità di sceglierli nelle varie nazionalità (v. Cardinale, II). Diede alla Curia l'ordinamento, che le rimase fino alla riforma di Pio X (v. CONGREGAZIONI ROMANE, SACRE, Sacre, I), costi tuendo con la bolla Immensa Dei (22 genn. 1588) 15 conger

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**SISTO V, PAPA - Busto della cattedrale di Trena.**

gazioni cardinalizie, delle quali 9 per gli affari spirituali (Inquisizione, Indice, Concilio, Vescovi, Regolari, Consistoriale, Segnatura di Grazia, Riti, Tipografia Vaticana), 6 per gli affari temporali (Consulta, Flotta, Università romana, Annona, Strade ponti acquedotti, Tasse): le Congregazioni si dovevano riunire ogni settimana, e pure ogni settimana doveva essere tenuto concistoro. I cardinali poterono così attendere, in unione con il Pontefice, al governo della Chiesa con maggiore indipendenza dalle potenze laiche, con opportuna divisione del lavoro, con maturità di giudizio. Fra i cardinali furono annoverati uomini degni, come Federigo Borromeo, a 23 anni, e Scipione Gonzaga, il protettore del Tasso (1587).

V. Attività nella politica internazionale

Gli interessi della Chiesa furono la mira costante di S. anche nella sua opera politica. Legato per necessità al re di Spagna, che si presentava quale campione dell'ortodossia, S. ebbe cura di impedire l'accrescimento pericoloso della sua potenza e si studiò di mantenere la pace fra i cristiani.

Nella politica italiana, si tenne stretto a Venezia, in cui vedeva non solo un baluardo contro i protestanti ed i Turchi, ma una limitazione della preponderanza spagnola; e favorì i disegni di Carlo Emanuele I, che tornavano indirettamente a danno della Spagna.

La condizione confusa e mutevole della Francia poneva S. in difficoltà molto gravi, fra le quali dovette muoversi con estrema cautela e non seppe, o forse non poté, evitare contraddizioni ed errori. Egli avrebbe voluto che fosse soffocata qui l'eresia degli Ugonotti e impedita la successione del loro capo Enrico di Navarra; ma non approvava l'atteggiamento ribelle dei Guisa e della Lega cattolica di fronte al re Enrico III, temendo da un lato che questi si stringesse con gli Ugonotti, dall'altro che una vittoria della Lega con l'aiuto della Spagna aumentasse la potenza di questa. Cercò quindi che i cattolici facessero blocco intorno al re; e quando questi concluse una

effimera alleanza con la Lega (7 luglio 1585), emanò una bolla contro il Navarra e il Condé, dichiarandoli decaduti da ogni diritto alla successione e all'obbedienza dei sudditi (9 sett. 1585). Ne seguirono non solo una violenta reazione degli Ugonotti, ma l'adesione al Navarra di molti cattolici, insofferenti della intromissione papale nella questione dinastica. Dopo la rottura del Re con la Lega, il trionfo del ducato di Guisa a Parigi, la fuga del Re, l'assassinio del ducato e del cardinale di Guisa e l'impressionamento del cardinale di Borbone e dell'arcivescovo di Lione per opera del re (1588), S., pure bisimando la condotta del Guisa, condannò la viltà del Re e l'homicidio, con cui egli aveva preteso di riscattarla, deplorò come «delitto sacrilego ed inaudito» l'uccisione del cardinale di Guisa, impone come condizione per assolvere il Re la liberazione dei due prigionieri. Ma si rifiutò a una più energica azione voluta dalla Spagna; non aderì alla rivolta della Lega e della «Unione» di Parigi contro Enrico III e, quando questi si unì con il Navarra contro Parigi, emanò contro di lui un monitorio «medicinale et non mortale» (24 maggio 1589). Ucciso Enrico III (1° ag. 1589), cercò di escludere dal trono il Navarra, se persistesse nell'eresia, ed entrò in conflitto con Venezia, che l'aveva riconosciuto come re Enrico IV. Ma non prese conto la repubblica alcun provvedimento di rigore e si dimostrò assai riservato di fronte alla Lega e al cardinale di Borbone, proclamato da questa re Carlo X. E, sebbene facesse pervenire a Madrid un progetto di alleanza con la Spagna, non ratificò il Trattato, non accolse le pretensioni della Spagna che fossero scomunicati i cattolici aderenti ad Enrico IV e cacciato da Roma il loro legato, minacciò di scomunicare Filippo II, che pareva disposto a separarsi dall'obbedienza al Pontefice per difendere da solo la causa di Cristo. Morto Carlo X (9 maggio 1590), delineandosi già la vittoria di Enrico IV, tuttora eretico, S. fece preparare un nuovo trattato con la Spagna; ma non ratificò neppure questo e, di fronte alle pressioni della Spagna, minacciò di denunziare le mire ambizie e dichiarò di non volere chiudere al Navarra la via del ritorno alla Chiesa e quindi l'accesso al trono. Egli preparava così il futuro riconoscimento del convertito Enrico IV da parte del Papa e la risurrezione della Francia, che stimava necessaria all'equilibrio dell'Europa.

