TÔRÂH. - Termine ebraico che nella Bibbia significa una direttiva autorevolmente impartita (da Dio, dal sacerdote, dal profeta, dal re, o dal sapiente), divenuto, dopo l'esilio babilonese, la designazione consueta della Legge mosaica, in primo luogo degli scritti del Pentateuco (v.).
Il sostantivo t. ricorre 219 volte nella Bibbia ebraica. Molto si è discusso sulla sua origine ed evoluzione semantica. Scartata la teoria dell'assiriologo Frd. Delitzsch (1850-1922) che derivava t. dall'accadico tertu (« missione, oracolo divino, comandamento, legge »), rimane quella di W. Gesenius (1786-1842), riaffermata da S. R. Driver, oggi da G. Östborn: t. viene dal verbo hôrah (hiph'il di jârah « gettare »), che ricorre 53 volte nella Bibbia ebraica, il cui senso primitivo sarebbe « tendere la mano o il dito per mostrare la strada », onde « indicare » (Gen. 46, 28) o « dirigere » (Iudc. 13, 8). La spiegazione di J. Wellhausen, seguito da W. Nowack, I. Benzinger, che t. proviene dal significato specifico di jârah e hôrah « gettare » le sorti (Jos. 18, 6; le frecce: I Sam. 20, 30, 36), uso accostato alla consultazione con l'ephod o gli 'ârimtummim, per cui t. denoterebbe originariamente la « direttiva » ottenuta dal sacerdote con il tiro delle sacre sorti, e oggi ritenuta infondata da J. Begrich, G. Östborn. T. può ritenersi connesso con il participio môrah « insegnante » (Job 36, 22), rimasto ad alcune località che forse erano sedi di antichi oracoli (Gen. 12, 6; Deut. 11, 30; Iudc. 7, 1).
Vi è stretta connessione tra t. e l'idea di « cammino, via » (dêrekh), come implica l'etimologia intuita da Gesenius « mostrare la vita ». Partendo da questo significato fondamentale (« indicazione » del cammino da seguire), t. attraverso tre stadi semantici: « direttiva », « istruzione », infine « legge ». T. non ricorre nel documento J. raramente in E (Ex. 13, 9; 16, 4; 18, 16, 20; 24, 12); diventa frequente nel Deuteronomio, nel Levítico e altri documenti detti « sacerdotali » fino a Par.-Eid.-Neh., sempre più negli scritti profetici più recenti e nei salmi recenti. In Ex. 18, 16, 20 (E) le decisioni profane su liti tra vicini, date da Mosè dopo aver « consultato Dio », sono dette « le ingiunzioni » (huqim) di Dio e le sue « direttive » (tôrôth). Le tôrôth erano decisioni imposte d'autorità dal capo o giudice; formavano precedenti per i casi uguali in futuro, specie quelle per questioni difficili; venne così formandosi, forse già prima di Mosè, un corpo progressivo di leggi civili e penali, conservate e tramandate dalla tradizione. Le « direttive » erano talora date in forma di « risposta divina », attraverso i procedimenti oracolari dei sacerdoti o l'ispirazione dei profeti. Presso i profeti la t. (di solito al singolare) è « insegnamento » morale e spirituale (Am. 2, 4); « la t. del nostro Dio » racchiude le norme di moralità in cui consiste il vero servizio di Dio (Is. 1, 10; 5, 24; 8, 16, 20; 30, 9). Il profeta è detto môrah (« insegnante»), della stessa radice di t. (Is. 9, 14; 30, 20). In Ier. 6, 19; 9, 13; ecc., t. designa sia la predicazione dei profeti, sia la tradizione mosaica. Il senso generico di « insegnamento » appare anche nei libri didattici: la t. è data da Dio al suo fedele (Job 22, 22; Ps. 78, 1 ebr.), dai sapienti (Prov. 3, 1; 4, 2; 6, 23; 7, 2; 13, 14), dalla madre (ibid. 1, 8; 6, 20; 31, 26); Jahweh (o il suo rappresentante) la darà nel regno messianico (Is. 2, 3 = Mich. 4, 2; Ier. 31, 33; Is. 42, 4; 51, 4). In questo secondo stadio semantico, la t. (« istruzione », « ammaestramento ») ha per scopo ed effetto la dâ'ath « conoscenza ». La t. dispensata dal sacerdote ha per oggetto il culto e i riti, ma anche la religione di Jahweh in generale; la t. del profeta è più direttamente una parenesi etico-spirituale; la t. del sapiente, cui si può ricollegare la t. che i genitori danno ai figli, è l'istruzione-educazione degli inesperti, e alla t. di « sapienza » relativa alla vita pratica e ai mestieri sembra collegarsi Ez. 43, 10-15 ove t. (ben tradotto dai Settanta ἡ διαγραφή) è « la pianta del tempio ».
