ABBATIA. -
I. DEFINIZIONE E STORIA
*Abbatia* nel corso dei secoli ha assunto vari significati, sempre però in relazione con la parola *abbas* da cui è etimologicamente derivata. Di origine probabilmente irlandese, nacque in Francia, donde passò in Italia e poi in Germania, ma fu poco in uso fino agli inizi del sec. VIII. Comparve allora con frequenza per indicare la carica o dignità abbaziale, anche se *abbas* (secondo una facile derivazione o analogia), era usato per designare il capo di un clero basilicale e nel suo concetto implicava tutte le funzioni spirituali e materiali connesse con tale ufficio.Gradatamente il significato subì una restrizione, specie sotto l'infusso della consuetudine per cui i re solevano distribuire in larga misura ai loro fedeli, anche secolari, i monasteri che essi stessi avevano fondato o ricevuto per commendationm da altri fondatori. Se infatti i possedimenti monastici restavano sempre in teoria e in radice proprietà del monastero, le rendite passavano in pieno uso del titolare in carica, il quale era libero di provvedere ai monaci nel modo e nella misura che credeva. Ne derivò quindi che la parola *abbatia* fu limitata ad indicare i beni del monastero posti a disposizione dell'abate, quasi in

(Itot. Eist. Catt.)
pratica annessi e appartenenti alla sua carica, nonché il loro godimento: nell'abbatia si vedeva quasi un bene-ficio. E infatti con la distinzione fra abbatia e monasterium si veniva appunto formando quel concetto di godimento e di possesso che è alla base del beneficio ecclesiastico.
A questo significato se ne aggiunse presto un altro che divenne di uso più corrente. Già alla fine del sec. IX la parola abbatia veniva impiegata nel senso, ancor oggi più comune, di comunità cui presiede un abate, e si attribuiva pure all'edificio da essa abitato. Abbatia e monasterium venivano ad avere funzione di sinonimi: l'abbatia era un monasterium venito sotto l'autorità di un abate e il monasterium veniva concepito come un'abbatia, poiché era affidato alle cure di un abate. A far sempre più coincidere i due termini contribuì il fatto che dalla seconda metà del sec. X in poi i signori secolari vennero rilasciando le a., già da loro ritenute, ai monaci o al monastero o al suo santo patrono. Il concetto però di abbatia come distinta dal monasterium non scomparve, anzi ad esso si fece ricorso ogni qualvolta si volle conferire la carica abbaziale, come un beneficio, ad estranei alla vita monastica.
Oltre questi significati principali, il termine ne ha assunti altri derivati e secondari. Il territorio appartiene al monastero e su cui l'abate esercitava la sua giurisdizione; la riunione di tutti gli abati di una regione; una chiesa parrocchiale, per lo più una volta monastica, furono detti pure abbatia.
Anche oggi nel linguaggio usuale si intende per a. una comunità di canonici o, più spesso, di monaci cui compete il diritto di avere a capo un abate. E sono tuttora detti a. gli edifici claustrali, il territorio della giurisdizione abbaziale, alcune chiese anticamente monastiche.
Le caratteristiche e le prerogative delle a. si ricavano dal diritto particolare, ossia dalle peculiari costituzioni e dai documenti, poiché il CIC, pur trattando degli abati di monasteri sui iuris, non considera espressamente la figura giuridica delle semplici a.
Più esplicito, sebbene anche qui non lo faccia direttamente, è nel caso delle a. nullius (v. ABATE), la cui fisionomia è varia e talora anzi del tutto peculiare, secondo la diversità di origine. Alcune infatti, ad es. Montecassino, si sono formate affidando ad un monastero la giurisdizione su una preesistente diocesi che ne ha costituito il nucleo centrale; altre derivano la loro esistenza da esenzioni patrimoniali, altre ancora da dirette concessioni. Comunque tutte, anche quelle attualmente esistenti, sono o furono monasteri.
