VOLTA, ALESSANDRO. - Fisico illustre, di nobile famiglia di Como, n. ivi il 18 febbr. 1745 e ivi m. il 5 marzo 1827.
A lui si deve la scoperta della corrente elettrica, dalla quale seguì la maggior parte del moderno progresso della fisica che a sua volta trasformò, e sta ancora trasformando, il tenore di vita di gran parte dell'umanità. Perciò il V. è generalmente noto ovunque come il grande scopritore e il primo realizzatore delle correnti elettriche persistenti per mezzo della pila da lui inventata nel 1799.
Al tempo della giovinezza di V. l'elettricità, rudimentale nonostante da ben ventiquattro secoli, veniva finalmente considerata più ampiamente in seguito alla invenzione di Guerrike della prima macchina a strofinio e ai suoi ulteriori perfezionamenti, che ne permettevano, in atmosfera secca, una abbondante produzione e raccolta. Ma mentre quasi generalmente l'attenzione era orientata verso la considerazione e la esaltazione dei fenomeni elettrici più appariscenti, quali le lunghe scintille e i loro vari effetti, la scossa a catene di persone tenentisi per mano e simili, il giovane V. appena diciottenne pensò che molti fenomeni elettrici dovevano potersi interpretare con leggi analoghe a quelle dell'attrazione newtoniana a piccolissime distanze e col contatto fra corpi differenti, e comunicò nel 1763 questo suo pensiero all'allora notissimo ab. Nollet che lo lodò e incoraggiò. È il pensiero che assai più tardi doveva condurlo alla pila.
Da allora il V. procede con il criterio di osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare, ricordando la frase newtoniana che le scoperte si fanno pensando su; egli tranquillamente nella casa avita, sperimentò con mezzi modestissimi fino al 1755, cioè fino

Volta, Alessandro - Ritarito. Incisione di Giovita Garavaglia.
al suo trentesimo anno di età, pubblicando privatamente
dapprima due memorie rispettivamente dirette al p. Giov.
Battista Beccaria dell'Università di Torino e all'abate
Spallanzani dell'Università di Pavia, e infine costruendo
l'elettroforo che subito (1775) annunziò e descrisse a
C. Priestley della Società reale di Londra. La scoperta
dell'elettroforo è di somma importanza perché, come disse
Arago, sotto la massima semplicità ed il minimo volume,
offre un'inesauribile vena di fluido elettrico in qualunque
stato dell'atmosfera. Essa rappresenta la più elementare
delle varie macchine a influenza, le sole attualmente
ancora in uso, e tutte da esso derivate. Codesta scoperta
valse a V. la nomina a professore di fisica sperimentale
nelle scuole di Como, carica che mantenne fino alla sua
chiamata all'Università di Pavia nel 1778. La sua atti-
vità scientifica in queste due sedi, benché sovente intra-
mezzata con lunghi viaggi allo scopo di stabilire contatti
istruttivi con le maggiori personalità e istituzioni scien-
tifiche dell'Europa, fu notevolissima. Basta ricordare la
scoperta del gas metano, la chiarificazione dei concetti
di capacità e tensione elettriche, le invenzioni, oltre quella
già ricordata dell'elettroforo, dell'elettroscopio, dell'elet-
trometro a condensazione, primo vero strumento di
misura nel campo dell'elettrologia; la sua teoria sulle
leggi della dilatazione dei fluidi, e in particolare dell'uni-
forme dilatazione dell'aria per ogni grado di temperatura,
tutte largamente impiegate dovunque, e basi di ulteriori
ricerche e progressi.
Finalmente nel 1791 la nota pubblicazione di L.
Galvani, *De viribus electricitatis in motu musculari com-
mentarius* richiamò l'attenzione di V. sull'interessante
argomento. Applicando il criterio di pensarci su, dopo
pochi mesi V. scopre l'errore della teoria di Galvani:
non si tratta di elettricità animale, ma di elettricità
metallica, non residente nei nervi degli animali, ma cau-
sata dalla diversa natura dei metalli che vengono posti
fra loro in contatto.
