VOLTA

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VOLTA. - Struttura muraria di copertura, conformata in vista secondo una superficie curva, ed esercitante un'azione spingente sui sostegni (pie-dritti); si distingue in essa la superficie inferiore, visibile dall'interno dell'ambiente, denominata in-tradosso e quella superiore nascosta per lo più dal tetto o dal pavimento dell'ambiente soprastante, denominata estradosso.

In base alla forma dell'intradosso le V. si classificano in diversi tipi, di cui i principali sono: a botte, adottata per lo più in ambienti rettangolari, costituita da una superficie cilindrica le cui generatrici sono di norma parallele al lato più lungo, e la cui direttrice (cioè la sezione normale) può essere semicircolare, oppure ad arco ribassato, o ad arco acuto o policentrica; a crociera, adottata invece per ambienti prossimi al quadrato, costituita dall'intersezione di due V. a botte cilindriche, in modo che le pareti vengono incontrate secondo le direttrici; a padiglione, formata dall'intersezione di due V. SORA, ma con l'incontro delle pareti secondo le generatrici, così da risultare complementare della precedente; a schifo, cioè a padiglione, troncata superiormente da un piano orizzontale; a vela; a catino, costituita da una calotta sferica.

La V. trae origine dalla necessità di coprire ambienti di grandi dimensioni mediante piccoli elementi facili a procurarsi o ad fabbricarsi sul posto; ciò spiega come sia sorta nei paesi del Medio Oriente, poveri di legname e di pietra da taglio. I Romani ne appresero la costruzione dagli Etruschi e ne fecero poi la struttura tipica della loro architettura, dalla quale venne ereditata negli edifici di culto cristiani. Come materiali vennero impiegati: il laterizio, talora in forme speciali, più adatte per l'esecuzione; la pietra da taglio in conci sagomati opportunamente onde tenere conto dell'oliquità dei giunti, infine materie leggere (ad es., nell'architettura bizantina [V. BIZANTINA, ARTE, ARTE] speciali vasi per ridurre il peso; gesso e materie analoghe nel Settecento, quando la V. ebbe funzione più decorativa che statica).

Nell'architettura religiosa la V. ha rappresentato uno degli elementi determinanti delle forme stilistiche in tutte le epoche, sia perché ha influito sull'incongrafa attraverso la conformazione ed il distanziamento delle strutture di piedi, sia perché ha contribuito a conferire speciale aspetto all'interno delle chiese, specialmente come sviluppo verticale.

L'architettura paleocristiana non fece in genere uso della V. preferendo nelle basiliche la copertura con tetto in vista; si hanno nondimeno esempi di V. anulari, cioè V. a botte con generatrici circolari, anziché rette, adottate

nell'ambiente che circondava la parte centrale - per lo più coperta a cupola - dei battisteri e di ultradiffici analoghi (S. Costanza a Roma).

Più tardi, verso il sec. XI, incomincia a riprendersi l'uso della V. a botte, generalmente limitata a qualche cappella (di S. Silvestro nei SS. Quattro in Roma, dell'Assunta in S. Maria infra portata a Foligno), ma talvolta adottata per la copertura dell'intero edificio, specialmente in Umbria (S. Pietro di Bovara, S. Silvestro di Orvieto; in queste due ultime chiese le navatele sono coperte con mezze) e più raramente nell'Italia meridionale (S. Margherita di Bisceglie) probabilmente per influssi orientali. Meno frequentemente che in alcuni paesi d'oltralpe si trovano archi di rinforzo (arcs doubleaux) collocati ad intervalli più o meno regolari nell'intento di concentrare le spinte in punti adatti, quando le strutture di piediritto sono discontinue.

Sono proprio queste ultime considerazioni che determinano l'invenzione della V. a crociera, dapprima impiegata solo nelle cripte (S. Eusebio di Pavia, S. Pietro di Tuscania, S. Vincenzo al Prato di Milano), poi nella navata, ma associata con altri sistemi (con la cupola in S. Babila di Milano, con la V. SS. Maria e Sigismondo di Rivolta d'Adda) e finalmente da sola (tra i primi esempi S. Ambrogio di Milano), forma quest'ultima che diverrà frequente già nella seconda metà del sec. XI. La navata principale viene allora suddivisa in intervalli regolari (campate) in senso longitudinale allo scopo di ottenere spazi quadrati o quasi; ed allo stesso fine nelle navatele si raddoppia il numero delle campate, facendone corrispondere due a ciascuna della principale; con la V. a crociera si delinea così il tipo della chiesa lombarda che si diffonderà anche oltralpe.