Le odierne a. nullius sono, secondo l'Annuario pontificio, anno 1948: 1) Montecassino (mon. ben.) con annessa la prepositura di Atina; 2) Monte Oliveto Maggiore (mon. ben. oliv.); 3) Monte Vergine (mon. ben.); 4) Nandana (mon. ben. nelle missioni Afr. sett.); 5) Nonantola (già mon. ben., ora unita in perpetuo alla sede arc. di Modena); 6) Nuova Norcia (mon. ben. nelle missioni Austral.); 7) Perambur (mon. ben. nelle missioni Afr. centr.); 8) Pietersburg (mon. ben. nelle missioni Afr. mer.); 9) S. Martino al Monte Cimino (già mon. ben., poi cisterc., ora unita in perpetuo alla sede vec. di Viterbo); 10) S. Martino sul santo Monte della Pannonia (mon. ben. in Ungheria); 11) S. Maurizio di Agaune (dei Can. reg. nella Svizzera); 12) S. Paolo fuori le Mura di Roma (mon. ben.); 13) S. Pietro di Muenster (mon. ben. nel Canadà); 14) S. Alessandro di Orosci (già mon. ben. in Albania); 15) S. Maria Ausiliatrice di Belmont (mon. ben. nelle Caroline); 16) S. Maria di Grottaferrata (mon. bas.); 17) S. Maria Trinità di Cava dei Tirreni (mon. ben.); 18) S. Maria Vergine Maria di Einsiedeln (mon. ben. nella Svizzera); 19) SS. Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane di Roma (mon. ben., poi cisterc. trappista); 20) Subiaco (mon. ben.); 21) Tokugen (mon. ben. nelle missioni della Corea); 22) Wettingen-Mehlerau (mon. cisterc. in Germania).
Per la parte di Diritto Canonico V. ABATE.
2. L'A. NELL'ARTE. - Il criterio che distingue, dal punto di vista della storia dell'arte, l'a. dal mona-stero (denominazione più comprensiva) è l'accentuata organicità e la maggior costanza dei caratteri formali. Quindi, se la storia dell'a. si confonde, nei tempi più antichi, monastero (v.), l'a. vera e propria, cioè avente una individualità formale, si delinea quando la diffusione della Regola di s. Benedetto, esigendo lo stabilimento di numerose sedi dei monaci, segna l'affermazione di un tipo architettonico particolare. Ciò avviene a partire dall'VIII, e specialmente dal IX sec., ed è favorito dall'incremento costruttivo che fa capo al movimento carolingio.
Tuttavia il carattere precipuo delle a., cioè la volontà programmatica e preconcetta, «razionale», che ne informa la costruzione, non evita, ma anzi stabilisce un rapporto intimo coi monumenti coevi: sia perché nelle a. vengono conservate e potenziate le forme acquisite, sia perché queste ne vengono diffuse nel tempo e nello spazio.
Talvolta nelle chiese abbaziali si determinano originalmente alcune forme stilistiche (basti ricordare che nel privato cluniacense del Wast, fatto erigere da s. Ida, madre di Goffredo di Buglione, comparvero

AbbaZIA - Facciata della chiesa abbaziale di Maria Laach.(sec. xit).
Abbazia - Facciata della chiesa abbaziale di Maria Laach. (sec. XII).
i primi esempi francesi di arco acuto; a Vézelay, sembra, si adottarono i primi archi rampanti; e si rendono essenziali, e perciò formalmente precisati, alcuni elementi architettonici, fra cui, principalissimo, chiostro (v.).
Di qui le opinioni estremiste di alcuni critici, che vogliono attribuire all'a. il merito esclusivo di aver promosso, per esempio, l'architettura gotica, o di essere stata l'unica o la preponderante causa della diffusione nel mondo di alcune forme stilistiche; o che ritengono (Viollet-le-Duc) esclusività dei monaci la sapienza costruttiva, come concezione e come attuazione, o, al contrario, limitano ai monaci le mansioni esecutive o tutt'al più amministrative (Hasak); oppure, scegliendo una soluzione intermedia, ma non per questo meno vaga e più definitiva, ammettono una mutua ingerenza tra monaci e corporazioni laiche (Springer).
