VERGINI, BENEDIZIONE DELLE

VERGINI, BENEDIZIONE delle. - Antica e solenne cerimonia del rito latino-romano, per benedire e consacrare religiose che vivono in perpetua verginità.

È riservata al vescovo e si fa nelle feste dell'Epitania, di Pasqua e nella ottava, nelle feste degli Apostoli e nelle domeniche (tranne quelle dell'Avvento e della Quaresima), nella Messa solenne cantata, con orazioni proprie (Colletta, Secreta, Postcomunione) da inserirsi sotto la stessa conclusione, dopo quelle del giorno. Verso la fine del medioevo venne in disuso; le religiose degli Ordini mendicanti (Domenicane, Francescane, Carmelitane, ecc.) e le Cistercensi non l'assolero, mentre le Benedettine, le Certosine e quelle di s. Norberto la ritennero fedelmente. Oggi è in uso nelle Congregazioni benedettine del Brasile, dell'Inghilterra, di Solesmes, di Beuron, e negli Ordini monastici di s. Brunone e di s. Norberto. Anche le Congregazioni moderne fanno la loro professione sul tipo della b. delle V.
Le prime tracce di una solennità particolare in uso per le vergini si trovano in Tertulliano, che parla di una speciale copertura del capo, detta «mitra» o «mitrella» da portarsi dalle vergini a somiglianza di quella delle vedove, ma senza darne una cerimonia dell'imposizione. Tertulliano e s. Cipriano accennano ad un proposito speciale delle vergini, che si faceva in pubblico, di conservare la verginità. A Roma nel sec. III non si imponevano le mani alle vergini, come la Traditio apostolica d'Ippolito; il solo proposito faceva la vergine; si cambiava soltanto il vestito. La sorella di s. Ambrogio, Marcellina, ricevette solennemente il velo da Liberio papa (325-66) in S. Pietro. Questo velo divenne l'indumento classico delle vergini detto da s. Girolamo (Ep. ad Demet.: PL 22, 1108) «flammem virginale», segno della loro consacrazione o piuttosto spazializio a Cristo. Le formole più antiche della consacrazione occorrono nel Sacramentario.

e nel Missale Francorum; quelle del Supplemento gregoriano si presentano in forma più abbreviata. Il Gelasianio contiene, oltre il prefazio o formula consacratoria, la benedizione delle vesti. Il rito si arricchì poi di altri elementi: il Pontificale germanico, l'Ordo Romanus vulgatus aggiungono fra canti a solo (del vescovo, della vergine) e del coro, benedizioni e tradizioni, oltre che del velo, anche dell'anello e della corona. Le monache certosine ricevono anche il manipolo e la stola; riti che, tramite il Pontificale di Durando, entrarono poi nel Pontificale romano. Il rito si svolge nel seguente modo:

1) le vergini, nell'abito nuziale secolare, sempre accompagnate da due paramine e chiamate dall'arciprete, vengono presentate al vescovo per la consacrazione. Al triplice invito «Venite» del vescovo rispondono «Et nunc sequimur» e manifestano il proposito della verginità. 2) La consacrazione s'inizia con le litanie dei santi e col Veni Creator, aggiunta novissima; il vescovo benedice le vesti monastiche assieme al velo, all'anello e alla corona. Segue (le vergini hanno cambiato frattanto le vesti secolari con l'abito monastico) il prefazio della consacrazione. 3) Lo spostiamo si svolge con la consegna del velo, dell'anello e della corona, accompagnato sempre con antifone apposite cantate dalla vergine; alla fine si recita l'orazione cosiddetta dell'apostolo Matteo Deus plasmator. Il rito termina con la consegna del Breviario, con il canto del Deum e con la consegna della vergine neoconsacrata alla badessa.