Contro Elisabetta d'Inghilterra, «la nuova Gezabele», S., vivente ancora Maria Stuart, sollecitò un intervento armato della Francia e della Spagna; ma non v'è prova seria che avesse parte nei disegni della congiura, che ebbe nome dal Babington. Dopo l'uccisione della Stuarda, fece concessioni e promesse a Filippo II; ma non gli accordò l'investitura del regno, limitandosi a stabilire, in un patto segreto con lui (29 luglio 1587), che sarebbe eletto nell'Inghilterra un re cattolico. E, sebbene rinnovasse contro Elisabetta la scommessa e la sentenza di disposizione, non cessò di sperare che la regina, della quale non disconosceva le dottrine, si inducisse alla conservazione. Poco fiducioso nella riuscita della spedizione della grande «Armada» spagnola, non volle, dopo la disfatta di questa (luglio 1588), dare a Filippo II danaro per nuovi apparecchi di guerra.

Riprese il disegno di una crociata contro i Turchi, sollecitando Venezia a prepararsi in segreto. Accolse con favore il proposito del re polacco Stefano Báthory di sottomettere la Russia e assalire i Turchi con forze polacche e russe e con l'aiuto della Persia e dei Tartari. Morto il Re (12 dic. 1586), favorì la candidatura di uno degli Asburgo, da cui sperava aiuto per la crociata; ma riconobbe re il vittorioso Sigismondo di Svezia e procurò per mezzo del suo nunzio la pace fra questo e gli Asburgo. Pensò anche a una guerra contro i barbareschi dell'Africa e alla conquista dell'Egitto; ma non riuscì a guadagnare all'impresa Filippo II, assorto nel suo disegno di egemonia sull'Europa.

VI. GOVERNO DELLO STATO PAPALE

All'autorità spirituale del Pontefice e alla sua opera riformatrice, S. volle dare saldo presidio nello Stato temporale. Primo suo compito quale sovrano fu la lotta senza quartiere contro il brigantaggio, diventato flagello sotto il debole governo del suo antecessore. Il divieto di portare armi sotto pena di morte, l'impunità e i premi a chi consegnasse, vivo o morto, un bandito, la proibizione ad ambasciatori, baroni, comuni di ostacolare l'arresto di banditi, l'accordo con gli Stati confinanti per impedire il rifugio, le esecuzioni capitali anche di persone autorevoli, l'esposizione delle teste a ponte S. Angelo, se non estirparono del tutto la mala pianta, ne contenerono efficacemente lo sviluppo, finché visse il Pontefice. Le coste erano difese da una piccola flotta, sicché una medaglia commemorativa poté vantare che nello Stato fosse «terra marque securita».

Parve eccessiva la severità di S. nel punire con numerosissime condanne, anche di morte, colpe più o meno gravi, quali l'adulterio, l'incesto, l'aborto, la sodomia, il furto, la bestemmia, le scommesse e il giuoco, la trasgressione del precetto domenicale, la diffusione di notizie false o calunniose. I provvedimenti contro le mire trici ed il lusso non conseguirono l'intento di moralizzare pienamente la città, quantunque ne migliorassero il costume.