Si nota, fin dalle lontane origini del monachesimo orientale, che allo stabilirsi d'una convivenza monastica sono preposti tre criteri fondamentali: la scelta del luogo (che poi si svilupperà nello sfruttamento delle risorse locali); la discriminazione ben chiara delle unità architettoniche o semplicemente costruttive, in funzione della loro destinazione; l'assenza o la sacchezza (specialmente in Occidente) di essenziali comunicazioni all'aperto tra i vari edifici, soprattutto nei tipi più antichi. Onde il corollario che il monastero doveva tanto individuarsi, cioè essere comunque in rapporto con l'ambiente circostante, quanto risolversi nel suo interno in una caratteristica organicità; quanto più era separato dal mondo esterno, tanto più attuava, nel suo interno, un efficiente complesso di risorse naturali atte a garantire la vita e l'attività spirituale dei monaci.
Tali criteri rivelano subito che il carattere formale dell'a. fa capo, più che alla storia dell'arte, a quella dell'urbanistica. Di conseguenza, ecco subito differenziarsi l'urbanistica abbaziale dall'urbanistica dei centri laici. Questi, nel clima artistico medievale, appaiono come lente formazioni di complessi dove l'attuazione delle caratteristiche è affidata a criteri diversi nelle persone e nel tempo, giacché manca unità di concezione e contemporaneità di esecuzione. Al contrario le a. si qualificano per il carattere geometrico, rettilineo, cioè unitariamente e razionalmente preconcepito, che informa la loro planimetria.
Delle più antiche costruzioni monastiche benedettine scarse sono le notizie e incerte risultano le ricostruzioni monumentali. Il Sacro Spedo sublaicense, nato dalla primitiva dimora di S. Benedetto, costituisce per sua natura un anello di congiunzione tra l'organizzazione monastica orientale, eremitica e comunque separata dal mondo, e l'opposto criterio che informa il monachesimo occidentale. E pertanto non può costituire un «exemplum» di concezione architettonica programmatica. L'originaria a. sassinese, del pari, essendo difficilmente ricostruibile, non fornisce elementi sicuri per l'inizio della storia della a.
Tuttavia i criteri architettonici fondamentali e le modalità esecutive sono contenuti nella Regola di s. Benedetto e confermati e documentati da un passo della «leggenda» del medesimo santo, dovuta a Gregorio Magno. Infatti nella Regola sono prescritte minutarmente le singole mansioni dei monaci e l'organizzazione materiale della comunità e non preveduti gli sviluppi e le accidentalità della vita monastica. Così le funzioni sovrane dell'abate, le mansioni degli anziani, la figura del cellerario, come debbono esser considerati e agire gli studiosi e gli artigiani, i fornitori e i pellegrini, nonché i mutui rapporti fra i conviventi e gli estranei e, naturalmente, le norme per le manifestazioni del culto (dapprima strettamente monastico), tutto è pre
cisato e descritto; ma ogni cosa è coordinata a un duplice fine: quello di costituire una comunità perfetta e di fornire a ciascun partecipante pienezza di vita, in modo che nessun monaco abbia necessità di uscire dall'a. (ut mo-nakis non sit necessitas vagandi foris).
Tutto ciò non può che risolversi in una costituita unità architettonica, formata da vari edifici chiaramente caratterizzati. Come se, corollario alla Regola, fosse quasi un regolamento, cioè quasi una scienza edilizia, che ideata dal fondatore, fosse affidata a specialisti, cui doveva essere stata comunque trasmessa. Infatti la «leggenda» di S. Benedetto narra che due monaci giunti a Terracina per edificarvi una a. (ed ecco la prova della generazione del tipo, della moltiplicazione del nucleo originario di una forma stabilita una volta per sempre) non riescono ad attuare la costruzione se non dopo che s. Benedetto è apparso loro in sogno a dettare le precise norme esecutive.
