UBIQUISMO EUCARISTICO. - Errore luterano, che pretende spiegare la presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo nell'Eucaristia con la comunicazione dell'onnipresenza divina alla natura umana del Redentore.
Questa concezione antimetafisica trovò già nel medioevo qualche precursore. Nel sec. IX ne dà un accenno Scoto Eriugena (De divisione naturae, V, 38: PL 122,994); nel sec. XII l'eretico Almanico di Bène sostenne che il Corpo di Cristo è presente ovunque, anche nel pane ordinario e che pertanto le parole della consacrazione constatano la presenza reale, non la producono (« subesse
ostenditur»: cf. Garniero di Rochefort, Contra Amaurianos, in Jahrbuch für Phil. und spekul. Theol., 7 [1893], pp. 56-57). Nello stesso secolo, Folmaro di Triefenstein, secondo il suo avversario Arno di Reinchensberg (v.), affermò che «corpus Christi, quod sumimus, non aliter in tam multis locis simul esse posse, nisi Christus corporaliter sit ubique» (Apologet. contra Folmarum, ed. Weichert, Lipsia 1888, p. 162). Nel sec. xiv Occam ammise che il Corpo eucaristico di Cristo può essere condensato ad instar puncti e trovarsi «ubique per potentiam divinam, non virtute propria» (In IV Sent., q. 4; cf. Quodlibet, 1, 4 de Sacramento Altaris, 6). Nel sec. xvi Lefèvre d'Étaples (Faber Stapulensis) enunciò la tesi ubiquistica, però senza preoccupazioni eucaristiche.
Lutero conobbe certamente questa formulazione dell'errore, che propose, applicandolo all'Eucaristia, il 29 marzo 1526 nel discorso Vom Sakrament des Leibes und Blutes Christi (ed. Weimar, XIX, p. 482 sgg.), nel marzo 1527 negli scritti polemici contro Zuinglio ed Ecolampadio: Dass diese Worte: das ist mein Leib noch feststehen (ed. cit., XXIII, p. 28 sgg.) e nel 1528 nell'opera Vom Abendmahl Christi, Beheuntum (ed. cit., XXIV, p. 261 sgg.). In questi scritti, sulla traccia della teoria occamistica, prima attribuisce al Corpo di Cristo la prerogativa della spiritualità e pertanto della presenza definitiva (modo Angelorum), poi giunge a dire che l'umanità di Gesù sedendo alla destra del Padre (ossia resa partecipe dell'onnipotenza di Dio) è presente ovunque si estende l'onnipotenza divina (omnia implet): per conseguenza il Corpo di Cristo è ovunque presente, ma nella Eucaristia è presente per noi, secondo la volontà divina, che pur potendo comunicarci la carne di Gesù attraverso tutte le cose, ha scelto il pane e il vino per renderla adatta alle nostre esigenze di uomini.
Respluta dagli altri «riformatori» (Zwingli, Calvino, Melantone) questa teoria divenne un dogma presso i luterani, dopo l'articolo di Schwabach (1529). L'interpretazione però di questo «articolo di fede» diede occasione ad un'accesa controversia dopo la morte di Lutero. Tenacemente sostenuto da Flacio Illirico e da Martino Brenz (che ne elaborò la formula definitiva: l'umanità di Cristo ha ottenuto l'onnipotenza divina, onde nell'Eucaristia acquista l'esse definitive degli spiriti e l'esse repletive di Dio), ma attaccata da Melantone, da Federico III elettore del Palatinato, da Filippo d'Assia e dal Sinodo di Dresda (1571), l'u. fu difeso ad oltranza dal noto teologo Andréa, che giunse a dichiarare eretico indurito e degno delle più grandi pene chiunque avesse negato l'onnipotenza della umanità di Cristo nei sassi, nelle piante, negli animali, ecc. Sebbene combattuta da Luca Maior, l'idea di Andréa trionfò quasi ovunque. Chemnitz, spirito conciliativo, propose una via di mezzo (1578), che servì a mitigare il primitivo u. nella Formula Concordiae (1580). Nonostante la moderazione di questa formula di fede luterana, l'u. integrale riaffiorò presso i due teologi svevi Leandro Hutter ed Egidio Hunnius, che influirono, durante la prima metà del sec. xvii, nelle tre scuole di Tubinga (tendenza spinta), di Giessen (tendenza più mitigata) e di Helmataedt (forma minimista).
Dopo la metà del sec. xviii l'u. scomparve, kenosi (v.). Recentemente è riapparso in alcune tendenze teologiche condannate da Pio XII nell'encicl. Humani generis (1951).