Bibl.: L. Duchasne, Orig. du culte chrét., Parigi 1925, pp. 400-448; P. de Pumet, Le Pontif. Romain, Hist. et comment., II, Lovanio-Parigi 1931, pp. 142-78; L. Eisenhofer, Handb. der Lit., II, Friburgo 1933, pp. 423-27; Ph. Oppenheim, Die «Consecratio virginum», Roma 1943; J. Nabucco, Pontif. Rom. expositio juridico-pract., I, Petropoli (Brasile) 1945, pp. 447-77; O. Garrison, The Formulas «Ad virgines sacras». A study of the sources, in Eph. lit., 66 (1952), pp. 252-73, 352-65; R. D'Izarny, Mariage et consécration virginale au. IVe siècle, in La vie spirituelle, suppl. n. 24 (1953), pp. 92-118.

AUCHEOLOGIA. — La vestizione d'una V. è stata riconosciuta dai più nella scena dipinta nella parete di fondo a sinistra di Priscilla (v.) detto in genere «cubicolo della valuta» (Wilpert, Pitture, tavv. 79-80 e tav. a colori alla V. PRISCILLA). Sarebbe dunque una virgo Dei secondo l'espressione di Tertulliano (De velandis virginibus, 3). Una V. consacrata è nell'iscrizione «Adeodatae dignae et merita Virgini et quiescit hic in pace iubente XPO eius» (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 2a serie, 4 [1873], pp. 77; V. anche ibid., 4a serie, 5 [1887], p. 10). S. Girolamo chiama Lea «ancilla Christi, monasterii princeps, mater virginum» (Ep. 23 ad Marcellam; PL 22, 426). Un'ancilla Christi morta nel 324 è data da un'iscrizione africana (CIL. VIII, 20302); una «religiosa magna ancilla Dei Pretiosa», morta nel 401, è detta ancilla Dei et Christi (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., I, Roma 1861, n. 407); è nota una virgo Dei morta a Roma nel 409 (id., in Bull. arch. crist., 1 [1863], p. 68). ABBADESSA (v.) si dice anche Deo sacrata. Presso S. Paolo fu un monastero femminile (Nuovo Bull. arch. crist., 10 [1904], pp. 190-91): ivi sei iscrizioni hanno la formula «virgo Dei», una con la data del 447 (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., n. 739).

Nella Gallia per la V. sacra si trova «puglia» seguita dalle formole: «sacra Deo» (E. Le Blant, Inscriptions chrét. de la Gaule, Parigi 1856, pp. 188, 302); «sacra Deo» (id., op. cit., pp. 44, 204); «Deo placita quae virginales actus omni honestate custodient» «della annona» (id., op. cit., p. 388); «sanctimonialis» (id., op. cit., p. 259); in Spagna si ha «puglia Christi» in un epitafio del 465. A Thabraca in Africa è la nota iscrizione in musicaio: «Castula puella... properans castitatis sumere praemia dignam meruit immarcibile coronam» (CIL. VIII, 17348). Damaso ebbe la sorella Irene «Sacrata Deo»; ella «voverat haec sese Christo» (A. Ferrara, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 11). Più tardi si trova la stessa formula di «virgo sacrata Deo» a Milano (CIL, V, 6240) o «Dei» a Gemona nell'anno 524 (CIL, V, 1822), «sacrata Devota XTO» a Roma (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., II, Roma 1888, p. 104); «sacra Deo» nel 471 a Vercelli (L. Bruzza, Iscrizioni antiche vercellesi, Roma 1874, p. 268); «virgo sacra» in Africa (Comptes rendus de l'Acad. des inscr. et belles lettres, 911, p. 569); in Spagna nel 588 si ha una «virgo XPI» (E. Hübner, Inscr. Hispaniae Christ., Berlino 1871, n. 21).

L'epigrafia cristiana ha tramandato parecchie altre iscrizioni di V. sacre, quelle che il vescovo di Caragine definisce: «Fos est ille ecclesiastici germinis... illustrior gregis Christi» (De habitu virginum, 3; CSEL, III, 1, p. 189).