Il più antico documento concreto, che, fuor d'ogni deduzione, ci rivela la forma del complesso abbaziale, è la planimetria, eseguita nell'82 circa, per l'a. di San Gallo. Alcuni vogliono sia opera di Eginaldo, architetto di Carlomagno; fu inviata per l'esecuzione all'abate Gazzberto, accompagnata da una lettera che conferisce al fatto importanza notevole (v. MABILLON, JEAN, Ann. Bened., II, p. 571). Per quanto schematica, la planimetria certifica il carattere geometrico dell'assieme e conferma, attraverso la razionale connessione degli edifici, l'organizzazione della vita monastica.
Tale mirabile schema non trova essenziali varianti nelle più tarde a., pur obbedendo, ma sempre e soltanto estrinsecamente, all'evoluzione della scienza, del gusto e delle progressive necessità. Tuttavia caratteri particolari di talune a. lasceranno preponderare o la chiesa (Clunny), o gli edifici destinati al lavoro intellettuale (Clairvaux) o a quello manuale (Pontigny). Tanto che le maggiori differenze che si riscontrano tra le a. più antiche e quelle più tarde, anche attraverso le riforme cluniacense e cistercense, ove si attragga da ciò che meglio si inquadra nella storia generale dell'arte, non si riferiscono che all'estensione e allo sviluppo; pur non negando, ma assegnando a ragioni estrinseche, l'importanza, invero notevolissima, dell'azione monastica a favore della grande fioritura architettonica dei secc. XI e XII. (Si ricordi, a testimonianza di ciò, lo scritto di Radulph Glaber, monaco borgognone: De innovatione ecclesiarum in toto orbe). Né tale azione potrà mai negarsi, se si ricorda che dalla fondazione dell'Ordine benedettino al Concilio di Costanza (1418) erano state fondate non meno di 15.070 a. in ogni parte del mondo.
Non vale la scarsa produttività architettonica del secc. x ad attenuare la vita dell'a.: nel 909 fu fondata dall'abate Bernone l'a. di Cluny. A Bernone seguì s. Oddone, il grande riformatore, il cui nome non può andar disgiunto da quello del successore Ugo. L'azione di Oddone e di Ugo, seguita dai provvedimenti emanati dall'a. di Citeaux (fondata nel 1098) valsero a potenziare l'autorità degli abati, in cui veniva accentrata giurisdizione più intensa e più estesa. Così i Cluniacensi e i Cistercensi, diversamente restaurando ed esaltando l'originario spirito benedettino, poterono significare le loro riforme in quei monumenti che per la loro importanza si sogliono raccogliere in due diversi e ricchi capitoli della storia dell'architettura. (v. CLUNIACENSE, ARCHITETTURA; CISTERENNE, ARCHITETTURA).
La potenza che acquistò il centro monastico di Cluny, se anche non bastasse a provarla la storia politica, ebbe evidentissima manifestazione nello sviluppo delle a. dipendenti. A tal segno, che ebbe inizio l'accentrarsi attorno a tali a. di tutta l'economia delle regioni; e come le terre circostanti ne arricchirono, così l'a. stessa si estese, per dir così, oltre l'ambito suo proprio: i laici furono in certo modo incorporati nella zona d'influenza del centro religioso e l'edificio monastico vide aggrupparsi intorno a sé le case e, via via, i centri abitati dei secolari. E nacquero vere e proprie città, che, pur perdendo alla periferia il carattere organico determinato dalle nor-
me planimetriche degli edifici abbaziali, a questi rimanevano in qualche modo collegati anche formalmente: per es. Cluny stessa, Charlieu, Vézelay, Clairvaux, Pontigny, e quelle che - numerosissime - nel nome conservano il ricordo della loro origine religiosa: Paray-le-Monial, Marcigny-les-Nonains, Badia, Monaco, Münster, ecc.
