TAVERNA, GIUSEPPE. - Sacerdote, educatore, n. a Piacenza il 14 marzo 1764, m. a Parma il 20 apr. 1820.
Ordinato sacerdote, fu maestro a Piacenza, nel collegio di S. Pietro, dove ebbe alunno il dodicenne Pietro Giordani; a Brescia (1812-22) nel collegio Peroni; nel 1825 ebbe affidato da Maria Luisa il collegio Lalatta a Brescia; chiuso questo nel 1831, condusse una vita di ristrettezze, alquanto alleviate nel 1848, quando il governo rivoluzionario lo nominò professore onorario di filosofia.
Ebbe l'impulso a scrivere per i fanciulli e dal desiderio cocente di educarli sanamente e dalla conoscenza del giornalino L'ami des Enfants, pubblicato da A. Berquin. Delle sue opere le più notevoli e le più lette furono: Novelle morali ad istruzione dei fanciulli (Parma 1800); Racconti storici (ivi 1803); Le prime letture dei fanciulli (ivi 1808). Tutta questa narrativa è improntata alla vita dei fanciulli, ai casi più comuni della loro vita, all'ambito della famiglia e svolta con freschezza di sentimento e gentilezza di espressione. Né oggi ancora ha perduto la sua benefica efficacia; se non fosse che lo stile agghindato, ricercato, e talora prolisso, allontana i giovani lettori.
(da
sione di L. Rados.
G. T. Operette diversa per fam. maestramento dei fanciulli, Milano 1891)
TAVERNA, GIUSEPPE - Ritratto. Incisione di L. Rados.

Tauropolo - Altare taurobolico di Périgueux.
TAVOLA ROTONDA. - Simbolo della perfetta eguaglianza di diritti e doveri dei cavalieri che si radunavano nella leggendaria corte bretone di re Artù e, per estensione, denominazione del ciclo di romanzi e poemi fioriti sulle loro avventure.
Non si trova alcun cenno della famosa t. r. nell'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1135), ma solo nella traduzione che a pochi lustri di distanza ne fece, in ottonari francesi, il cronista anglo-normanno Robert Wace (Roman de Brut): il cenno fu poi ampliato verso il 1200 dal traduttore inglese di Wace, Layamon, con un'immaginosa descrizione delle lotte per la precedenza alla mensa arturiana e dello scaltro espediente di un falegname di Cornovaglia, offertosi di costruire una t. capace di più di 1600 posti uguali in dignità.
La materia dei poemi cavallereschi bretoni, per quanto trovati su uno ambiente naturale nei paesi di cultura celtica, fu elaborata artisticamente nei centri della civiltà franco-normanna e gradualmente collegata con la t. r. (anche se vi era originariamente affatto estranea, com'è il caso della leggenda di Tristano e Isotta), fino a costituire nell'opera di Chrétien de Troyes (v. un organico svolgimento psicologico ed etico dell'ideale cortese e cavalleresco, sublimato infine con Percival le Gallois ou le Conte du Graal entro un fortunato simbolismo religioso. La materia di quest'ultimo incompiuto poema venne ripresa largamente dal tedesco Wolfram von Eschenbach (1170-1225 c. a) e da altri francesi ignoti e noti: Vaucher de Demain, Manessier, Robert de Boron, Gerbert de Montreuil. Con la leggenda del S. Graal, contenente il sangue di Gesù raccolto da Giuseppe d'Arimatea, si prestò alla polemica ereticale contro l'autorità pontificia, sulla scorta di un materiale leggendario di origine assai composita.
