ZEON. - Con questa parola si indica nella liturgia bizantina l'acqua calda che, benedetta dal sacerdote, il diacono versa nel calice immediatamente dopo l'immixtio, mentre il sacerdote dice: « Fervore di fede, ripieno di Spirito Santo ».
Questo rito, esistente nella sola liturgia bizantina, non è di uso universale né imposto rigorosamente e viene praticato ancor oggi secondo la norma del can. 32, attribuito al patriarca Niceforo I (806-15). Il sacerdote non deve celebrare la liturgia senza l'acqua calda se non nel caso di necessità o quando non è possibile
trovarla (F. Pitra, Iuris eccles..., t. II, Roma 1868, p. 330). Al Concilio di Firenze i Greci furono interrogati sul rito dello z., ma la loro risposta non è pervenuta.
Nel Sinodo ruteno di Zamoscia (1720) quel rito fu abolito, ma è rimasto nell'Eucologio di Benedetto XIV (1754) e restituito, sotto certe condizioni, nel Liturgicum, recensione rutena, di Roma (1942).
Nella formula odierna lo z. ha un significato soggettivo simboleggiando il fervore della fede dei fedeli nello Spirito Santo, mentre, secondo la formula anteriore al sec. xv, il significato era oggettivo: il fervore dello Spirito Santo. La formula di benedizione parla del fervore dei santi e Nicola Cabasilas vede nel rito la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa, commemorazione opportuna perché conclusiva di tutti i misteri della Redenzione ricordati in questo sacrificio (cf. S. Salaville, Cabasilas, Explication de la divine Liturgie, Parigi 1943, pp. 206-10). Ma per Simeone di Tessalonica il rito indica che il corpo morto del Signore rimase vivificante, perché non era separato dalla divinità, né dalle energie dello Spirito Santo, e poiché il calore significa vita, quelli che ric evono il S. Sangue, quasi appongono le labbra al costato vivificante del Signore (PG 155, 741). Questa ultima intenzione moralizzatrice della S. Comunione è ritenuta dagli autori greci moderni. E mentre A. Baumstark riporta il rito ad antiche usanze di tavola (Byzant. - Neugriech. Jahrb., 15 [1939], p. 237) e J. Brinktrine ad una semplice benedizione (Ein auffallender Brauch der byzant. Messliturgie, in Theol. und Glaube, 1937, pp. 637-43). L. H. Grondijs, in uno studio approfondito ma spesso non sicuro (L'iconographie byzant. du Crucifié mort sur la Croix, 2ª ed., Bruxelles 1947), lo fonde con la dottrina dell'incorruttibilità del Corpo di Cristo, dottrina falsa ma accettata per un momento dall'imperatore Giustiniano, al cui tempo il rito avrebbe avuto la sua origine, rinnovata e resa più ortodossa dai mistici del monastero degli Studiti nel sec. xi (Nicetas Sterathos), perpetuata da Balsamone (PG 137, 619), da Simeone di Tessalonica e da altri, illustrata dal sec. xii con l'immagine di Gesù crocifisso col costato trafitto dal quale spruzzano sangue vivo e acqua calda.
Il primo documento storico che prova il rito dello z. è la risposta del katholikós armeno Mosè (574-604; PG 132, 1248-49; meglio, G. Garitte, La Narratio de rebus Armeniae, Lovanio 1952, pp. 243-44). Invece il racconto di Giovanni di Nikiu (H. Zotenberg, Chronique de Jean de Nikiu, Parigi 1883, pp. 413-15) e quello dell'anonima Vita di Teodoro Sykecio (Theophilus Ioannou, Μνημεία ἀγιολογικά, Venezia 1884, p. 460) non sono ad rem. Quindi, dopo il sec. vi, si ha un silenzio completo fino al canone del patriarca Niceforo, mentre nei documenti liturgici il primo accenno al rito si trova nella versione del sec. xii di Leo Thuscus.