TUMORE

TUMORE. - Da tumor = intumescenza, meglio detto «neoplasma» (dal greco «neoformazione») è una proliferazione atipica di elementi di tessuti dell'organismo, a sviluppo autonomo, incessantemente progressivo. Caratteristica essenziale di queste formazioni è la tendenza a svilupparsi a spese dell'organismo ospite, si da poter essere considerati dei veri parassiti.

Tale tendenza non è però della stessa intensità per tutti i t. i quali, anzi, a secondo della maggiore o minore tendenza a questo parassitismo, vengono distinti in benigni, ad accrescimento limitato, con assenza di diffusione in altre sedi (metastasi) e di recidiva dopo asportazione, e t. maligni o «cancri», dotati di particolare aggressività verso l'organismo ospite e caratterizzati da una profonda atipia cellulare, così da essere ravvicinati biologicamente solo alle mostruosità. L'atipia nei t. maligni è al tempo stesso morfologica (riguardo alla struttura delle singole cellule fra loro) e biologico-funzionale (essendo le cellule dotate di un particolare metabolismo e di funzionalità sempre diversa dalla norma). I t. vanno pertanto ben differenziati dai fenomeni di ipertrofia (aumento di volume delle cellule senza contemporaneo aumento del loro numero) e di iperplasia (aumento di numero delle cellule e non di volume), in quanto tali fenomeni non rivestono sempre un carattere decisamente patologico, ma possono essere espressione di difesa o compenso dell'organismo, mentre nella loro struttura riproducono sempre le caratteristiche morfologiche e funzionali delle cellule adulte dell'organo o tessuto interessato. Il t. non va considerato neppure un fatto puramente displasico (cioè di anomalie trasformazione degli elementi del tessuto) essendo una neoformazione piuttosto che una displasia; pur tuttavia bisogna osservare che i confini tra questi due fenomeni non sono assolutamente netti e precisi specie nei riguardi dei t. benigni.

Nonostante i numerosi studi fatti anche recentemente per chiarire il problema etiopatogenetico dei t. si può dire che nulla si sia ancora di preciso né sulle cause né sul meccanismo di azione delle cause stesse; per cui, accanto a un gruppo di scienziati che considerano il t. come una malattia di un singolo organo o tessuto interessante solo in un secondo tempo tutto l'organismo, vi sono altri che considerano il fenomeno tumorale come una malattia primitiva di tutto l'organismo, manifestanti in questo o quell'organo per l'azione diretta di particolari fattori ancora ignoti. Numerose sono state pertanto le teorie emesse per spiegare la genesi dei t. e tra queste si deve ricordare: la teoria irritativa del Virchow, la teoria virale, cioè da ultravirus (che in questi ultimi tempi ha raccolto molti sostenitori), quella dello squilibrio oncogeno di Fichera, la teoria dei residui embrionali di Cohnheim-Durante, quella dell'anaplasia di Hansemann, quella dell'iperpostassemia, quella dell'induzione vitale. La scoperta della possibilità di poter ottenere cancri sperimentali ponendo l'organismo a contatto con determinate sostanze (dibenzopirene) e la costatazione dell'esistenza di cancri professionali (es.: cancro del polmone dei minatori) o vo-

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luttuari (cancro delle labbra o della lingua dei fumatori), aveva fatto sperare di aver individuato in questa o in quella sostanza l'elemento capace di determinare l'insorgenza dei t. Gli ulteriori studi hanno però moderato i primi entusiasmi specie per l'impossibilità di chiarire il problema con l'intervento esclusivo di fattori esogeni, ed hanno spinto i vari autori a considerare i t. come una malattia dovuta a particolari fattori genetici predisponenti (è nota la familiarità del cancro), sui quali il t. verrebbe ad impiantarsi ad un dato momento della vita, per azione di particolari fattori esogeni non ancora individuati (chimici, fisici, parassitari, virali, alimentari). Sorge così il problema dell'ereditarietà del cancro. Soltanto alcune forme di t. (ad es., il glioma della retina) compaiono frequentemente nella stessa famiglia e dimostrano di possedere una notevole ereditarietà. In genere si ritiene che anche per gli altri t. pur non verificandosi un ripetersi similare del male in membri della stessa famiglia, si eredita però un « quid » predisponente; alcuni autori parlano così addirittura di una « diatesi neoplastica », basandosi principalmente su alcune considerazioni statistiche di indubbia importanza: il cancro dello stomaco prediligerebbe l'abito alpino e il nordico (secondo Niceforo e Pittard), mentre altri (Benecke e Benedetti) avrebbero osservato una certa predilezione dei t. per gli individui paracentrali (normolinei lievemente macro o microsplancnici), apparendo un certo antagonismo tra tbc e t. Viene indicato anche uno speciale terreno umorale proprio di tale diatesi: lo stato preneoplastico o terreno precanceroso, caratterizzato da aumento del colesterolo nel sangue e nei tessuti, da un'alcalosi relativa, e dall'inversione del rapporto albumine-globuline. N. TEMPERAMENTO (v.) particolarmente predisposti ai t. (ipertiroido parassimaticotonico, ipertiutiratico nelle donne).

