TESSALONICESI, EPISTOLE I-II AI

TESSALONICESI, EPISTOLE I-II ai. — Prime due lettere scritte da S. Paolo, nel 50-51 d. C., da Corinto, a pochi mesi di distanza l'una dall'altra. I. E. A. T. —

I. Occasione

All'inizio del 20 viaggio apostolico, nei primi mesi del 50, S. Paolo, dopo aver evangelizzato Filippi (Act. 16) incontrando, come al solito, opposizione da parte dei giudei che gli procurarono «sofferenze ed oltraggi» (I. Thess. 2, 2), si diresse con Sila (Act. 16, 25-17, 4) verso la Tessaglia.

Anfipoli (v.), APOLLONIO (v.) e si fermò a Tessalonica (150 km. da Filippi), dove c'era una sinagoga di giudei. A questi, per tre sabati, espose le S. Scritture, dimostrando la messianità di Gesù; alcuni di essi credettero e si unirono a Paolo e a Sila; aderirono anche un «gran numero di proseliti e Greci e non poche donne delle prime famiglie» (Act. 17, 4). Ciò rese furiosi i giudei, i quali sobbalirono dei ribaldi, assoldarono i parassiti del mercato e delle piazze, e misero sospesa la città; per disfarsi in modo spiccio di Paolo e Sila, circondarono la casa che li ospitava, ma questi erano fuggiti nella notte a Berea, cittadina vicina, onde poter curare da presso lo sviluppo della nuova comunità dei T.; ma i giudei anche a Berea aizzarono il volgo contro Paolo, che, lasciati i collaboratori, dovette allontanarsi per Atene (Act. 17, 1-15). La I Thess. accenna a prove esterne, a sofferenze, oltraggi che Paolo e i convertiti subirono a Tessalonica, persecuzioni che continuarono accanite (2, 2-20); e Paolo trepidante, non potendo tornare, manda

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(per cortesia del sen. Treccani)

TESSALONICESI, EPISTOLE II - Espliciti della I e incipit della II Thess. Bibbia di Borso d'Este, minata tra il 1435 e il 1461, vol. II, fol. 207 - Modena, Biblioteca Estense.

Il suo diletto Timoteo per confermare ed incoraggiare i cristiani nella fede (3, 2-8; cf. ancora II Thess. 1, 4-6). Riusciti a scacciare l'Apostolo dopo appena tre settimane, senza avergli permesso di portare a termine l'insegnamento sulle verità del cristianesimo (I Thess. 3, 10) i giudei sperano ora di cancellare ogni traccia della sua opera; ricorrono alla violenza e alla calunnia; rappresentano Paolo quale ciarlatano, vanitoso, vile che ha abbandonato quanti gli han creduto. S. Paolo apprende ciò da Timoteo, che però porta notizie consolanti sulla fermezza dei convertiti. Questo rapporto fu l'occasione prossima della I Thess.

2. Contenuto

Dopo il saluto, che è un augurio e una benedizione (1, 1), S. Paolo difende con fierezza l'onore del suo ministero, come in Gal. e II Cor. I fedeli di Tessalonica rimangono affezionati (3, 6 sgg.) a Paolo, che intreccia le più grandi lodi per essi alle affermazioni più ricche in sua difesa. Contro coloro che vorrebbero dipingerlo qual ciarlatano ricorda (1, 5) i miracoli, i segni palesi dello Spirito Santo che hanno accompagnato la sua predicazione (cf. 2, 2) e il grande risultato ottenuto (1, 6-9). Paolo ha agito sempre badando a compiere solo la volontà divina tra continue sofferenze e umiliazioni (2, 1-6); il suo disinteresse è tale che, pur avendo diritto al sostentamento da parte dei fedeli, ha sempre voluto procurarlo a sé e ai suoi collaboratori, con il suo lavoro manuale (2, 7), spinto a ciò da un motivo soprannaturale (cf. I Cor. 9, 7-18), non da diffidenza verso i suoi fedeli, che ama come una nutrice, un padre (2, 8-11). Non è vero che egli sia fuggito pensando a sé e abbandonando gli altri al loro destino (2, 13; 3, 1-13); ha tentato due volte di ritornare in mezzo a loro, ma Satana glielo ha impedito; ha mandato Timoteo perciò, che al suo ritorno gli dà le più belle notizie: l'Apostolo si sente rivivere e ringrazia Dio di cui invoca le grazie sui fedeli (3, 8-13). Qui termina la parte principale ed unitaria della lettera (capp. 1-3). I capp. 4-5 contengono raccomandazioni pratiche varie, brevi e brevissime, che si susseguono,

