VAIOLO e VACCINAZIONE. - Il V. è una malattia specifica acuta, contagiosa, caratterizzata da febbre alta e da una eruzione di maculo-papule che rapidamente si trasformano in vescicole e in pustole; segue la formazione di croste e residuano cicatrici più o meno profonde, persistenti per tutta la vita.
Tra le malattie più antiche, risalendo la sua conoscenza in Cina a ca. 1000 anni prima dell'era cristiana, per molti secoli ha avuto una diffusione enorme in tutto il mondo; in Europa la prima epidemia, scoppiata in Francia e in Italia, pure sia del 570 d. C. La malattia fu completamente individuata intorno al 1600 e fu sempre molto temuta per la sua gravità di decorso e per le deturpazioni indelebili che lasciava anche nel caso di guarigione. La gravità del V. dipende dal genio epidemico e dal decorso con cui si manifesta; infatti, accanto alle forme di V. emorragico e fulminante con mortalità elevatissima, vi sono forme appena abbozzate o epidemie di vaioloide che possono considerarsi benigne nei riguardi della vita.
L'attuale scomparsa delle epidemie di V. nei paesi civilizzati, particolarmente in Europa deve essere attribuita alle migliorate misure igieniche e di profilassi e alla estensione della vaccinazione antiviolosa. Questa è la prima esperienza fatta nelle malattie contagiose allo scopo di indurre negli individui una immunità contro la malattia ed è dovuta al medico inglese Jenner il quale, dopo 23 anni di studio, avendo con sicurezza accertato che l'infezione locale da vaiolo dei bovini, pur svolgendosi senza gravità, immunizza l'uomo dal vaiolo umano, inoculò per la prima volta nel proprio figlio, nel 1789, linfa proveniente da pustole del maiale, rendendolo così immune a successive (1791-92) inoculazioni di vaiolo; il 14 maggio 1796 inoculò in un bambino pus da vaiolo vaccino (cow-pox) sviluppatosi sulle mani di una mungitrice di vacche; due mesi dopo il bambino risultò vaccinato e refrattario all'inoculazione di vaiolo umano. La vaccinazione così inventata si diffuse ponendo da parte tutti i mezzi prima usati, quali la « variolizzazione » (inoculazione di linfa di pustole vaiolose di individui affetti da forme lievi) o l'introduzione di croste di vaiolosi nelle narici o addirittura l'uso di indossare gli abiti di vaiolosi.
Nel corso dei secoli la vaccinazione ha subito sempre ulteriori modifiche e perfezionamenti dimostrandosi in genere sempre molto utile, pur trovando di tanto in tanto, specie nel mondo anglosassone, accaniti denigratori. Da questa prima esperienza si generalizzò ad altre malattie infettive il nuovo mezzo di cura, tutt'ora non detronizzato neppure dalla terapia con antibiotici e il termine di « vaccinazione » assunse più universalmente il valore di produzione in un individuo di uno stato di immunità mediante l'introduzione di antigeni o tossine microbicche dotate della capacità di stimolare nell'individuo la formazione di sostanze di difesa cioè di anticorpi e antitossine (v. MICROBIOLOGIA). Essa viene praticata per molte malattie oltre che per il V. (difterite, tifo, paratifi, tetano, pertosse, febbre maltese, peste, febbre gialla, ecc.) sia a scopo preventivo che a fine terapeutico. I risultati curativi, pur essendo spesso assai buoni, non hanno un valore assoluto per ogni malattia infettiva; d'altra parte per alcune

(fot. Alinari)
Dal punto di vista medico-morale si può discutere sul diritto dello Stato di menomare la libertà dell'individuo, obbligandolo a sottoporsi a una vaccinazione e del dovere da parte sua di subirla o spontaneamente offrirsi a essa. Su tali problemi hanno recentemente discusso anche alcuni congressi di medici cattolici. Si può parlare di obbligo morale ogni qual volta si tratti di evitare il pericolo di una grave malattia incombente sullo stesso individuo o sulla società, purché, secondo il concetto attuale della medicina, vi siano serie probabilità di effetto utile e di assenza di grave danno per l'individuo. Ciò in accordo con il dettame della morale, che l'individuo è tenuto a sacrificare parte del suo bene per quello della collettività, purché non si tratti del pericolo della propria vita o di grave menomazione delle sue funzioni essenziali.