Bisogna poi ricordare che l'ipotesi di una certa ereditarietà del cancro ha trovato ulteriore convalida nelle numerose ricerche condotte specialmente sui cancri dei topini. L'ipotesi più probabile è pertanto che esista una qualche famigliarietà del cancro di grado variabile secondo la famiglia, il sesso, l'organo colpito.

Dal punto di vista epidemiologico, si deve osservare che nessun fatto sicuro depone per la contagiosità del cancro nelle condizioni ordinarie di vita. Un tempo si parlava di « case del cancro », ma queste oggi vengono escluse da quasi tutti.

Circa la diffusione, il cancro deve essere oggi considerato come una malattia ubiquitaria che colpisce ogni razza ed età della vita, pur avendo una certa predilezione per l'età senile (55-56) anni. L'O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha recentemente dichiarato che in questi ultimi anni vi è stato un aumento di mortalità specie per cancro del polmone. In Italia, recenti statistiche riportano che nel 1944 morirono per cancro 37.495 individui, mentre nel 1950 i morti assisterono a 49.607. Statistiche compiute in questi ultimi anni nei paesi anglosassoni hanno dimostrato che i t. non sono rari neppure nell'età infantile. In Inghilterra dal 1945 al 1947 si sono avuti 2260 casi di morte per cancro tra i bambini al di sotto dei 15 anni, costituendo così il cancro la seconda causa di morte, dopo la tubercolosi (con 6075 decessi). A Nuova York dal 1942 al 1948 la mortalità per t. nei bambini è stata superiore a qualunque altra causa.

Gli organi più colpiti sono il polmone e lo stomaco per il sesso maschile e l'utero e la mammella per il sesso femminile, ma si può dire che nessun organo è sistema è assolutamente indenne da questa malattia, all'infuori della milza che, secondo la maggior parte degli autori, sembra possedere proprietà oncologiche (cioè capaci di distruggere gli elementi cancerigeni) per cui non permette- rebbe l'impianto e lo sviluppo del neoplasma.

Data la molteplicità degli organi interessati, la varietà dell'aspetto macroscopico e microscopico e del decorso clinico che può assumere questa malattia, così poco conosciuta nella sua natura intrinseca, è naturale che siano state proposte numerose classificazioni, tutte però più o meno incomplete. Oltre alla distinzione tra t. benigni e maligni, già sopra accennata e che si basa principalmente sul decorso clinico, i t. vengono distinti in vegetanti, a placca e ulcerativi in base all'aspetto macroscopico, mentre a seconda del tessuto colpito possono esservi t. epiteliali, ghiandolari, connettivali, endoteliali, nervosi, muscolari, ossei. La classificazione però più precisa ed attualmente in uso è quella che ricorre al criterio istologico ed embrionogenetico, basandosi sulla derivazione delle cellule dei vari t. da uno o dall'altro dei vari fogliali germinativi embrionali. Secondo tale classificazione i t. vengono distinti in: 1) t. ectodermici, derivati dall'ectoderma embrionale propriamente detto; 2) t. mesodermici, derivanti dagli epiteli del rene, cortecchia surrenale, ovario, utero, prostata; dagli endoteli delle sierose; dalle fibre muscolari striate; 3) t. endotermici, degli epiteli tegumentari e ghiandolari dell'apparato respiratorio e digerente, t. del timo e della tiroide, della vescica urinaria; 4) t. mesenchimali, derivanti dai tessuti connettivali di sostegno, dai tessuti vascolo-sanguigni, dal tessuto muscolare liscio, dai residui mesenchimali indifferenziati; 5) t. da residui embrionali complessi.