senza costituire un insieme organico. Si conservino puri (4, 1-8); progrediscano nella carità (4, 9-12); temperino le manifestazioni esterne di lutto dando ai gentili, che non hanno speranza, la dimostrazione della loro fede nella futura risurrezione con il ricongiungimento in Cristo di coloro che la morte aveva separati (4, 13-18); aspettino con fervore il realizzarsi della promessa divina sul trionfo del Regno di Dio, preparandosi ad esso con la preghiera e la santità della vita (5, 1-12); rispettino ed amino i capi della comunità, correggono gli oziosi e quanti hanno bisogno di riprendere, sempre lieti nel Signore e grati a Dio, perseverino nella preghiera, accolgano i lumini carismi dello Spirito Santo e fuggono ogni male (5, 16-22). Paolo chiude invocando per i fedeli ogni grazia del Signore e inviando loro il suo saluto (5, 23-28).

3. La «consolazione» circa i defunti

Il testo della terza esortazione (4, 13-18) è il seguente: «Non vogliamo che siate nell'ignoranza, o fratelli, circa coloro che muoiono ("si addormentano"), affinché non vi abbandonate alla tristezza come gli altri (i pagani) che non hanno speranza. Poiché se crediamo che Gesù è morto e risuscitato, dobbiamo anche credere che Dio condurrà con Gesù quanti muoiono in Lui. Questo infatti vi diciamo per parola del Signore: Noi, vivi, superstiti, non saremo separati dai nostri defunti, alla venuta del Signore (muoveremo incontro al Signore quando Egli verrà, tutti insieme, noi e quelli che oggi piangiamo defunti). Perché il Signore in persona, al comando, al grido di arcangelo, allo squillo di tromba divina, scenderà dal cielo, e i morti nel Cristo (tutti) dapprima risorgeranno; poi noi vivi superstiti insieme ad essi (i carni defunti che piangiamo) saremo partiti sulle nubi incontro al Signore in cielo, e così uniti saremo sempre con il Signore. Consolati pertanto scambieranno mente con tali detti». Questa traduzione, specialmente per la frase «Noi vivi superstiti, ci riuniremo ai nostri defunti quando il Signore verrà», che esclude in Paolo come nei suoi fedeli l'errore di ogni fantastica attesa dell'imminente ritorno del Cristo e fine del mondo, e quindi dell'esenzione dalla morte di presunti sopravvivenzi alla parusia (v.) del Signore (in netto contrasto con quanto esplicitamente e ripetutamente insegna a Paolo sulla universalità della morte e sulla certezza e il desiderio che ha di morire per essere con il Cristo), è stata stabilita su solide basi lessicografiche e sintattiche da A. Romeo (Nos qui vivimus, qui residui sumus, in Verbum Domini, 9 [1929], pp. 307-12; 339-47; 360-64) e accettata da K. Staab nel suo recente commento (1950) come l'unica rispondente al testo, al contesto e a tutto l'insegnamento di Paolo. Spiegare come ancora fanno molti «noi lasciati per la parusia del Signore», e ritenere che «lo scopo principale (di s. Paolo in questa lettera) è manifestato, mentre di correggere l'errore dei neofiti sugli svantaggi dei defunti al momento della parusia» ritenuta imminente e di connettere a questo errore l'ozio di alcuni (D. Buzy e comunemente), è poggiare su una base errata una ricostruzione fantastica. In realtà il verbo «replècito» («essere superstite») non si costruisce mai con clic e l'accusativo; non si riferisce mai al futuro; invece il verbo «dàvo» (Grimme, Zorell: «nequaquam ante illos aut sine illis ad gloriam perveniemus») negli autori greci più recenti si costruisce sempre con clic e l'accusativo; e questo è l'uso di s. Paolo nelle altre due volte che l'adopera (Rom. 9, 31; Phil. 3, 16), sempre ponendo clic e l'accusativo prima del verbo «dàvo». I due participi (vivì, superstiti), con l'articolo, equivalgono a due proposizioni relative; e vanno distaccati dal verbo al futuro, al trimento di dovrebbe tradurre: «Non saremo i primi a vivere» (cf. Platone, Eutidemo, II, inizio; Curtius, § 391 e), il che sarebbe un nonnenso.