Il già glorioso V. quarantaseienne utilizza finalmente
le prime idee scientifiche del diciottenne, e inizia la
nota lunga polemica col Galvani che, già virtualmente
conclusasi a favore di V., lo condusse quasi fatalmente
nel 1799 (l'anno seguente la morte di Galvani) alla in-
venzione della pila, che egli modestamente assicurava di
aver trovato sulla propria strada. Infatti, certo che le
tensioni (ora si direbbero le differenze di potenziale) risie-
dessero nei contatti dei metalli eterogenei, egli, negli
anni 1797-99, cercò con ripetute esperienze la maniera
di moltiplicare le coppie metalliche (argento e zinco) e
di costruire un dispositivo che portasse ad alto grado
la tensione elettrica. A tale scopo pensò di frammezzare
alle coppie metalliche uno strato umido, o conduttore
di seconda classe, e poté osservare che la tensione elet-
trica cresceva proporzionalmente al numero delle coppie.
E a ciò V. allude dicendo: «Questo è il gran passo da
me fatto sulla fine del 1799, passo che mi ha condotto
bentosto alla costruzione del nuovo apparato scotente»,
riferendosi alle scosse che egli sentì alle mani e alle braccia
quando toccò con le due mani i due estremi del suo di-
spositivo.
Solo il 20 marzo 1800 V. descrive, nella celebre
lettera a G. Banks presidente della Società reale di Lon-
dra, la sua macchinetta che somigliava negli effetti all'or-
gano elettrico della *Raja torpedine*. La macchinetta è
denominata da V. dapprima *organo elettrico artificiale*
poi *apparato elettromotore* ed anche *apparato a colonna*
a cagione della forma di quel tempo. Prevalse poi la de-
nominazione di *pila*, sovente con l'aggiunta di *galvanica*,
usata dai Francesi.
La scoperta voltiana ebbe un'eco grandissima ovun-
que e fece sorgere subito il problema «se gli effetti della
pila possano spiegarsi con le nuove leggi dell'elettricità o
se occorra all'uopo ammettere un altro fluido particolare».
E fu ancora V. a dimostrare l'identità dei due fluidi
galvanico ed elettrico. Il 7 sett. 1801 all'Istituto di Fran-
cia, presente il primo console Bonaparte, V. dimostrò
e discusse la sua grande scoperta.
Indagini recentissime (Piontelli) hanno portato alla
conclusione che la strada aperta e poi seguita da V.
(da F. Mana

nelle sue esperienze e che l'ha condotto a decifrare l'intricatissimo campo del galvanismo ed a farne scaturire la mirabile invenzione, non solo era la sola via sperimentale dell'epoca, ma riacquista un sin
rdi, *L'opera di A. V., Milano 1827, tav. 1*)
VOLTA, ALESSANDRO - Pagina autografa.
nelle sue esperienze e che l'ha condotto a decifrare l'in-
tricatissimo campo del galvanismo ed a farne scaturire
la mirabile invenzione, non solo era la sola via sperimentale
dell'epoca, ma riacquista un singolare valore alla luce
della metodologia moderna. Oggi, dopo più di un secolo
e mezzo, si può asserire che le idee del V., inquadrate
nel più vasto campo dell'energetica, costituiscono una
solida base della moderna teoria della pila.
Pensionato alla fine del 1804 dopo trent'anni di in-
segnamento, V. fu successivamente nominato da Napo-
leone (re d'Italia) membro della Legion d'Onore, se-
natore del Regno e conte del Regno d'Italia. Alla caduta
del Regno italico, dopo un breve periodo critico cau-
sato dai tumulti politici, benché nominato dal succeduto
governo austriaco direttore degli studi filosofici al-
l'Università di Pavia, V. si ritirò a vita privata fra Como
e il suo soggiorno campestre di Cannago ove la sua salma
riposa onorata in un apposito tempietto.
Fu un cattolico esemplare: ascoltava la Messa tutti
i giorni, e nelle feste riceveva i Sacramenti; restò fe-
dele tutta la vita alla recita quotidiana del Rosario. Nei
pomeriggi festivi spesso spiegava il catechismo ai fan-
ciulli nella sua chiesa parrocchiale di S. Donnino di
Como. In una sua dichiarazione scritta, richiestagli per
soddisfare il desiderio di un moribondo incredulo, si
legge fra l'altro: «Ho sempre tenuto e tengo per unica,
vera e infallibile questa S. Religione Cattolica rin-
graziando senza fine il buon Dio d'avempi infusa una tale
fede, in cui mi propongo fermamente di voler vivere
e morire con viva speranza di conseguire la vita eterna.
