STIL NUOVO. - Anche dolce stil nuovo, espressione che Dante, Purg., XXIV, 57, mette in bocca a Bonagiunta Orbicciani, per indicare una nuova maniera poetica diversa da quella seguita dal notaro Jacopo da Lentini, da Guittone d'Arezzo e dall'Orbicciani stesso.
Di questa nuova maniera poetica era stato iniziatore a Bologna Guido Guinizelli, che Dante chiama (Purg. XXVI, 97-99): « il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d'amor usar dolci e leggiadre ». Certamente non senza intenzione, Dante tira in ballo Bonagiunta, poiché proprio lui, in un celebre sonetto al Guinizelli (cf. Rimatori siculo-toscani del Dugento, 1ª serie, a cura di G. Zaccagni - A. Parducci, Bari 1915, p. 79).

(fot. Eos. Catt.)
La « mainera » che Bonagiunta rimprovera al rimatore bolognese d'aver mutata, è quella del Notaro e di Guittone. L'uniforme e tedioso ripetersi di certi motivi obbligati (« amore è disio che ven dal core... », la crudeltà della donna amata, la speranza della « merzede » o « guiderdone », e via di seguito) costituiva la « mainera » poetica dei rimatori cari al cuore del ghiotto lucchese. E ad esprimere questi triti concetti, un linguaggio rozzo e faticoso, irto di arcaismi e di modi dialettali che urtavano l'orecchio della generazione educata alle levigate forme del parlare fiorentino e all'armonia del verso dell'« altro Guido » e di Dante. Che fra i rimatori della vecchia « mai-
nera » fossero veri poeti, e che alcune delle loro rime abbiano ancora la freschezza d'una limpida sorgente di acqua viva, dimostra soltanto che la poetica è cosa diversa dalla poesia. Ciò per altro non impedisce che, a fianco della poesia, sorgono di tempo in tempo poetiche o « mainere » di poetare, da quella dei siciliani al petrarchismo, al marinismo, al romanticismo, all'ermetismo. Lo s. n. è reazione, in nome della poesia, contro una di siffatte mode o « mainere » poetiche; senza la qual reazione Dante probabilmente si sarebbe fermato a Guittone. E Dante appunto, rispondendo a Bonagiunta, afferma che la novità delle sue rime, a cominciare dalla prima grande canzone della Vita Nuova: « Donne di avete... », consiste nell'aver egli dato espressione ai sentimenti dell'animo ispirato, senza troppo curarsi della « mainera » del Notaro da Lentini o di Guittone; che la vera arte del dittare non trae alimento dall'imitazione di modelli, per quanto eccellenti, ma dall'interiore ispirazione, non soffocata dalla tecnica: « I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando » (Parg., XXIV, 52-54). A taluno questa norma del dittare è così poco nuova, che l'ha trovata sin troppo ovvia, tale ad ogni modo che vale a distinguere la vera poesia di tutti i tempi da quello che poesia non è. Ma se questo è vero, non è men vero che troppo spesso questa semplice norma è stata dimenticata prima e dopo Dante, e conveniva richiamarla in mente. E l'Orbicciani ne riconosce l'opportunità per sé come per il Notaro e per Guittone: « Io veggio ben come le vostre penne / Di retro
al dittator sen vanno strette. / Che delle nostre certo non avvenne. / E qual più oltre a riguardar si mette, / Non vede più dall'uno all'altro stilo » (ibid., 58-61). « Più oltre a riguardar » si son messi parecchi critici moderni, che han finito per non vedere più il nodo che ferma la differenza sostanziale « dall'uno all'altro stilo »; e l'han cercata nel contenuto della poesia stilnovistica: ora in un certo misticismo più o meno filosofico, più o meno arabizzante, o platonico, o francescano, o cistercense, ed ora in certo qual « razionalismo senaistico (sic) ed averroistico », di cui si sarebbero scoperte tracce perfino nella Vita Nuova, anzi più in questa che nel Convivio! E certamente il mondo poetico dei due Guidi, e più ancora quello di Dante, è assai più ricco e complesso che non quello dei siciliani, del lucchese e dell'aretino, sebbene nella poesia di Guittone s'avvertano già motivi riecheggiati nelle rime filosofiche dell'Alighieri. Ma questa maggiore complessità e ricchezza di contenuto non avrebbe potuto affluire nelle forme della poesia stilnovistica, se non si fosse « mutata la mainera » e non si fosse affermata la libertà del poetare che si alimenta di quel che amore « ditta dentro » e di tutto quel che commuove l'animo, dalla bellezza femminea all'orrore della tempesta, dal trillo dell'allodola alla più raccolta meditazione filosofica.
Inteso così, lo s. n. non fu certamente una scuola, almeno nel Guinizelli, nel Cavalcanti e in Dante, poiché ognuno dei tre ebbe il suo mondo poetico e il suo modo particolare di esprimerlo. E se scuola esso accenna a diventare in alcuni dei minori, ciò si deve alla suggestione esercitata da questi tre grandi e dal formarsi di abitudini o « mainere », com'era avvenuto nella poesia siciliana e com'era fatale accadesse anche per lo s. n., finché il Petrarca non infonderà in esso « il pianto del suo cuore », senza per altro impedire che a sua volta una nuova « mainera » prendesse per oltre due secoli il nome da lui. Il poeta stilnovista, quando amore spira, nota; e nell'osservare attentamente i moti del proprio animo, s'accosta alla sorgente inesauribile di ogni vera poesia. Notandoli, dà forma ai propri sentimenti, ai propri pensieri e vien costruendo il suo mondo poetico, veramente suo, perché rispecchia le aspirazioni, gli spirituali interessi, i problemi del suo
creatore: mondo d'aspirazioni morali nel Guinizelli che ha scoperto l'identità dell'amore con la nobiltà e il valore, e che ad esprimere questa identità chiama a raccolta la cultura racimolata nelle scuole di filosofia; mondo fremente di passione in Guido Cavalcanti, ma velato di malinconia, nella certezza che la seduzione amorosa, destinata a svanire, svia spesso la mente dal bene perfetto ed è cagione di morte; mondo di violenti contrasti in Dante e di sovrumane armonie. Dante comincia stilnovista per la suggestione che su lui esercitarono l'uno e l'altro Guido; ma ben presto introduce nella maniera di questi un motivo nuovo: la morte della donna amata. Indi l'amore per il virgineo fantasma di Beatrice si sviluppa in amore per la filosofia, cantata dapprima in canzoni allegoriche che consentono ancora l'uso delle « dolci rime d'amor » adattate alla « bellissima e onestissima figlia de lo imperadore de lo universo » (Conv., II, XV, 12). Questa seconda serie di rime amorose in lode della filosofia formano quello che taluno ha chiamato anche un secondo dolce s. n. Ma improvvisamente Dante interrompe questi canti allegorici e, padrone ormai del volgare, prende a trattare argomenti filosofico-morali con « rima aspra e sottile »; aspra, perché spoglia d'ogni abbellimento retorico; sottile, perché tutta pervasa della subtilitas propria dell'arte del loicare nel definire e distinguere. All'arte del dittare dei bolognesi si viene sostituendo nel suo animo una più complessa poetica, quella dello stile regolato della canzone, di cui vuol esser giustificazione il De vulgari eloquentia. Ma anche questa nuova poetica si rivela insufficiente, quando dal fervore della sua onnipotente immaginativa nasce l'idea del « poema sacro », nel quale l'umanesimo virgiliano si fonde con lo spirito profetico e apocalittico della Bibbia.