Né si può affermare che 6 versetti (4, 13-18), relegati tra le altre raccomandazioni, costituiscano il fine principale dell'epistola, che qui parla di eccessiva manifestazione di lutto; l'Apostolo esplicitamente afferma che scrive ai fedeli «perché non si rattristino come i pagani, privi della consolante speranza cristiana», e per «conso-larli» (vv. 13, 18): è un tema secondario concernente la vita pratica, e non «errore» o dottrina nuova (Vosté, Buzy, Amiot, ecc.). Di pretesi «vantaggi» o «svantaggi» a proposito della venuta finale del Cristo non si ha traccia né in s. Paolo né nel resto del Nuovo Testamento; del supposto «errore» non si riesce a comprendere i motivi e la natura. È, infine, un arbitrio connettere la naturalissima raccomandazione contro gli oziosi (che ritorna, ad es., in Eph. 4, 28; I Tim. 5, 13) «Ve ne preghiamo, fratelli, riprendete gli oziosi, incoraggiate i pusillanimi ecc.» (I Thess. 5, 14; cf. 4, 11 sg.) alla pretesa aspettazione della fine imminente. S. Paolo la ripeterà con energia in II Thess. 3, 6-12: «Se qualcuno rifiuta di lavorare, non mangia». A Tessalonica dovevano abbondare i fannulloni (cf. Act. 17, 5), e alcuni si erano introdotti tra i fedeli, sfruttando magari la generosa carità dei buoni convertiti, lodata da Paolo (II Thess. 1, 3). Non una sola parola, nelle due lettere, può suscitare il sospetto che qualcuno si astenesse dal lavoro per un errore teorico, e precisamente per l'attesa della parusia.

s. Paolo anima i fedeli con la promessa del trionfo del regno di Dio e della loro liberazione dalla odiosa persecuzione (eventi ai quali devono degnamente prepararsi, V. 11 sgg.) e con la minaccia per i giudei del meritato castigo (1, 3-10).

È il tema trattato in I Thess. 5, 1-11, ora riesaminato: basti avvicinare II Thess. 1, 7, 10; Mt. 24, 30 sgg.; Lc. 21, 28. 31 (F. Spadafora, La fine di Gerusalemme, Rovigo 1951, pp. 93-108). Segue quindi la rettifica che riguarda un particolare del tema suddetto: si continua a notare il parallelismo letterale tra II Thess. 2, 1 sgg. e Mt. 24, 31. 6. 4 ecc. (Rinaldi [V. BIBLICA.], p. 141). «Vi preghiamo, fratelli, circa la venuta del N. S. Gesù Cristo (= Mt. 24, 3; Mc. 13, 4; Lc. 21, 7; il «giorno del Signore» della I Thess. 5, 1-11 = la distruzione di Gerusalemme) e del nostro adunarci con Lui (= Mt. 24, 31; cf. Lc. 21, 28. 31; è la «trionfale espansione del Vangelo, del regno messianico, a partire dalla rovina di Gerusalemme»: M.-J. Lagrange; F. Spadafora, op. cit., p. 97 sgg.), di non lasciarvi così turbare (= Mt. 24, 6), come fosse imminente il giorno del Signore». «Che nessuno vi confonda» (= Mt. 24, 4 sgg.); non si lascino ingannare; l'Apostolo ha dato loro segni inconfondibili che lo manifesteranno vicino: li richiamano alla memoria (II Thess. 2, 1-17). Seguono quindi un ammonimento generico, che è anche un voto di Paolo (3, 1-5); una energia riprensione per quei fedeli che continuano a vivere alle spalle degli altri (3, 6-15) e l'augurio e il saluto finale (3, 16-19).