La riconosco sì per un dono di Dio, per una fede so-
prannaturale: non ho però tralasciato i mezzi anche umani
di vieppi confermarmi in essa, sgombrare qualunque dub-
bio potesse sorgere a tentarmi, studiandola attentamente
nei suoi fondamenti, rintracciando con la lettura di libri
sì apologetici che contrari, le ragioni pro e contro, onde
emergono gli argomenti più validi, che la rendano anche
alla ragione naturale credibilissima, e tale che ogni animo
1615
VOLTA ALESSANDRO - VOLTAIRE FRANÇOIS-MARIE
rivelata. Nell'apr. del 1726 un anonimo lo denunziava alla polizia per avere «scopertamente predicato il deismo» e attaccato il cristianesimo. V. nuovo, in quel momento, alla Bastiglia: bastonato dai servi del cavaliere di Rohan, col quale aveva avuto uno scambio d'ingiurie a teatro, aveva sfidato costui a duello: ma il nobile, sdegnando di battersi con un borghese, aveva provveduto a farlo rinchiudere. Uscì dopo un mese, promettendo di recarsi per qualche tempo in Inghilterra. I tre anni passati colà furono decisivi per la sua formazione: egli ebbe modo di conoscere da vicino il paese di Locke, di Newton, del deismo e del libero pensiero. Imparata rapidamente la lingua, seppe assimilare la cultura, della cui conoscenza si farà meditare nel resto d'Europa. Grazie a buone raccomandazioni fu ricevuto con favore sia dai tories che dai whigs, e protetto dalla Corte; fu ospite di Pope e di Swift, che influì fortemente sul suo stile satirico. La sua posizione finanziaria, nonostante difficoltà temporanee, gli dava già una completa indipendenza, avendo nel 1722, alla morte del padre ereditato un patrimonio non disprezzabile che in seguito accrebbe, si da poter condurre una vita adeguata agli ambienti che frequentava.
Tornato in Francia nel 1720 V. raccolse le sue esperienze inglesi nelle Lettres sur les anglais (o Lettres philosophiques), pubblicate nel 1733 in inglese e l'anno seguente in francese. Un decreto del Parlamento di Parigi ordinò di bruciare il libro e ricercare l'autore; ciò contribuì ad accrescere la fama e la diffusione dell'opera, che giunse in un anno alla 5a ed. In seguito l'aggiunta di una XXV lettera, contenente 57 poco benevole osservazioni sui Pensieri di Pascal (completate nel 1742) fu un ulteriore motivo di scandalo. Allontanatosi prudentemente da Parigi, V. si stabilì a Cirey-sur-Blaise, nel castello della colta e vivace marchesa di Châtelet, con cui compì esperimenti di fisica, non troppo fortunati, e studi di metafisica. La fama di V., in questo periodo, è soprattutto quella di poeta drammatico: Artémire e Marianne erano cadute, ma Brutus (1731), La mort de César (1735) e soprattutto Zaire (1732) e Alzire (1736) ebbero fortuna. Del 1742 è lo scandalo parigino di Malomet ou le Fanatisme; seguirono Mérope (1743), Sémiramis (1748), L'orphelin de la Chine (1755), Tancrede (1760), Olympie (1763).