Un ulteriore perfezionamento venne apportato, sempre al medesimo scopo, negli ultimi anni dello COSTOLONE (v.); la necessità di raccordarli con le strutture di piediritto portò a sostituire le colonne col piliere costituite da un pilastro al quale sono addossati fasci di colonnine; infine si adottò il rilasamento della V. così che gli archi diagonali, originariamente ellittici, divennero circolari e in qualche caso anche a sesto acuto. Queste disposizioni che appaiono sporadiche mentre in Italia già nel corso del sec. XII (cattedrali di Modena e di Parma) ebbero poi piena diffusione nel secc. XIII. Nel Rinascimento la V. a crociera trova ancora qualche limitata applicazione (S. Maria del Popolo a Roma), però con la soppressione dei costoloni, semplificando così anche la conformazione dei piediritti; ma la forma prevalente - quando non venga adottato il soffitto piano - è la V. a botte, più rispondente al nuovo sentimento classico (badia di Fiesole, S. Andrea di Mantova, S. Sisto di Piacenza). Nel Cinquecento essa diverrà la forma usuale di copertura, trasformata in V. a botte lunettata (mediante intersezione di V. cilindriche di minore freccia), la quale consentì di aprire finestre al disopra delle cappelle laterali per illuminare la navata, e nello stesso tempo di accendere il ritmo della campate (S. Maria dei Monti e Gesù a Roma, Redentore a Venezia, ecc.).

Nel Seicento però, e più ancora nel Settecento, le concezioni barocche, specialmente borrominiane, intese a sostituire incognate più complesse alla semplice croce latina, si riflettono anche nella conformazione del tipo di copertura che non sorge più dall'intersezione di forme geometriche elementari, ma dalla compenetrazione di solidi sferoidi ed elissoidi, che trova espressione nel complicato intrecciarsi di costoloni nei diversi sensi. Tali disposizioni verranno adottate soprattutto in chiese del Piemonte da parte dello Juvaro, del Guarniri e del Vittone, diffondendosi poi all'estero e particolarmente in Germania ed in Austria, dove in certo senso si ricollegheranno alla tradizione delle V. stellari dell'ultimo periodo gotico, le quali però non trovarono allora applicazioni in Italia.

Durante il periodo neoclassico, accanto all'uso frequente del soffitto piano, si riprenderà la semplice V. a botte poi continuata per tutto l'Ottocento.

L'architettura contemporanea, avvalendosi delle vaste possibilità offerte dal cemento armato, ha determinato nuove forme basate su concetti diversi da quelli tradizionali, cioè le cosiddette V. tipo, di cui si hanno esempi nelle nuove chiese di Pisa, di Recoaro, di Francavilla al Mare, di Milano, sorte a seguito dei concorsi banditi dalla Pontificia Commissione di arte sacra, che hanno promosso lo studio di nuove soluzioni interessanti dal lato costruttivo e da quello estetico.

La decorazione delle V. segue le vicende del gusto e delle condizioni artistiche nelle varie epoche. Durante il periodo paleocristiano è affidata prevalentemente al museo, in quello romanico e soprattutto in quello gotico all'affresco, specialmente attraverso grandi cicli pittorici. Nel Rinascimento è generalmente decorata da lacunari di ispirazione classica (S. Andrea di Mantova) o da sacchettoni che seguono gli stessi motivi del soffitto piano (sagrestia di S. Spirito a Firenze). Nella seconda metà del Cinquecento riprende invece l'uso dell'affresco, ma sotto forma di grandi composizioni pittoriche (per lo più glorie di santi) alle quali si presta bene la continuità di superficie della V. a botte; alla pittura si associano più tardi lo stucco e le dorature. Il Settecento invece preferisce una maggiore semplicità e riduce la ricchezza decorativa dando la prevalenza allo stucco bianco.

Bibl.: G. Dehio - G. Bezold, Kirchl. Baukunst des Abendl., Stoccarda 1894; G. T. Rivoira, Le orig. dell'archit. lomb., Milano 1901-1907; J. Durm, Baukunst der Renaissance in Ital., Berlino 1914; A. E. Brinkmann, Baukunst der XVII. und XVIII. Jahrh. in roman. Ländern, 1910; A. Colasanti, V. e soffitti ital., Milano 1923; J. Baum, Baukunst und dekorative Plastik der Frührenaissance, in Italien, Stoccarda 1926; P. Toesca, Stor. dell'arte ital., Il Medioevo, Torino 1927; id., Il Trecento, 1927.

Mario Zocca