I segni: «Quel giorno non verrà prima che sia avvenuta l'apostasia (Mt. 24, 6-13; cf. 23, 16. 19; Mc. 13, 11 sgg.; specialmente Lc. 18. 8, si tratta delle defezioni avvenute nella Chiesa di Palestina: Hebr. 6, 4 sgg.; 10, 26-38; cf. Mt. 24, 13; Lc. 21, 19; Hebr. 10, 36) e si sia manifestato l'iniquo, il dannato, l'avversario (o l'antirristo): cf. I Io. 2, 18-22: è la sinagoga in senso collettivo, gli zeloti, i loro capi, o in particolare qualcuno di questi, colui che s'oppone a Dio e si esalta (frasi tolte da Dan. 11, 36; cf. 8, 10 sgg., dette del persecutore Antioco IV Epifane, profanatore del Tempio) e che s'innalzerà e si magnificherà sopra ogni dio...», fino a insediarsi nel Tempio di Dio e a proclamarsi Dio». In realtà, gli zeloti e i loro capi si insediarono nel Tempio che profaneranno (Flavio Giuseppe, Bell. Jud., V, 1, 3. 13). È il segno per eccellenza, ultimo, dato da Gesù per l'«inizio della tribolazione» (l'assedio) e la distruzione di Gerusalemme (Mt. 24, 15; Mc. 13, 14: «quando vedrete» l'ornata abominazione [Dan. 9, 17; 12, 11] stare nel luogo santo»). L'abominazione della desolazione sarà là dove non dovrebbe (Mc.); più precisamente nel luogo santo (Mt.), cioè nel Tempio (Dan.). Sarà la profanazione del Tempio, che avvenne nel 68 d. C., due anni prima della rovina di Gerusalemme (Fl. Giuseppe, Bell. Jud., 1V, 5, 1; 5, 3); la profanazione del Tempio operata da Antioco Epifane e che deve riprodursi alla vigilia della desolazione predetta da Daniele. Nel 68, quando Giovanni di Gisela s'impardoni del santuario per farne la sua fortezza, il sangue umano corse a rivi nel luogo santo; due sommi sacerdoti e una folla di nobili vittime caddero sotto il pugnale degli zeloti. Questa profanazione era il presagio dell'imminente rovina. S. Luca pose al posto di questo segno uno equivalente più intellegibile per i suoi lettori: «Quando vedrete Gerusalemme cinta da armate...». Nel 69 d. C. le legioni romane occupavano Hebron, Emmaus, Bethel e Gerico; il cerchio di ferro si chiudeva intorno alla capitale (F. Prat. Jézus-Christ, II, Parigi 1933, p. 247; S. Van Dodeward, in Studia catholica, 20 [1944], pp. 125-35). «Non vi ricordate come, quand'ero tra voi, vi dicevo queste cose? E voi ben sapete l'impedimento (το κετύχων «ciò che trattiene») in modo che egli (l'avversario) si manifesti soltanto nel momento assegnatogli (nel tempo suo); questo mistero d'iniquità infatti già esercita la sua azione, solo che c'è chi attualmente lo trattiene (το κετύχων) fino a che non venga tolto di mezzo. Allora l'iniquo si manifesterà; ma Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e l'annienterà con il fulgore della sua venuta (parusia); e la "parusia" dell'empio, per l'azione di Satana, si effettuerà con ogni specie di seduzione di cui l'iniquità è capace, a rovina di quelli che si perdono perché non hanno accettato e amato la verità che li avrebbe salvati».