A fianco di quest'uso largo del termine, vi era la t. in senso stretto, legislazione amministrata dal sacerdozio. I profeti più antichi attestano l'esistenza della t. obbligatoria per tutti, su base morale (cf. Ex. 23, 1-9; Lev. 19, 1-37), che doveva attuare in Israele la « conoscenza di Dio ». Il sacerdote doveva applicarla ed inculcarla; alla negligenza della t. da parte dei sacerdoti sono dovuti i delitti d'Israele (Os. 4, 1-6). Particolarmente associata al sacerdozio, la t. (come il verbo affine hôrāh) denotava la direttiva (orale) che i sacerdoti davano in nome di Jahweh, specie in materia di osservanza rituale (sacrifici vari e modalità, condizioni della purità, criteri della lebbra, ecc.), a quanti li interrogavano; cf. Agg. 2, 11; Mal. 2, 6-9. I depositari e dispensatori della t. erano i sacerdoti: Mich. 3, 11; Ier. 2, 8; 18, 18; Soph. 3, 4; Ez. 7, 26; 22, 16; 44, 23 (cf. Lev. 14, 57); cf. Hab. 1, 2-4 e Lam. 2, 9. Affidata al sacerdozio (cf. II Reg. 17, 27-28; II Par. 15, 3), la t. esigeva l'assoluta fedeltà a certi principi di purità morale e rituale, individuale e collettiva, la cui negligenza o violazione costituiva il delitto, rovinoso per Israele, dei sacerdoti infedeli. La t. cerimoniale era preminente; ma non meno reale era la t. giudiziaria e morale. Non può mettersi in dubbio che questa t., sotto tutti i suoi aspetti, ebbe origine da Mosè (S. R. Driver [v. bibl.], p. 66 a); compito dei sacerdoti era solo di preservare e custodire ciò che Mosè aveva lasciato (Deut. 33, 4, 9 sg.). I critici, con J. Wellhausen, fanno sì risalire la t. a Mosè, ma solo come principio, come tradizione orale iniziale; la posteriore t. scritta sarebbe la fissazione molto tarda di questa tradizione.
Il senso di « legge », antico quanto quello di « direttiva » e di « insegnamento », poiché la t. implicava un obbligo per colui che la riceveva (Deut. 17, 11: « opererà a norma della t. [direttiva] che ti avranno data e i sacerdoti leviti e il tribunale; 24, 8: « eseguite tutto ciò che vi insegnano [jōrā] i sacerdoti leviti; 30, 10, ove mišpāṭim [cf. Ex. 21, 1] è sinonimo di t.), divenne prevalente nel periodo detto deuteronomico (ca. 622 a. C.) e più ancora durante e dopo l'esilio (sec. VI a. C.). Nel Deuteronomio, specie nella formula « questa t. » (Deut. 1, 5 a 32, 46: 19 volte), il termine indica talora il codice di leggi incorporato nel Deut., talora più genericamente l'esposizione sia parenetica sia legale dei doveri d'Israele, e in quest'ultimo senso t. ricorre (« il libro della t. » « la t. di Mosè », ecc.) nelle sezioni « deuteronomiche » di Ios. e Reg. (Jos. 1, 7-8; 8, 31-34; 22, 5; 23, 6; I Reg. 2, 3; II Reg. 10, 31 a 23, 24-25: 10 volte).