V., frattanto, aveva viaggiato. Nel 1740 era a Clèves, presso Federico II, e nel 1743 a Berlino, per convincere il Re di Prussia a riprendere l'alleanza con la Francia; dal 1744 al 1750 è a Versailles. Ma dopo il 1746, anno in cui è ricevuto all'Accademia di Francia, il suo favore comincia a declinare: V., venduta per 60.000 lire la sua carica di corte, passa al servizio di Federico II. L'amicizia tra i due non resiste a lungo; dopo tre anni di soggiorno a Berlino, V. se ne parte furioso, non senza lanciare contro il Maupertuis, presidente dell'Accademia prussiana e suo nemico a corte, gli strali della Diatribe du docteur Akakia. Egli capisce che la cosa più vantaggiosa per lui è la posizione indipendente che fama e ricchezze gli assicurano: acquista dapprima una tenuta sul lago di Ginevra, che battezza «Les délices», poi si stabilisce nella terra di Fernex (v. scriverà Ferney), ai piedi del Giura, sul confine tra Francia e Svizzera. Qui V. amministra i suoi beni, riceve visite da tutta Europa, fa rappresentare i suoi drammi e prosegue instancabile nell'attività letteraria, protetta da un velo molto sottile di anonimo o di pseudonimi, che nasconde l'autore agli occhi della censura ma non a quelli dei lettori. Nel febbr. 1778, parte per Parigi, invitato alla rappresentazione di Irène, vi è accolto trionfalmente, ma muore dopo qualche mese di vita intensa e affaticante. La salma, sepolta dapprima di nascosto nell'abbazia di Scellière, in Champagne, nel luglio 1791 fu tumulata nel Panthéon a Parigi.
V. e la religione
L'intera opera di V. POSITIO e sincero della sua personalità: l'opposizione al fanatismo, che però si esplica negli errori più gravi. V. fanatismo, come nell'episodio di Jean Calas, mercante calvinista di Tolosa, accusato di avere ucciso il figlio per
Voltaire, François-Marie Arouet - Ritrato, aciso da un disegno dal vero (1778) - Parigi, Gabinetto de I. Stampe.
evitare che si convertisse al cattolicesimo, V. ne ottenne, a sentenza eseguita, la riabilitazione da parte della magistratura. Episodi di questo genere, frequenti negli ultimi anni di V., fecero passare in seconda linea lati meno belli della sua figura morale. Ma, soprattutto, V. volle lottare contro il fanatismo con la sua penna, che arguzia e perfezione stilistica rendevano un'arma formidabile. Errore fu aver troppo semplicisticamente identificato la fonte del fanatismo con la religione positiva; e la lotta che avrebbe dovuto svilupparsi contro quello si svolge contro questa, e soprattutto contro il cristianesimo. Non mancò a V. un certo nucleo di religiosità. C'è un Dio, e non siamo la sua opera: dice Le philosophe ignorant (cap. 19) che può considerarsi il testamento spirituale di V. I veri filosofi sono per lui «apostoli della divinità»: «Un catechista dice ai fanciulli che c'è un Dio, Newton lo dimostra ai saggi» (Dictionnaire, s. V. Athée). V. ammette altresì una Provvidenza e le cause finali, escludendo però la Grazia; parla di premi e di castighi secondo i meriti (ibid., s. V. Thésime), senza che si veda bene su quale fondamento, dati i suoi dubbi sull'immortalità dell'anima. Ma non va più in là: i dogmi gli appaiono un tessuto di assurdità. Respingendo il concetto di Rivelazione e, d'altra parte, non avendo la capacità filosofica di cogliere nel dogma un significato profondo, V. considera qualsiasi enunciazione intorno alla Trinità, alla doppia natura del Cristo, alla transustanziazione, ecc. come assolutamente priva di senso; ma la storia mostra che, in nome di questi dogmi, si sono combattute guerre, si è sparso sangue umano; perciò V. considera dovere il combatteri. Incapace di distinguere la religione dal fanatismo, non può rendersi conto che ciò che spinge alla violenza è qualcosa di diverso dalla religione, anche se umanamente (in buona o in mala fede) può accadere che si mescoli con essa. Inoltre è tipico in lui il pregiudizio che sia la religione a rendere intollerante il potere politico anche quando è chiaro che il potere politico si ammanta semplicemente, per i suoi fini, di veste religiosa.
