VITA LATENTE

VITA LATENTE. - La V. 1. si inquadra nel campo degli adattamenti biologici. Va intesa come una riduzione al minimo di ogni attività vitale, ma non si può parlare di una interruzione di questa interruzione della vita e la morte e ciò che è morto non risuscita. La V. 1. si attua quando le condizioni ambientali divengono così sfavorevoli da non consentire una piena attività vitale.

Il termine di V. 1. è stato impiegato dai biologi per condizioni anche assai diverse, sia fisiologiche le quali intervengono normalmente nel ciclo vitale degli organismi, come la condizione dei semi, delle spore, delle cisti, della diapausa, del letargo invernale o estivo (ibernazione e estivazione), sia per condizioni accidentali come in molti casi di incistamento e di ipnosi, sia patologico, come forme di tanatosi o di catalessi. Quando la V. 1. raggiunge la minima espressione è indicata come «anabiosi»; per molti autori il termine di V. 1. si deve limitare solo a questo aspetto, considerando il letargo da un lato e l'ipnosi da un altro come condizioni assai diverse, seppure con qualche punto in comune.

La condizione importante di tutti questi aspetti della V. 1. è la possibilità di un ritorno, mediante opportuni processi, alla vita attiva. La prima osservazione della capacità di ritorno alla vita di animali in morte appartiene è dovuta ad Antonio Leeuwenhoek nel 1701 sui rottiferi. Solo dopo quarant'anni un'analoga osservazione fu fatta sui rottiferi e le anguillele del grano da Baker e da Needham, che ottennero le riviviscenza di questi animali solo bagnando l'essicato. Lo scalpore che suscitò questa notizia fu tale che questi autori, sotto il peso delle più acerbe critiche, dovettero sconfessare quanto avevano osservato. Nel 1776 Lazzaro Spallanzani, pur avendo egli stesso in un primo tempo attaccato le conclusioni di questi autori, annunciò con la deposizione di molte esperienze la veridicità di questi fatti. Ma le polemiche non cessarono ed anzi si delinearono due correnti di pensiero, una dei «resurrezionisti», con a capo Doyere, e una di «antisurrezionisti», con a capo Pouchet. I primi ammettevano addirittura una «momentanea morte» per disseccamento. La polemica si fece così vivace che venne composta una commissione a cui parteciparono uomini come Berthelot, Broca e Brown Sequard. Il responso fu (1860) l'accettazione del punto di vista resurrezionista basato sul fatto che senza acqua non si può parlare di vita. Ma oggi più nessuno accetta questa conclusione in quanto il disseccamento non è mai completo e un minimo di vita rimane nell'organismo e la «reviviscenza» non è che una riesaltazione dei processi vitali quiescenti. Si deve a Spallanzani il giusto termine di vita minima, a Claude Bernard 1879 quello di V. 1. che anche bene indica questo concetto.

Tuttavia, anche dopo le autorevoli affermazioni sul concetto di vita minima, alcuni autori, come il Koch (1890) ritornarono sul concetto di vero arresto della vita; il termine di «anabiosi» introdotto dal Preyer (1891) sta ad indicare questa «sospensione» della vita. Ma questi ritorni di fiamma «resurrezionisti» non trovano oggi più credito. Si esaminano alcuni particolari condizioni di V. 1., quale quella dei semi e delle spore. In proposito sono state dette delle esagerazioni: ad es., sulle possibilità di germinazione del grano trovato nelle tombe dei Faunoni; ma Acton dimostrò che il grano dopo 30 anni non è più in grado di germinare. Il risultato ottenuto col grano dei Faraoni era dovuto alla ingenuità degli sperimentatori, vittime di grossolane mistificazioni. Tuttavia i semi presentano sorprendente resistenza alle condizioni sfavorevoli di ambiente: De Candolle e Pictet ottennero il germogliamento di semi portati a —200 C°! Si noti che la respirazione non è più apprezzabile già a -10°. È stato constatato che la refrigerazione agisce alla stessa stregua del disseccamento. Becque-rel (1904-10) dette molto valore in questi fenomeni alle barriere protettive che si vengono a formare e che impediscono il passaggio dell'aria e della anidride carbonica. Questo autore ottenne una normale germogliazione di spore di funghi anche dopo un soggiorno di 25 mesi nel vuoto e di 24 giorni ad un temperatura tra —180 e —253 C°. È stato dimostrato che nei semi in quiescenza persistono i vari sistemi enzimatici.

Altra forma di V. 1. è quella determinata dalla bassa temperatura anche in organismi superiori e che, in termine generale, può definirsi di «irrigidimento». In un animale superiore posto al freddo si rallenta la respirazione, diminuisce la temperatura interna corporea e si rallentano le contrazioni cardiache. Questi fenomeni fanno cadere l'anima in un profondo torpore e quindi nel sonno; negli animali in cui questa condizione nei mesi invernali è la norma, essa è detta «letargo»; è detto «irrigidimento» in quelle forme in cui non vi è normalmente capacità di letargo. In questi animali, se l'abbassamento della temperatura è stato troppo grande, il processo è irreversibile. Si possono tuttavia congelare vertebrati a sangue freddo (pesci e anfibi) e far riprendere poi la loro attività. Il letargo è un problema biologico di grande interesse. L'abbassamento della temperatura è lo stimolo che lo provoca, ma l'anima è già predisposto a tale condizione dalla intima costituzione anatomica e fisiologica. L'anima che cade in letargo passa per diversi stadi: prima di sonno leggero, poi medio e quindi profondo per poi divenire nuovamente leggero. Le attività fisiologiche vanno gradualmente abbassandosi con un meccanismo simile a quello della anabiosi. I battiti cardiaci si riducono e così la respirazione.

Altra condizione di V. 1. è l'incisamento presentato da molti invertebrati. La formazione delle cisti è di diverso significato: può essere un atto di difesa alle condizioni sfavorevoli che si vengono a creare nell'ambiente, ma

VITALE E VALERIA