Con l'andar del tempo, t. denotò un complesso di direttive tecniche su un dato argomento; questo senso è comune nel « codice sacerdotale » (P), specie nella formula « questa è la t. (« corpo di norme o leggi ») dell'olocausto, dell'offerta, del lebbroso, del nazireo, ecc. » (Lev. 6, 9-25 a 26, 46: 15 volte; Num. 5, 29-30 a 31, 21: 7 volte). Anche qui il senso primitivo di t. dev'esser stato quello di direttive date al laicato, e non (come in Lev. 6-7) di norme regolanti la prassi sacerdotale. Nei Salmi, t. indica spesso le parti legislative del Pentateuco in generale (Ps. ebr. 1, 2; 19, 7; 37, 31; 40, 8; 94, 12; 119, 1, 18 ecc.). Così si spiega che la t. fu detta dāth « legge » in aramaico (Esl. 7, 12-26; cf. Esth. 1, 13; 3, 8; ecc.), e poi dei Settanta (sec. III-II a. C.) quasi sempre (191 su ca. 212 casi) νόμος (Volgata lex), anche quando t. significa « direttiva » o « insegnamento ».
Dopo il tempo di Esdra, t. indica, ancor più genericamente, il Pentateuco come un tutto. Il sacerdote Esdra, « scriba esperto nella t. di Mosè » (Esl. 7, 6), fu dai posteri venerato quale restauratore della t. mosaica. La collezione dei cinque libri mosaici era complessivamente detta t. già nel sec. V a. C. Tutto il Pentateuco è detto hat-t. o sēpher hat-t. o sēpher tōrāth Mōleh in I Par. 16, 40;
II Par. 31, 3; ecc.; Eul. 3, 2; Neh. 8, 1-3. Al tempo di Cristo t. designava i 5 libri mosaici (ὁ νόμος; Lc. 10, 26; ὁ νόμος Μουσέως; Lc. 2, 22) e talora, dalla parte principale, tutte le antiche Scritture (ὁ νόμος; I Cor. 14, 21).
Codice, testimonianza (Deut. 31, 26), sintesi e fondamento dell'alleanza di Jahweh con Israele, la t. di Mosè, cioè i 5 primi libri della Bibbia, si svolge intorno a un tema generale unificatore, che può esprimersi nella tesi seguente: esiste un eterno piano divino (cf. Eph. 1, 10; 3, 9: « economia ») che si realizza progressivamente, contro tutti gli ostacoli, e il cui termine è la creazione del popolo eletto come nazione teocratica, con la legge mosaica quale direttiva e la terra promessa quale premio. Religione essenzialmente basata sulla Rivelazione, il giudaismo crede che la Rivelazione è contenuta nella T., nella quale tutto è compreso, anche le Scritture successive dei profeti. D'importanza unica e trascendente, dono sommo di Dio (« il dono della t. » [mattēn 1.] nella sfolgorante teofania del Sinai è l'evento capitale della storia d'Israele), la T. è il legame diretto ed esclusivo tra Jahweh e il suo popolo. Rivelazione della volontà di Dio a Israele, è la regola obiettiva assoluta della vita individuale e sociale: questa si riduce tutta a « custodire la T. » divina, come non cessa di ripetere il pio Salmista (Ps. 118 [119]). L'Israelita che trasgredisce la T. rompe il giogo del regno di Dio; come nel Vangelo (Mt. 19, 17), anche negli apocrifi (Testam. XII Patr., Iubil., IV Esd.) la norma suprema per salvarsi è « osservare i comandamenti » della T.
Poco a poco, nel giudaismo, la T. si sostituì alla Sapienza. Già nel Siracide la Sapienza, promanazione che è quasi un'ipotesi divina, si connette o perfino s'identifica con la T. (Eccl. 19, 16; 24, 22; 32, 15; 33, 2; 34, 8; 39, 8). In seguito l'identificazione si accentua e la T. riveste gli attributi divini, compare al lato del Creatore, primogenita di Dio e preesistente (le si applica Prov. 8, 22): Iubil. 3, 10; Test. Aser. 2, 10. Il maestro religioso si chiama, al tempo di Gesù, « uomo della t., maestro della t. » (νομικός; Mt. 22, 35; Lc. 7, 30, ecc.; νομοδιδάσκαλος; Lc. 5, 17; Act. 5, 34). Per i rabbini del sec. 1, la sapienza consiste nella scienza della T. ('Abōth, III, 9); perciò il rabbino è oggi chiamato « sapiente » (ḥākhām). A glorificare lo studio della T. sono rivolte per lo più le massime dei più antichi rabbini ('Abōth). Eterna, immutabile, la T. sarà in vigore nel regno messianico; l'opera santa per eccellenza, lo studio della T., sarà il premio dei giusti nell'Eden; tali affermazioni rabbiniche svivano la promessa divina: « porrò la mia t. nel loro interno e la scriverò nel loro cuore » (Ier. 31, 32 [Volg. 33]; cf. Is. 54, 13; Ps. 37 [36], 31).