Ciò spiega perché, mentre ritiene la religione positiva mera favola, ne parli di preferenza in tutte le sue opere. Decisivo per lui, anche su questo punto, fu il soggiorno in Inghilterra dove, nel fiorire delle sette, le discussioni su questioni di religione non erano ristrette a un numero relativamente piccolo di individui, ma occupavano tutte le persone colte, anche se di religiosità superficiale. La dottrina e gli argomenti di cui fa sfoggio V. derivano in gran parte dai desti inglesi, particolarmente dal Bolingbroke, a cui è dedicato l'Examen important de Milord Bolingbroke, del 1767; e per la critica biblica, da Bayle, Spinoza, Levesque de Burigny, Fréret, ecc. V. non aggiunse, di suo, che l'agilità e il tono satirico dell'esposizione. Oltre all'Examen citato, sono da ricordare: Le Tombeau du Fanatisme (1767), La défense de mon oncle (1769), La Bible enfin expliquée (1776), Un chrétien contre six Juifs (1777), gli articoli del Dictionnaire, ecc. Molti di questi scritti seguono lo stesso schema: cominciano dal racconto biblico, che V. non si stanca di mettere in ridicolo, riportando brani ed episodi avulsi dal contesto in modo da rilevare soltanto l'aspetto umano, mostrato sotto una luce ora grottesca, ora crudele. Contraddizioni, difficoltà di datazione, ecc., che V., sulla scorta dei suoi autori, rileva riuscivano allora a fare impressione. L'irriverenza si attenua di fronte alla figura di Gesù; ma Gesù non è per lui più che un ebreo di rette intenzioni e di mentalità più aperta del comune, che raccoglie intorno a sé gli umili e non nasconde la sua antipatia per i sacerdoti del suo tempo; i quali lo calunniano e lo fanno giustiziare. Gesù è una sorta di Socrate rustico (Oeuvres, ed. Moland [cf. bibl.], XXVI, p. 353, e XXVII, p. 69). La diffusione del cristianesimo non ha poi per V. nessun rapporto con la predicazione di Gesù: dogmi, sacramenti, miracoli, sono tutte invenzioni dei capi delle sette che pullulavano nell'Impero romano, una delle quali, dopo aver consentito, con il suo denaro, a Costantino di usurpare il trono sarebbe riuscita a prevalere per mezzo del potere politico. L'affermarsi della Chiesa è spiegato da V. con la credulità dei molti e la malafede dei pochi che, per scopi di ricchezza e di potenza, coltivavano con favole quella credulità. Con queste spiegazioni, V. era convinto di trattare la storia religiosa razionalmente, sul livello di quella profana.
2.
V. e la storia
La ricerca storica non è, per V., fine a se stessa: deve illuminare le menti su errori e valori del passato, in modo da consentire una migliore organizzazione della vita presente. Il primo lavoro storico di V., ancora alquanto romanzato, è l'Histoire de Charles XII (1731), dove le vicende del temerario e di Svezia servono a mostrare la vanità di una gloria perseguita con la guerra e la conquista. Il Siècle de Louis XIV (1751) prende in esame il periodo più splendido della storia francese, in cui alla politica di conquista, che pone i germi di difficoltà future, fa riscontro il fiorire delle scienze, delle lettere e delle arti. V. ha il merito, allora inconsueto, di dare un largo posto alle attività dello spirito, nel quadro generale della civiltà, facendo passare in seconda linea la storia politica (cf. Oeuvres, ed. cit., XXXIII, p. 566). Ciò traspare nel titolo dell'Essai sur les moeurs, intrapreso nel 1740 come continuazione del Discours sur l'histoire universelle del Bossuet, da Carlomagno a Luigi XIV. Al testo definitivo, del 1769, viene preposto uno sguardo riassuntivo delle epoche precedenti, sotto il titolo Philosophie de l'histoire (1765). Altre opere storiche di V. sono l'Histoire de Russie (1759), il Précis du siècle de Louis XV (completato nel 1768), l'Histoire du Parlement de Paris (1769).V., pur mancando di vero senso storico, è divulgato, dotato, quando la sua passione non gli fa velo, di qualche senso critico. La sua concezione della storia, sebbene ancora pragmatica (per cui cause accidentali sono poste sullo stesso piano di ragioni profonde) è superiore a quella della generalità dei contemporanei.
3.