A Roma sono note tra le altre una «Pratextata virgo sacra» (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 1 [1863], p. 73); una «Alexandria virgo sacra» in n. 441 (id., Inscr. Christ., 1, p. 325, n. 745); una Lavinia «virgo Dei», sepolta pure a S. Lorenzo al Verano, è detta «virgo Dei inimitatibus» (id., Bull. arch. christ., 1 [1863], pp. 68 e 72). Nel Museo Cristiano Lateranense si ha una «Nigella virgo Dei» (O. Marucchi, Monumenti del Museo crist. Pio Later., Milano 1910, tav. 54, 1); Aurelia Agapetilla fu «virgo Dei» come si legge sul suo sarcofago (Wilpert, Die gottgeue. [V. BIBLICA.], tav. IV, 1), di una Giuliana del IVo V. sec. si dice: «hanc dum corporei premerent vicinia leti / sponsa diu nubit per sacra vela Deo» (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, pp. 63, 92). In Aquileia una «Anicia Ulpina» è chiamata «virgo devota Deo» (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 1 [1863], p. 74).

Del 431 è Leucadia «Deo sacrata Puella» (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, I, op. cit., n. 44, p. 89); a Treviri di una Hilariata «puglia Dei» si dice che «omnibus diebus vitae suae Deum coluit et omni actu Salvatoris Domini praecepta servavit» (id., loc. cit., p. 366, n. 258). A Vercelli di una Maria si scrisse: «aeternos sortita thoros XPI que petivit» (CIL, V, 6734). Nell'ipogeo di S. Satiro in S. Ambrogio a Milano fu deposta «Manlia Daedalia clara genus censu pollens et mater egentium virgo sacrata Deo» (CIL, V, 6240).

Vergini - V. S. ma le loro lampade accese (fot. Alinari) musaico (sec. XIII) sulla facciata della basilica di S. Maria in Trastevere - Roma.

La memoria delle V. cristiane si accompagna talora al ricordo della parabola evangelica delle V. prudenti e delle stolte, di cui una rappresentazione si trova in due affreschi cimiteriali del sec. IV, l'uno nel cimitero maggiore della Via Nomentana (J. Wilpert, *Die gottgeweihten*, tav. 2, 5), l'altro in quello di S. Lorenzo al Verano (id., *Pitture*, tav. 241), oltre che nell'Evangelizio purpureo di Rossano (Wilpert, *Mosaiken*, fig. 385, pp. 833-834). Un accenno è in Damaso, nel carme fatto per la sorella Irene: «nunc veniente Deo nostri reminiscere virgo ut tua per Damasum praestet mihi facula lumen» (A. Ferrara, *Epigrammata Damasiana*, n. 11); anche nell'iscrizione di Eusebia «Sacra Deo puella» si trova lo stesso accenno «cuius probabili vita instar sapientium puellarum sponsum emeruit habere XPM, cum resurget» (CIL, XIII, 2408); altro accenno nell'iscrizione di Celsa, dell'anno 518: «non impar decem sapientibus puellis accensu ulivo sponsum praestolata XPM» (E. Le Blant, *Inscriptiones chrétiennes trouvées à Vienne*, in Bull. archéol. du Comité, 1894, pp. 63-65).

Sulla tomba di una badessa a Jouarre si legge: «Cenubii huius mater sacratas Do virtutes oleum cum lampadibus prudentes filias occurrere XPM (E. Le Blant, *Inscr. chrét. de la Gaule*, I, Parigi 1856, n. 199).

Una stoffa con la detta scena fu offerta dal papa Pasquale I (817-24) per l'altare della basilica di S. Prascide da lui rifatta (Lib. Pont., II, p. 55). Il vescovo Crodengango di Metz fece dipingere nella chiesa di Gorze la scena delle V. sagge (Alcuino, *Carmina*, 117, 1). Il epoca posteriore la scena fu dipinta nell'abside della cappella del castello di Appiano in Alto Adige (J. Gerber, *Die romanische Wandmalerei Tirols*, Vienna 1922) e nella grotta di S. Tommaso in Anagni; in rilievo è nell'esterno della cattedrale di Strasburgo.

Bibl.: J. Wilpert, *Die gottgeweihten Jungfrauen in den ersten Jahrhunderts der Kirche*, Friburgo in Br. 1892; A. Wilmart, *Un anonyme ancien: «De X virginibus», in *Bulletin d'ancienne littérature et d'archéol. chrétienne*, 1 (1911), pp. 35-49, 88-102. Enrico Josi*