Per raccogliere in Castel S. Angelo un tesoro di 4 milioni di scudi d'oro, che doveva servire alle supreme necessità della Chiesa e dello Stato, S. non solo ricorse a rigide economie, ma estese la venalità degli uffici, aumentò di numero e di capitali i «Monti», prestiti fatti allo Stato, che, in cambio di interessi, cedeva il gettito di certe entrate, inaspiri le imposte, con pericolo dell'atti-vità economica dei sudditi: provvedimenti in uso in quelli, ma non lodevoli né utili.

Sono invece meritevoli di alta lode la cura di lui per una rigida e imparziale amministrazione, la sollecitudine per le «cause de poveri», la protezione all'industria e al commercio, l'approvvigionamento di Roma, il lavoro procurato a migliaia di disoccupati in una casa a Ponte Sisto, l'apertura di un ospizio di mendicità per chi non potesse lavorare. E fu ardita, nobilissima impresa la sua, del prosciugamento delle paludi a Ravenna, sotto Orvieto, alle foci del Tevere, e soprattutto delle Pontine, la cui bonifica egli condusse innanzi per tre anni con meraviglioso vigore.

Particolare favore S. diede alla regione nativa: eresse a Bologna un collegio Montalto per giovani delle Marche; costituì un tribunale supremo a Macerata, innalzò Fermo sede arcivescovile, Montalto, S. Severino, Tolentino e Loreto a vescovili; a Loreto compì importanti lavori, fra cui la nuova fortificazione della città.

VII. MECENATISMO DI S.: LA ROMA SISTINA. — Come più celebri papi del Rinascimento, S. fu largo protettore della cultura e dell'arte, favorì l'Università romana rinnovando il Collegio dei professori (1586); creò le Università di Fermo, di Graz, di Quito; istituì, oltre al Collegio di Bologna, quello francescano di S. Bonaventura Roma; fece eseguire nel cortile di Belvedere un nuovo grandioso edificio per la Biblioteca Vaticana, con una vasta sala decorata riccamente in cui sono rappresentati i trionfi della Chiesa e di S.; aprì in Vaticano una tipografia affidata a Domenico Basa; concesse privilegi e sussidi e procurò libri e manoscritti per le pubblicazioni di opere insigni, come gli scritti di S. Bonaventura e gli Annali del Baronio.

Ma soprattutto egli volle che il Papato rifiorante avesse degna sede in Roma. Ancora cardinale, aveva fatto costruire fra il Viminale e l'Esquilino la magnifica villa Montalto, su disegno di Domenico Fontana, che fu poi esecutore principale delle grandi opere di lui Papa. Nel pontificato affidò a Giacomo della Porta il compimento della cupola di S. Pietro, dentro alla cui lanterna sono in musica il suo nome e la data, 1590; iniziò la costruzione del nuovo Palazzo vaticano, che è tuttora residenza abituale dei Pontefici; fece eseguire la scala monumentale dal Vaticano a S. Pietro, terminò, ingrandendolo, il Palazzo del Quirinale; innalzò quello del Laterano e la facciata settentrionale della Basilica, con la loggia delle benedizioni. Presso al Laterano trasportò la Scala Santa, aggiungendo al Sancta Sanctorum le due cappelle laterali ed il portico. Ricostruì molte chiese romane; a S. Maria

Maggior e difiè la grande cappella accanto alla navata destra, collocando sotto l'altare l'oratorio del Presepio e facendo innalzare sulle pareti laterali il sepolcro di S. Pio V ed il suo.

Ripristinò con gigantesco lavoro l'acquedotto alessandrino, l'Acqua Felice, che giungeva fino all'Aracoeli e al Pincio e alimentava grandi fontane, tra cui quella del Mosè a S. Susanna. Per facilitare l'afflusso dei pellegrini alle basiliche costruì lunghissime strade, come il rettile in loco da S. Maria Maggiore al Pincio, parte del quale ha tuttora il nome di Via Sistina. Ampliò le piazze; pensò a costruire un grande bacino a Piazza Termini, derivando dei le acque dell'Ariene.

