VEGIO, MAFFEO. - Umanista, n. a Lodi nel 1407,
m. a Roma prima del 29 giugno 1458; fu sepolto nella
cappella di S. Monica nella chiesa di S. Agostino.
A Pavia, dove s'era recato per studiar giurisprudenza,
conobbe il Valla e il Panormita e si rivolse allo studio dei
classici. Tra i poeti predilesse Virgilio e scrisse persino
un Supplementum all'Enedìe (1427) che finiva con l'ass-
unzione dell'eroe troiano all'Olimpo. Compose inoltre
epigrammi, elegie, poemetti mitologici ed epici (Astyanax,
1430; Velleris aurei libri IV, 1430, ecc.) ed un importante
dizionarietto di parole giuridiche ad illustrazione del Di-
gesto (De verborum significatione, 1433). Non riuscendo
a trovar sistemazione in Lombardia, entrò al servizio
della Curia pontificia e ne seguì le peregrinazioni con
l'ufficio di datario e abbreviatore. A Bologna, nel 1437,
compì il poema Antoniados libri IV, già iniziato a Pavia e
ispirato da episodi della vita di s. Antonio abate; esempio
tipico di quella ricreazione in senso cristiano dell'epica
antica, che costituisce uno dei motivi più fervidi della
letteratura umanistica, e in pari tempo preannunzio della
conversione che doveva in lui attuarsi soprattutto per
influenza delle Confessioni di s. Agostino. Nel 1443 fu
nominato da Eugenio IV canonico di S. Pietro. Nel 1455
entrò fra gli Agostiniani e al culto del Santo d'Ippona e
di s. Monica consacrò gli ultimi suoi anni rasserenati
dalla lettura dei Salmi, da lui stesso in gioventù giudicati
nenie da vecchio. Documenti del fervore religioso che
domina tutta la seconda parte della sua vita sono il De perseverantia religio-nis, composto nel 1448 per una sol- rella monaca, e il De rebus memorabilibus Basiliae S. Petri (1455-57), che applica all'archeologia cristiana i metodi seguiti da Poggio e dal Biondo per Roma antica.
Il V. è un insigni- gne rappresentante di quella corrente umanistica che, fondendo ideale classico e ideale cristiano, trova nell'accordo tra lettere sacre e profane il segreto e ogni più elevata formazione spirituale.
cratà dallo stesso papa Alessandro III durante il viaggio da Zara a Venezia (1177). Il meraviglioso campanile (uno dei 4, caratteristici della città) è pure del sec. XII.
4. Dopo la caduta di Venezia (1797), il territorio delle summenzionate diocesi passò dapprima sotto l'Austria (1797-1806), poi sotto i Francesi (1806-13), indi nuovamente sotto l'Austria sino al 1918, come parte della provincia d'Istria e non più della Dalmazia. Con la bolla Locum beati Petri, del 30 apr. 1828, le diocesi di Osseo e d'Arbe furono soppresse e riunite a V., che divenne suffragante del metropolita di Gorizia (1830-1933). Col Trattato di Rapallo (1920) il territorio dell'antica diocesi di Osseo passò sotto l'Italia ed il 19 ag. 1932 fu assoggettato all'arcivescovo di Zara. Col Trattato di Parigi (10 febbr. 1947) esso venne assegnato alla Jugoslavia. Il vescovo di V. ne è ora amministratore apostolico.
Primo vescovo della diocesi unita fu Antonio Sinti (1792-1837). È particolarmente meritevole per l'organizzazione della diocesi il vescovo Antonio Mahnić (1895-1920) distintosi già prima come iniziatore ed anima del rinnovamento cattolico in Slovenia, specialmente tra gli studenti. Come vescovo di V. ed autore di scritti teologico-filosofici iniziò un simile movimento, nello spirito delle direttive dei papi contemporanei Leone XIII e Pio X, anche in Croazia. Ha inoltre grandi meriti per la cosiddetta liturgia glagolitica, in questa diocesi in uso «ab immemorabili»; tra l'altro per suo merito fu fondata a V. l'Accademia Paleoslava (1902) per lo studio della lingua liturgica paleoslava.