Dall'ufficio, affidato ai sacerdoti, di adattare la t. alla vita (Deut. 17, 8-12, 18; Ier. 2, 8; 18, 18; Ez. 7, 26; 22, 26; Os. 4, 6) derivò la t. orale, connessa con l'attività di Esdra (sec. V), e sin dall'inizio del farisaismo (sec. II a. C.) considerata come inscindibile dalla t. scritta. Quando gli scribi-rabbini accaparrarono tale compito, per cui legiferavano anche circa le funzioni sacerdotali, il progressivo adattamento della t. mediante la casistica fu detto « t. orale » (t. feb-bā' al peh), espressione che risale a Hillēl (Šabbāth, 31 a) o almeno a Gamaliel II (Siphrē Deut. 33, 10) e soppianta il termine « tradizioni » (παραδόσεις; Mt. 15, 2 = Mc. 7, 5; Mt. 15, 3-6; Gal. 1, 14). La t. orale, presentata come volontà di Dio rivelata a Mosè e procedente da Mosè mediante una catena ininterrotta di maestri ('Abōth, I, 1-3), si sviluppò e s'impose, specie nell'ambito giuridico, fino a formare la Mišnāh, indi il doppio Talmud; ad essa poi si richiamano i gē'ōnīm (v.) e poi i pōsāqīm o « decisori » (v.). La doppia t. viene ravvisata nel biblico plurale tōrōth (Siphrā': Lev. 26, 46), nei due tagli della spada di Ps. 149, 6 (Pēsīqā', ed. S. Suber, p. 102 b). La t. orale è un dogma del giudaismo, fin del tempo dei primi tannaiti ('Abōth, I, 1; III, 13): Manipolata mediante la hālākhāh (v.) che, nelle frequenti controversie su cui vertevano le deliberazioni dei sinedri rabbinici, restringeva, o allargava, o trasformava la t. scritta, quest'arbitraria t. orale condusse alla nomocrazia formalistica e disumana dei farisei (Mt. 23, 1-37). Non contenti di attribuire alla t. orale la stessa autorità divina che alla t. scritta (Siphrā' Lev. 19, 340; Pal. Bērā-
khôth I, 7), gli zelanti sostenevano che violare o contraddire le sentenze degli scribi e rabbini era più grave che violare o contraddire la T. (Sandedhrln, X, 3).
Materialmente la T. è, nel culto sinagogale, una lunga striscia di pergamena, lunga ca. 30 m., che si avvolge e svolge intorno a due stanghe di legno. È calligrafata da copisti speciali (sôphêrîm) che la vergano portando le insegne della preghiera (tâfîth, têphillîm) e profferendo molte « benedizioni ». Ogni sinagoga si gloria di possedere nella « santa arca » (‘ârôn haq-qqâdhet) più rotoli della T., ognuno in un lussumo astuccio di velluto o seta; ogni rotolo è portato in processione nella festa della T., « la fidanzata coronata ». Molto sentita è dal fedele israelita « la gioia della T. ».
Anche nel Corano ha molta importanza la t. (tavcât) o Pentateuco. È spesso posta accanto al Vangelo come fonte scritta della fede (3, 43, 58; 7, 156; ecc.). Contiene il « giudizio » (hukm) o ordine divino: è guida e luce, e i profeti (che erano muslim) giudicavano per i giudei secondo la t.; « il Vangelo, in cui è guida e luce, è una conferma della t. precedente, ed è una direzione ed un avvertimento per i timorati » (5, 47-50). « Quelli cui fu imposta la t. e che poi non l’osservarono sono simili all’asino che porta libri » (62, 5).
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Antonino Romeo