Non sempre in questi lavori si dimostrò buon gusto d'arte; né furono rispettati monumenti antichi e venerandi: andarono distrutti imponenti avanzi delle Terme di Diocleziano e il Settimio di Settimio Severo. Ma le colonne Traiana e Antonina furono restaurate e sormontate dalle statue degli Apostoli, a dimostrare come il mondo pagano preparasse il trionfo del cristianesimo. E dalle rovine degli edifici romani furono tratti gli obelischi, innalzati all'inizio della Via Sistina, a S. Giovanni, a S. Croce, a Piazza del Popolo: celeberrimo quello di Piazza S. Pietro, che fu trasportato dal circo di Nerone e sollevato sotto la direzione del Fontana, fra l'entusiasmo del popolo (1586): le iscrizioni sull'obelisco e sul basamento, innegranti alle vittorie e al Regno del Cristo, dimostrano quale fosse il pensiero del Papa.

VIII. Uno SGUARDO ALL'OPERA DI S

Dopo avere tenacemente resistito all'indebolimento delle forze e alle gravi cure dello spirito e atteso fino all'ultimo agli obblighi dell'altissimo ufficio, S. chiuse piamente il suo pontificato, che forse la sua attività febbrile aveva reso più breve. La plebaglia, irritata per la rigida giustizia e le gravi imposte, tentò di rovesciare la statua cretagli dal Senato nel Palazzo dei Conservatori; la salma del Pontefice, prima sepolta provvisoriamente in S. Pietro, ebbe tuttavia degno riposo nel monumento di S. Maria Maggiore. Lo posterità ha reso giustizia al grande Pontefice. Uomo di larghissimo vedute, di smisurati propositi, di ferra volontà, di operosità infaticabile, S. non sempre riuscì ad attuare i suoi disegni, né seppe attuarli felicemente. Ma il suo pontificato segnò nella storia della Chiesa dello Stato papale, di Roma un'orma incancellabile. Anche gli aneddoti, veri e non veri, fioriti intorno a lui, mostrano come sia viva ancora la sua memoria. - Vedi tav. XLVIII.
BIBL.: Pastor, X. A. Teetart, *Syxte Quint*, in DTHC, XIV (1941), coll. 2217-38. Nell'anno e nell'altro luogo bibl. ricchissime: V. in particolare, tra le fonti, oltre alle inedite, gli *Acta consistorialia*, il *Bullarium Romanum*, i *Documenti chigiani*, pubblicati dal C.U. moni, la *Relazione del Prulì*, l' *Autobiografia e il Diario del carl Santori*, tra le opere, Bordinus (1588), Robardus (1590), Cicarelli (1593), Maffei (1747), Tempesti (1754), von Ranke (1885), Hübner (1890), Raulich (1892), Orban (1911 e 1913), Balzani (1923), Pastor (1930), *Sicilia*, Rucelli (1922), Pistoleti (1921), Spaccio (1922). Aggiungi J. A. F. Orban, *Documents inédits sur la Rome de Sixte V et du card. Farnèse*, in *Mélanges d'arch. et d'histoire*, 42 (1925), pp. 67-116; M. de Boüard, *Sixte-Quint*, Henri IV et la *Ligue*, in *Revue des quest. histor.*, 116 (1932), pp. 59-140; M. Personné, *Sisto V. il genio della potenza*, Firenze 1935. Cf. inoltre G. Ramacciotti, *Le spese private di Sisto V. in Archivi*, 7 (1940), p. 203 sqq.; G. Drei, *Alessandro Farnese e Sisto V. in Archivi d'Italia*, 9 (1942), pp. 5-24; M. H. Laurent, *Sixte V. e le p. Ange de Joyeuse*, in *Collectanea franc.*, 12 (1942), pp. 552-556; Ottavio da Alatri, *Annali del pontificato di Sisto V. in Italia*, 18 (1943), pp. 3-10, 89-95.