TIPO

TIPO. - Si deve intendere per t. o «fenomeno tipico» quello che, data una collettività di fenomeni che entro certi limiti si differenziano l'uno dall'altro, meglio di tutti è in grado di rappresentare l'intera collettività. Gli statistici considerano come «tipico» il carattere che corrisponde, nella seriazione, alla classe più numerosa, alla variante più comune fra molte più rare, talora anche la semplice risultante da un gran numero di osservazioni. Per «abito» o «t. morfologico» si intende la particolare architettura corporea di un individuo, rilevabile con la correlazione delle misure antropometriche dei segmenti e delle cavità del suo corpo.

Una vera scienza tipologica è di origine molto recente, avendo il suo fondatore in Achille De Giovanni (1838-1916), pur tuttavia una tendenza a classificare gli individui secondo vari gruppi e quanto mai antica, tanto che l'ipocrate già distingueva due t. umani patologici: il lungo (dalle membra lunghe rispetto al tronco, magro, predisposto alla tisi), e il corto (predisposto alla apoplepsia). Fino al 1800, però, la classificazione degli individui più in uso era quella proposta da Galeno e propugnata dalla scuola salernitana, che più che una classificazione morfologica era una classificazione temperamentale, in quanto si basava sui caratteri clinici e funzionali determinati dalla presenza o meno di quattro presupposte sostanze (umori) nell'organismo: sangue, bile, flegma e astrale. Da ciò quattro t. o temperamenti umani: il sanguigno, il collerico o bilioso, l'atrabiliare o melanocorio, il flegmatico.

A. De Giovanni portò, invece, lo studio degli individui umani su un nuovo piano, aggiungendo alla pura osservazione clinica uno studio basato su rigorose misurazioni del corpo umano, iniziando costituzione (v.) degli individui, cioè della loro fabbrica corporea, valore inteso sia in senso assoluto che nei rapporti reciproci delle singole parti del corpo fra loro. Egli creò così le sue tre «combinazioni» (o abiti), non solo individuando tre t. distinti a seconda dell'aspetto morfologico esteriore, ma anche valutando dalla costituzione esterna lo sviluppo degli organi interni, la loro funzionalità e le loro disposizioni morbose. Il De Giovanni riconobbe i brachitipi, i longitipi, i normotipi. Contemporaneamente ai suoi studi numerosi altri ricercatori si occuparono di questa nuova parola della medicina, in Italia e in tutto il mondo, proponendo classificazioni più o meno simili. Si ricordano: Kretschmer, Stiller e Kraus in Germania, Naegeli e Jung in Svizzera, Marafon in Spagna, Obermer e Cavadias in Inghilterra, Marinescu in Romania, Charcowe Nicolaeff in Russia, Biant e Stockardt nel Nord America, Rossi, Boccia e Berardinelli nell'America latina.

L'antropometria compì un decisivo passo innanzi per opera di G. Viola il quale, per primo, ebbe l'idea di applicare alla medicina la legge degli errori (legge binomiale o legge delle probabilità) di Quetelet-Gauss, per la valutazione della frequenza di un determinato carattere in una data collettività d'individui. In tale maniera, si può ottenere graficamente una curva binomiale il cui apice rappresenta la «norma» in senso statistico, mentre sulle due branche (l'ascendente e la discendente), sono disposte le variazioni dalla norma. Viola ha così proposto il calcolo per stabilire l'entità della deviazione quantitativa dalla norma statistica e l'indice di gravità della deviazione. In base ai suoi studi egli ha formulato una nuova classificazione, basata sia sulle semplici misurazioni del tronco che sul valore del rapporto tronco-ardi, considerando dei due termini il primo come espressione della vita vegetativa, il secondo come espressione della vita di relazione. Esistono così per Viola dei microsplancnici, dei normosplancnici e dei macrosplancnici a seconda delle dimensioni del tronco, mentre in rapporto al variare della proporzione tronco-ardi vi sono dei brachitipi (tronco più discosto dalla «norma», che gli arti) e dei longitipi (arti più discosti dalla norma, che il tronco), mentre se i due scostamenti dalla norma sono uguali, sia per il tronco che per gli arti, si hanno i normotipi. In tal modo i t., o meglio gli «cepti costituzionali», sono il prodotto di un'unica legge biologica universale di deformazione del t. medio, legge enunciata e dimostrata dal Viola nel 1907: «Quanto più un organismo accelera il suo sviluppo, tanto più si differenzia morfologicamente».

