TRIBÙ. - Gruppo sociale semplice, di significato fondamentale etnico, tuttavia diverso nel mondo classico (lat. tribus; gr. φιδές), in quello biblico (Volg. tribus, Settanta ἔθνος, ecc. come vers. dell'ebr. šebhet, matteh, dal significato originario « bastone, ramo »; inoltre l'ōm, 'ummāh « gens », mišpāhāth « famiglie », o « parentele ») e in altri a cui il termine fu esteso, nel senso di gruppo di transizione tra gruppi locali e matrimoniali e i grandi gruppi politici di nazione e stato.
Nell'uso biblico il termine è consacrato a designare le 12 ripartizioni in cui il popolo d'Israele si riconosceva diviso, e che ebbero applicazioni sociali, religiose, militari e talvolta amministrative. Si annetteva alla ripartizione un concetto genetico (si denominavano dai 12 figli di Giacobbe, come capostipiti), ma anche topografico: e topografico fu anche l'impiego dei relativi nomi, come « regioni ». Il numero 12 era invariabile: Levi non aveva territorio, ma invece che Giuseppe si computavano le tribù dei due figli di lui, Ephraim e Manasse. In complesso si hanno: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issachar, Zabulon, Giuseppe, Beniamin, Dan, Nephthali, Gad, Aser, Ephraim e Manasse (v. le singole voci). Le tribù erano suddivise in parentele (mišpāhōth) e casati (bēth 'ābhōth, bāttim): cf., ad es., Ios. 7, 14. Acquistando valore amministrativo le tribù ebbero « capi » (nāšī, princeps), i cui nomi sono noti per alcune epoche, come quella mosaica (Num. 1, 44, nel deserto; I Par. 27, 16 sgg., per l'età di David, ecc.). Dopo l'esilio i censimenti si modellarono sullo schema tribale antico, che però avrà avuto puro valore topografico, o anche solo convenzionale, rimasto fino all'epoca cristiana, in cui si ricorda Anna della tribù di Aser, Paolo di Beniamin (Lc. 2, 36; Rom. 11, 1; Phil. 3, 5). Si parla inoltre delle 12 tribù d'Israele, per dire la totalità del popolo eletto in senso messianico (Mt. 19, 28; Apoc. 7, 5 sgg.; 21, 12 sgg.; cf. Ez. 47, 13-48, 35). Giovanni Rinaldi