Attualmente vengono incluse nel grande gruppo dei t. anche alcune malattie sistemiche, interessanti il sangue e gli organi emopoietici (leucemie, eritemie) interpretandole come t. del midollo osseo. La diagnosi delle varie forme tumorali è quanto mai ardua, data la necessità che questa venga fatta al primo insorgere del male, quando ancora possono essere utili i mezzi terapeutici di cui oggi dispone la medicina. La maggior parte dei t. maligni, però, all'infuori di quelli localizzati sulla cute e sulle mucose direttamente accessibili all'occhio umano, non dà alcun segno clinico caratteristico, altro che quando ha ormai raggiunto un tale sviluppo e una tale diffusione da rendere inutile ogni sussidio terapeutico. Questo fatto induce oggi i medici e gli specialisti dei vari enti predisposti, a cura dello Stato, in tutte le nazioni, per la lotta contro i t., a scoprire e a combattere i cosiddetti « stati precancerosi », ossia quelle alterazioni croniche ad impronta iperplastica e displastica, ma non ancora neoplastica, che spesso costituiscono la base su cui viene ad impiantarsi ad un dato momento il t. in senso stretto. Rientrano in questo gruppo alcune suppurazioni croniche, la leucocitabia boccale, le ulceri gastriche, i porri e le verruche, i nèi cutanei. Al momento attuale, però, la diagnosi certa di una più o meno sospetta forma tumorale può farsi solo con la biopsia, ossia con l'esame istologico di un frammento della massa sospetta prelevato direttamente dall'ammalato.

Il problema dei t. non può assolutamente dirsi risolto dal punto di vista terapeutico. Un indice edito dall'Istituto nazionale Bethesda (U.S.A.) e dovuto al Dyer, riferisce che alla fine del 1948 erano già state sperimentate con risultati più o meno nulli oltre 5000 sostanze nella lotta contro i t. La terapia attuale si fonda principalmente su: 1) mezzi fisico-chimici (irradiazioni röntgen o radium, ionoforesi, diatermia, elettroforesi, folgorazione, elettrocoagulazione); 2) mezzi chirurgici (intervento precoce, radicale, demolitore, attuato prima che il t. abbia già prodotto delle metastasi); 3) cura medica; oltre alle normali cure palliative e sintomatiche atte a mitigare le sofferenze dell'organismo e a sostenere l'individuo, sono state recentemente sperimentate varie sostanze ad azione cancerocitica ed antimitotica (mostarde di azoto, aminopterine, uretano, cianato di sodio, triplafavina, atebrina) con risultati però modesti e per lo più momentanei; anche i tentativi fatti con lisati di organi o stimolando la milza, mediante raggi X, alla produzione di sostanze antiblastiche, non hanno portato a risultati migliori.

Al momento attuale pertanto il problema del cancro deve considerarsi ancora insoluto, pur essendosi potuti ottenere indubbi risultati dal punto di vista pratico. Una statistica di Smiles (U.S.A.) riferisce infatti che la sopravvivenza media dei cancerosi è passata da 60 anni (nel 1920) a 64 (nel 1940). Questo fatto ha tanto più valore se si considera che il cancro colpisce gli individui al di sopra dei 65 anni solo nella percentuale del 0,83 per mille.

Bibl.: G. Perez, Tratt. di patol. chirurg., Roma 1940; P. Valdoni, Patol. chirurg., Milano 1946; G. G. Palmieri, Il problema del cancro nel momento attuale, in Responsabilità del sapere, marzo-apr. 1948; G. Vernoni, Appunti dalle lez. di patol.

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(da J. Braun, Die liturgische Geuardung, Friburga in Br. 1887, fig. 121)
Tunicella - T. del sec. xiv. conservata nella parrocchia di Castel S. Elsa.

gener., Roma 1949; M. Bufano, Tratt. di patol. ipec. med. e terapia, Milano 1949; C. H. Androwes, The bearing of recent works on the virus theory of cancer, in Brit. Med. Journ., 4645 (14 genn. 1950), p. 81 sgg.; G. Vernoni, s. V. ENOCH. Ital., XXXIV, pp. 474-81 e in App., II, pp. 1030-34. Alessandro Marolla