Nell'accresciuta importanza architettonica si attuano alcuni elementi propri degli edifici abbaziali, GALLIA (v.) e il caratteristico narteco di inusitata ampiezza, e si conferma e meglio si dichiara il repertorio decorativo proprio delle a. Tra le opere di scultura e di pittura, che crebbero d'importanza e di numero fino alla reazione cistercense, erano notevoli e costanti le ricche sculture sulla porta d'ingresso della chiesa (quasi sempre il soggetto era tratto dall'Apocalisse) dominante dall'alto dalla figura del Redentore, e la rappresentazione del Giudizio finale nel refettorio.
Verso la fine del sec. XI Roberto, Alberico e Stefano, monaci di Molesmes, si ritirarono nella foresta di Cîteaux con l'intento di restaurare alla più austera severità la Regola benedettina: bandita ogni forma appariscente e decorativa nell'edilizia monastica, come volevano esser bandite le ingerenze politiche che via via si erano venute determinando presso le potenti a. cluniacensi, i santi monaci fondano quello che si è soliti chiamare il monastère de bois (1098-99).
Se questo movimento reazionario coincide con lo scadimento delle consuetudini e della potenza feudale, non segna in nessun modo un impoverimento architettonico delle a. Al contrario le chiese cistercensi iniziano una rinascita architettonica. A Clairvaux, per opera di s. Bernardo, sorse la celeberrima a. che detto le norme architettoniche perfino all'abbazia-madre di Cîteaux. In essa si conferma come il cambiamento di alcune particolarità non alteri il più antico carattere dell'urbanistica abbaziale.
Ma crescono d'importanza i centri agricoli in qualche modo dipendenti dall'a. I mutui rapporti di pratica influenza tra monaci e laici assumono ora, pertanto, il maggiore sviluppo. I granai, già chiusi nell'ambito abbaziale, estendono il loro ufficio dando luogo a vere e proprie organizzazioni laiche gestite da monaci o da conversi. E i nuovi centri rurali, individuati che siano dal nome di villae (dove non sempre erano necessari gli impianti culturali) o sotto l'antico appellativo di granige (v.), divengono a poco a poco villaggi, paesi e città indipendenti.
Ma come l'urbanistica abbaziale talvolta subisce alcune deroghe, massimamente dove si manifesta l'intento di sfruttare il terreno (Pontigny), le campagne (Vaux-de-Cernay), o di organizzare industrie secolari (Fontenay), così il carattere laico in alcuni casi prende il sopravvento sulla tipica configurazione delle a. Per esempio, quella di Mont-Saint-Michel, nella ricostruzione del 1203, assume decisamente l'aspetto di città militare.
Questo allontanamento dal carattere strettamente monastico, evidente nel mutato impianto planimetrico, accompagna lo scadimento delle peculiarità abbaziali così nella storia politica come in quella artistica. Tuttavia, a prova della vitalità dello spirito abbaziale originario si potrebbe citare ancor oggi, p. es., una scuola di pittura propria di alcune a. austriache e italiane, erede lontana della gloriosa pittura benedettina del medioevo; e, in complesso, sempre in ogni tempo è riconoscibile, sia nelle a. di nuova e anche recente fondazione (S. Anselmo di Roma, a. cistercense di Cordemois) e sia in quelle ricostruite, il criterio architettonico-urbanistico originario.
Ma è certo che, dal sec. XIII in poi, tenuto conto anche degli apporti dei nuovi Ordini religiosi, la storia delle a. come entità artistiche non è più nettamente separabile da quella - maggiormente comprensiva - dell'arte.