V. filosofo e scrittore
In filosofia V. PECCATO ORIGINALE; prende da Bayle, Clarke, Shaftesbury, Newton e, soprattutto, da Locke le teorie che gli sembrano più ragionevoli: basta vedere gli Eléments de la philosophie de Newton (1727), il Traité de métaphysique (1734), Le philosophie ignorant (1766), le Lettres de Memmius à Cicéron (1771). Ma importantissima per la storia della filosofia è la polemica «razionalista» condotta da V. RELIGIONE, storico, politico, ecc. Arma di questa polemica è il Dictionnaire philosophique, strumento di lotta più agile dei grossi tomi della Enciclopedia e, al tempo stesso, più esplicito e meno preoccupato della censura. Al Dictionnaire portatif, terminato nel 1764, gli editori di Kehl (v. BIBLICA) aggiunsero le Questions sur l'Encyclopédie, gli articoli per la stessa enciclopedia di Diderot, l'Opinion par alphabét e altri lavori (in tutto 7 voll.).Filosofici nel senso di allora sono anche i Contes o romans a tesi, a cui oggi è legata in gran parte la fama letteraria di V. Molti di essi hanno un andamento costante: i viaggi del protagonista servono a V., sull'esempio delle Lettere persiane del Montesquieu, per dipingere satiricamente la vita europea contemporanea, cui si contrappone, di regola, l'esempio di uno Stato saggio, a volte immaginario, a volte identificato con la Cina, uso allora comune. Su questa linea sono Zadig, ou la destinée (1748), dove è svolto il concetto che non si può mai sapere se un avvenimento venga per nuocere o per giovare, Candide ou l'optimisme (1759), che irride il concetto leibniziano del «migliore dei mondi possibili», e La princesse de Babylone (1768): la saggezza di Zadig, la schiettezza di Candide, a contatto con la malignità degli uomini divengono fonti di guai; ma la conclusione è lieta anche, in fondo, in Candide («Il faut cultiver notre jardin»). L'arte del raccontare è grande, anche se su certi motivi si insiste troppo (ogni nave, in Candide, è assalita dai pirati, ecc.); particolarmente efficace la satira della gloria militare. Da citare ancora: Micromégas (1752), l'Ingénu (1767), L'homme aux quarante écus (1767), quest'ultimo di argomento economico.
Assai meno vive di questi racconti, dei pamphlet e delle «facéties» appaiono oggi le tragedie, per quanto V. non mancasse di talento teatrale. Anche qui il motivo che più ricorre sono le funeste conseguenze del fanatismo. Le poche commedie (Les originaux, 1732; Nanine, 1749, ecc.), di tono patetico, ebbero sempre scarso successo.
Quanto alla Pucelle d'Orléans (1775), il poeta eroicomico su Giovanna d'Arco che tanto divertì i libertini e scandalizzò i benpensanti, riesce oggi semplicemente noioso.
4. La politica e l'influenza di V
Tutta la produzione di V. ha uno scopo anche pratico. Egli auspica riforme sociali progressivi e senza rivolgimenti violenti, coordinata alle singole necessità: vorrebbe, in Francia, una monarchia illuminata, che limitazioni di potere lasciassero libera di fare il bene, impotente a fare il male, come in Inghilterra (cf. Lettres sur les anglais, ed. cit., VIII, 67); vorrebbe il rispetto del binomio «libertà e proprietà»; la Chiesa dovrebbe essere subordinata allo Stato, gli ecclesiastici limitati di numero e soggetti alle imposte. Lo sviluppo economico è visto da V. più nell'agricoltura e nella rapida circolazione del denaro che nell'industria; particolarmente importante la riorganizzazione della giustizia.Parecchie delle riforme auspicate da V. Rivoluzione e dall'Impero napoleonico, sebbene la Rivoluzione, come tale, si sia ispirata ben più allo spirito di Rousseau che a quello di V. o degli Enciclopedisti. L'opera di V. influì sugli avvenimenti che seguirono la sua morte, soprattutto col minare la volontà di resistenza delle classi dominanti che, scettiche su tutto e, in particolare, sulla propria funzione politica, si lasciarono prendere la mano dagli avvenimenti. Con l'emigrazione, l'aristocrazia cessa di essere volteriana, e sotto la Restaurazione il volterianismo è appannaggio degli ambienti liberali e anticlericali della borghesia. Un'influenza volteriana diretta si rinnova alla fine del secolo: tipica, ad es., in Anatole France, e non come letterato soltanto; e se si esamina la mentalità degli ambienti anticlericali, non è difficile scoprirvi un fondo, spesso inconsapevole, di volterianesimo.