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Enrico Scinzzenzeler, Aldo Manuzio, cui si deve l'elaborazione del carattere corsivo che da lui fu detto aldino, italico, cancelleresco. Con l'innovazione dei caratteri non si trascurò di dare al libro una propria distinzione, fregi marginali di superba eleganza, decorazioni di tipo architettonico, fiorite iniziali. D'altro canto la produzione tipografica dava alla scienza e alla letteratura un notevole contributo, a poco a poco richiamando gli studiosi alle pure sorgenti della lingua, e quindi dando largo posto a quel fervore di studi e di ricerche che caratterizzano l'umanesimo: la dottrina giuridica trovava nella stampa lo strumento più utile del suo progresso e della sua diffusione, e con essa la geografia, l'astronomia, la medicina, la matematica. S'arriverà più tardi ai grandi maestri della t. in Italia: gli Aldi, i Giunta, i Giolito fino allo Zatta, all'Albrizzi, a Lelio della Volpe, a G. B. Bodoni, al Camino; in Francia Sebastiano Griffo, Giovanni Barbou, gli Anisson, Antonio Vitrè, il Panckoucke, i Didot; in Svizzera i Froben; nei Paesi Bassi Cristoforo Plantin, gli Elzevier, Guglielmo Blaeuw; in Inghilterra il Roycroft; in Spagna Joachim Ibarra; fino ai tipografi moderni, come oggi Alberto Tallone, cui si deve se la t. ha raggiunto il suo maggior sviluppo e il libro la più alta perfezione tecnica ed estetica.

Bibl.: K. Falkenstein, Gesch. der Buchdruckerkunst, Lipsia 1840; P. Dupont, Hist. de l'imprimerie, Parigi 1854; H. N. Humphreys, A hist. of the art of printing from its invention to its wide-spread development in the middle of the sixteenth century, Londra 1868; K. Faulmann, Illustrierte Gesch. der Buchdruckerkunst, Vienna 1882; P. Schwenck, Untersuchungen zur Gesch. des ersten Buchdrucks, Burg. B. M. 1900; C. Mortet, Les origines et les débuts de l'imprimerie d'après les recherches les plus récentes, Parigi 1922; S. Dahl, Hist. du livre, trad. franc., 1913; G. Fumagalli, Bibliografia, Milano 1935; D. Fava, Man. degli incunaboli, Milano 1939; A. Gallo, Il libro, Roma 1943.

MACCHINE TIPOGRAFICHE. — La riproduzione multipla delle opere scritte avviene oggi mediante la t. (termine che denota sia l'industria sia l'officina tipografica) ad opera di macchine che possono dividersi in due categorie: compositrici e stampatrici.

La scoperta della stampa meccanica fu dovuta al tedesco Federico Koenig, il quale nel 1810 costruì il primo torchio meccanico che, dopo vari tentativi per sostituire i primi Gutenberg (v.), poté con una serie di perfezionamenti effettuare grandi tirature in brevissimo tempo. Le macchine tipografiche che industrializzarono un'attività fin allora esplicata da artigiani specializzati, sono state per i loro vari sistemi di produzione classificate in piane, piano-cilindriche e rotative, queste ultime con velocità a rotazione continua e ad alto rendimento, per la prima volta costruite nel 1846, e più tardi perfezionate da Ippolito Marinoni e Giulio Derriey, e generalmente adoperate per la stampa simultanea di parecchi fogli di un giornale.