«Bisogna ammettere con certezza che Gesù (Mt. 24; Mc. 13, 22) e Paolo (II Thess. 2, 1-12) parlano dello stesso evento e vedere nella profezia di Gesù la fonte della dottrina di Paolo» (K. Staab [V. BIBLICA.], p. 41). Il «mistero d'iniquità», già in azione, è la violenta persecuzione dei giudei, di cui parla l'Apostolo in tutte e due le lettere. Chiave di volta, per l'esegesi della pericope e del tema trattato, è l'identificazione della potenza (το κετύχων) al neutro) e della persona (το κετύχων) participi maschile) che impedisce la manifestazione piena di questo iniquo furore. «Il neutro del V. 6 esprime una funzione imper-sionale dell'ostacolo, il maschile del V. 7 l'agente personale di questa medesima funzione... Bisogna riconoscere che l'unica spiegazione che tiene conto del passaggio dal neutro al maschile è la più antica, e la più comune, dai Padri della Chiesa ai moderni, pur nei diversi modi in cui è intesa: il neutro indica l'Impero di Roma, l'autorità romana, il maschile il rappresentante di questa autorità in Palestina (altri, l'imperatore, con divergenza nel l'indicazione). Hugo Grotius proponeva, con probabilità, il nome del governatore, Vitellio» (O. Cullmann [V. BIBLICA.], p. 212 sgg.). Il p. Vostè definiva «tradizionale» e quasi «apostolica», questa spiegazione. L'obbiezione, ripetutamente formulata (Cullmann, Buzv, ecc.) contro di essa: ma l'Impero romano è caduto e l'anticristo con la fine del mondo non è venuto, svanisce quando, invece di proiettare indebitamente questa pericope alla fine del mondo, si spiegano i termini nel loro vero significato e alla luce di Mt. 24 e Lc. 21 da cui sono presi; e quando si guardi realisticamente al compimento di questa profezia. I giudei sono trattenuti nel loro odio contro la Chiesa nascente dall'autorità di Roma. Simulano una somnossa popolare per uccidere, senza autorizzazione, S. Stefano (Act. 7, 57-60); solo l'intervento provvidenziale di un tribuno toglie loro di mano Paolo, mentre lo tiran fuori dal luogo sacro per ucciderlo (ibid. 21, 27-34); e il tribuno deve mandarlo sotto scorta a Cesarea, per sventare la congiura fatta per sopprimerlo (ibid. 23, 12-35). Sotto Erode Agrippa (ibid. 12) viene ucciso Giacomo, e Pietro avrebbe dovuto subire la stessa sorte. Invece, ritornata la Giudea sotto i procuratori romani (42-62: dalla persecuzione di Agrippa fino alla morte di Giacomo «fratello del Signore»), la Chiesa vive in pace. «Questa tregua di venti anni è senza dubbio procurata dalla amministrazione romana che ha ripreso il governo della Giudea...» (G. Lebreton, in Fliche-Martin-Frutaz, I [1937], p. 209). «Nel 61 e nel 62 il sommo sacerdote Anna (Hanan) il giovane, approfittando dell'occasione che Festo era morto e che Albino, suo successore, non era ancora arrivato, radunò il Sinedrio e vi fece comparire il fratello di Gesù, chiamato Giacomo, e alcuni altri, come colpevoli di aver violato la legge, e li fece lapidare» (Flavio Giuseppe, Antiq. Jud., XX, 9, 1). L'odio esploderà violento, quando questa autorità, nel suo rappresentante, sarà messa da parte con la ribellione degli zeloti, insorti contro i Romani; essi scacciarono (a metà del 66 d. C.) Gessio Floro e sconfissero il legato di Siria Cestio Gallo (ai primi del nov. 66), intervenuto con un esercito. Per i prodigi, segni ecc., da parte dell'empio, cf. Mt. 24, 23 sgg.; Mc. 13, 21 sgg. (Fl. Giuseppe, Bell. Jud., VI, 5). Gesù aveva detto ai giudei che essi, rifiutando la sua parola, avrebbero accolto qualunque altro pseudomessia (Io. 5, 43); ciò si andava realizzando, e i giudei (II Thess. 2, 12), «che non conoscono Dio, che non obbediscono al vangelo di N. Signore» subiranno il tremendo castigo (ibid. 1, 7-9). Ai cristiani invece è predetta l'espansione mirabile della Chiesa in connessione con la distruzione di Gerusalemme (Lc. 21, 28-31; II Thess. 2, 17: cf. A. Harnack, Missione e pro-pagazione del cristianesimo nei primi tre secoli, trad. it., Torino 1906, p. 41 sgg.). S. Paolo a Tessalonica, dinanzi alla violenta persecuzione giudaica, aveva comunicato tale profezia, imitando l'esempio di Gesù, che dopo aver predetto ai suoi seguaci sofferenze e persecuzioni aveva aggiunto la promessa del trionfo della Chiesa. S. Paolo sapeva dalla catechesi apostolica che la distruzione di