Lo stesso può dirsi per le a. più lontane geograficamente da quelle francesi. Quelle italiane, poi, o costitui-
me planimetriche degli edifici abbaziali, a questi rimanevano in qualche modo collegati anche formalmente: per es. Cluny stessa, Charlieu, Vézelay, Clairvaux, Pontigny, e quelle che - numerosissime - nel nome conservano il ricordo della loro origine religiosa: Paray-le-Monia
scono indipendenti capitoli della storia artistica e civile, come, p. es., quella di Farfa (v. , quindi, le singole voci), o si connettono indissolubilmente con trattazioni più generali; specialmente perché il loro stabilirsi (Fossanova fu consacrata nel 1208) s'inserisce (e in certo modo vi soggiacce) nel grande movimento artistico del cosiddetto «gotico italiano», che si afferma come arte intrinsecamente autonoma. Basti ricordare che l'a. di Fossanova (cistercense) diede origine a quelle di Casamari, di S. Galgano, di Badia a Settimo, di S. Martino al Cimino, di S. Maria d'Aragona, delle due Chiaravalle, di Valvisciolo, di S. Clemente a Casauria, ecc. dove l'immutato schema iconografico si risolve in un acquiescente manierismo esteriore che lascia prevalere, senza intralci di sorta, elementi di gusto e di stile propri dell'arte italiana. - Vedi Tavv. II-III.
BML: Per le generalità sull'architettura dell'a., oltre le opere: C. Enlart, Manuel d'Archeologie Française, I: Architecture religieuse, Parigi 1910-24; J. A. Brutalis, Précis d'archeologie du moyen âge, Tolosa-Parigi 1923; P. Toesca, Storia dell'arte italiana - Il Medioevo, Torino 1927, vedi le trattazioni generali: A. Lenoir, Architecture monastique, Parigi 1852-56; E. Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l'architecture française du XI° au XVI° siècle, I. Parigi 1867, s. v.: Architecture religieuse e Architecture monastique, pp. 166-312. - Vedi inoltre, per i rapporti con l'architettura laica, M. Husak, Die romanische und die gotische Baukunst: Kirchenbau, in Handbuch der Architektur, II, IV, 3, 1913. Fondamentale lo scritto di J. Schlosser, Die abendländische Klosteranlage des früheren Mittelalters, Vienna 1889; assai utile l'introduzione di G. Giovannoni, (pp. 261-403), al vol. I Monasteri di Subiaco; P. Egidi, Notizie storiche, G. Giovannoni, L'architettura e F. Hermann, Gli affreschi, I. Roma 1904.
Per i problemi urbanistici, cf.: P. Lavedan, Qu'est-ce que l'urbanisme?, Parigi 1926; G. Giovannoni, Vecchie città ed edilizia nuova, Torino 1931.
Vedi inoltre, per i riferimenti alle generalità: D. B. Camm, Pilgrim Paths in Latin Lands, Londra 1923; F. Behn, Die karolingische Klosterkirche von Lorsch an der Bergstrasse, Berlino 1934 (v. anche recensione di P. Verzone, in Palladio, [1938], pp. 191-202); A. Gardner, An Introduction to French Church Architecture, Cambridge 1938; D. G. Morin, Pour la topographie ancienne du Mont-Cassin, in Revue Bénédictine, 25 (1908), pp. 277-288; 468 sgg.; I. Schuster, A proposito d'una nota di topografia cassinese in un codice del secolo undecimo, in Casinensis, 1929, 1, p. 65; E. Scaccia Scarfoni, L'atrio della chiesa di Montecassino, in Bollettino d'Arte (1932), pp. 22-33; id., Architetture cinquecentesche in Montecassino, in Bollettino d'Arte (1938), pp. 9-24; A. Pantoni, Su di un'antica chiesa del Monastero cassinese, in Rivista di Archeol. cristiana, 13 (1936), pp. 305-330; R. Bordenache, La Sma Trinità di Venosa, in Ephemeris Dacoromana, Roma 1937; E. Olivero, L'a. cistercense di Santa Maria di Casanova presso Carmagnola, Torino 1939. Per le a. spagnole cf. B. Bevan, History of Spanish Architecture, Londra 1938. Per le a. orientali, cf. B. Garrod, Les anciens monastères bénédictins en Orient, Lilla-Parigi 1912. Adriano Prandi