Per quanto riguarda invece le macchine compositrici, il primo che ebbe l'idea di una macchina a caratteri fu Roberto Gaubert, il quale nel 1826 sperimentò un rudimentale sistema di spostamento e distribuzione di caratteri, più tardi perfezionato da John Mac Millian (1884). Abbandonato il pregiudizio che si potesse stampare solo con caratteri già pronti, furono realizzate, nel sec. XIX, speciali macchine che nell'industria tipografica si sono poi dimostrate particolarmente utili: le macchine a punzoni, che imprimevano i segni su una sostanza plastica destinata a far da matrice per la fusione dei caratteri; e le macchine a matrice, o a incavo, che fondono i caratteri lettera per lettera o per linee. Sono le cosiddette monotype e linotype, realizzata la prima dopo un faticoso succedersi di tentativi dall'americano Tolbert Lanston (1897) e composta di una tastiera e di una compositrice-fonditrice; creata la seconda dall'orologiaio tedesco Othmar Mergenthaler (1885), e costruita in modo che in un solo blocco realizza la composizione, la giustezza, la fusione e la scomposizione delle matrici, compiendo tutto il ciclo lavorativo quasi sempre senza l'intervento di mano d'opera: il «linotypista» deve solo battere su una tastiera che con il cosiddetto magazzino delle matrici e l'apparecchio di fonderia costituisce l'or

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TIRABOSCHI, GIROLAMO - Ritatto - Roma, Biblioteca Angelica.

gono essenziale della macchina. Il procedimento, tutto meccanico, di collocamento della matrice nel composito, nella camera di fusione dove si forma la linea di composizione, nel distributore, e quindi nel canalicolo conduce essa è partita, consente una produzione di settore ottomila lettere all'ora. Sullo stesso principio furono poi costruite altre macchine, come la typograph, la barotype (1890), la intertype (1913). Giovandosi della fototecnica, nuovi perfezionamenti sono stati apportati alle macchine tipografiche. Nel 1915 Bawtree e Lee crearono la photoline, che riproduce fotograficamente i caratteri utilizzando, per trasparenza, dischi di vetro di 25 cm. di diametro su cui essi sono disposti concentricamente. L'uniformità della forza di corpo si ottiene avvicinando o allontanando le matrici alla parete sensibile, come avviene con una comune macchina fotografica. A migliori risultati pervenne con la sua macchina il Robertson (1922) adoperando laminette di vetro anziché dischi, con l'immagine della lettera trasparente su fondo nero. Con la teletypepester (1929) si cercò di applicare alla stampa il sistema di trasmissione a distanza dei telegrammi. Trattasi di un apparecchio centrale trasmittente collegato con altri apparecchi riceventi con sistema telegrafico o senza fili, i cui segnali emessi a distanza perforano un rotolo di carta collegato al ricevitore e applicato a una linotype dotata di un dispositivo a comandi automatici.

Altri sistemi di composizione meccanica sono la orotype di Max Ullman (1935), la typar, la thothmic dell'inglese Hunter, la uhertype del tedesco Uher, il quale ultimo ha aperto nuovi orizzonti alla tecnica libraria. Vedi tav. XV.

Bibl.: H. Fournier, Traité de typographie, Parigi 1925; D. Giallo, Il libro e l'arte della stampa, Torino 1926; W. Sinclair, Linotypes and intertypes, Cleveland 1926; E. G. Gress, The art and practice of typography, Nuova York 1931; G. Fracchia - B. Rizzo, L'impresario tipografico, Torino 1933; S. Morrison, First principles of typography, Cambridge 1936; K. F. Bauer, Handbuch für Schriftsteller, Francforte 1938; A. Gallo, Il libro, Roma 1943.

— Si V. le illustrazioni della voce: GIORNALISMO CATTOLICO.

Renzo Frattarolo