Gerasulemme sarebbe avvenuta prima che perisse la generazione contemporanea del Redentore (Mt. 24, 34 e paralleli), ma ne ignorava la data precisa taciuta dal Signore (Mt. 24, 36; Mc. 13, 32). Eran passati ca. 20 anni (dal 30 d. C. al 51 c. a.) e Paolo la riteneva già prossima (I Thess. 1, 10; 2, 16; cf. 5, 1-11). Nessuna meraviglia e nessun errore (nessuna dottrina nuova), se ancor più i fedeli, sotto la sferza delle persecuzioni, l'avessero creduta imminente. Ma s. Paolo aveva anche comunicato loro i segni premonitori, e, tra questi, il segno immediato e inconfondibile, della ribellione a Roma e della profanazione del Tempio. Non dovevano, non potevano pertanto lasciarsi andare ad attese inutili o crearsi illusioni che potevano essere pericolose. In tal modo, si spiega perché s. Paolo non ritorni più, nelle altre sue lettere, su questo argomento (Gal., Cor., Rom., ecc.); è questione di circostanza ambientale. Vi ritornerà invece, con accenni abbastanza chiari, in Hebr. L'essersi letterale-storica, che esclude ogni riferimento alla fine del mondo, è la sola plausibile, e rende ragione del testo e del contesto (cf. L. Tondelli, Gesù Cristo, Torino 1936, pp. 388-399). Basti considerare l'inutilità dei tentativi fatti per spiegare II Thess. 2 nella prospettiva della fine del mondo (Buzy [V. BIBLICA.], p. 182 sgg.), sicché molti moderni (B. Rigaux [V. BIBLICA.], p. 306 sgg.; G. Ricciotti; ecc.), ecco di s. Agostino (De civ. Dei, XX, 19), affermano che è impossibile determinare la natura dell'ostacolo e pertanto il senso preciso della pericope.

Tra gli ultimi tentativi esegetici, gode attualmente favore tra i cattolici (Allo, Buzy, Amiot) quello che, avvicinando II Thess. 2, 1-11 ad Apoc. II, vede nella lotta della bestia contro i due testimoni l'analogia chiarificatrice per la nostra pericope: i testimoni (che combattono le forze del male, vengono uccisi dalla bestia) corrisponderebbero esattamente all'ostacolo che impedisce la manifestazione dell'aversario, il quale avrà campo libero solo quando l'ostacolo sarà messo da parte; ma lo stesso Amiot deve riconoscere ([V. BIBLICA.], p. 277 sgg.) che la scomparsa momentanea dei predicatori del vangelo rimane un mistero, che Gesù ha assicurato la sua protezione fino alla fine della fase terrestre del Regno di Dio (Mt. 28, 20). Ma, quel che più conta, è erroneo addurre qui l'Apocalisse, scritto posteriore e di un genere letterario ben differente; il veggente di Patmos adombra la lotta continua di Satana contro il Regno di Dio in tutto il corso del suo sviluppo, dalla incarnazione del Verbo fino a che la fase terrestre del Regno di Dio non sia finita; e la pericope dei due testimoni è attualmente intesa, ben a ragione, del martirio di s. Pietro e di s. Paolo a Roma sotto Nerone. Satana trionfa, nei suoi satelliti; ma i veri trionfatori sono i martiri; la persecuzione è passata, Nerone è stato ucciso, ma la Chiesa permane, si sviluppa purificandosi, trionfa (Apoc. II, 3-13; cf. J. Munck, Tertius una Paulus in der Glaubnungen Johannes, Copenhagen 1950, recens. in Revue biblique, 58 [1951], p. 627 sgg.; P. Boismard, L'apocalypse ou les apocalypses de St Jean, ibid., 56 [1949], pp. 533 sgg.; 540; e già J. Mariana, 1619). Né c'è bisogno di sottolineare come i segni offerti da s. Paolo dovevano essere cose chiare, inconfondibili, che si sarebbero realizzate allora. Nelle altre spiegazioni, invece, si rimane nella più grande indeterminatezza: i segni sarebbero generici e perciò inutili. L'ammettere, poi, in Paolo una opinione errata circa la prossimità della fine, contraddice alle circostanze ambientali-storiche ed a tutto il contesto delle due Thess. Con la spiegazione del discorso di Gesù sulla fine di Gerusalemme (Lc. 17, 20-18, 8; Mt. 24; Mc. 13; Lc. 21), che esclude ogni accenno sulla fine del mondo, si è finalmente aperta la strada alla retta comprensione della II Thess. 1-2, in stretta connessione con la I Thess. (specie 5, 1-11); nelle due Thess. echeggia la solenne profezia di Gesù.

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Francesco Spadafora