ACCA LARENZIA. - Secondo vari autori antichi, ma principalmente Macrobio, era un'età vissuta al tempo di Anco Marcio. Il custode del tempio di Ercole avrebbe invitato un giorno il dio al gioco dei dadi, col patto che il vinto avrebbe offerto al vincitore una cena ed una donna. La vittoria fu del dio, il quale avrebbe passato la notte nel tempio con A. L. e, riconoscente, avrebbe ammonito la donna di non lasciarsi sfuggire la prima occasione che le si fosse presentata uscendo: quello era il suo dono. Ed infatti un ricco etrusco, Taruzio, colpito dalla sua bellezza, l'avrebbe sposata lasciandola poco dopo erede di molte ricchezze. A. L., a sua volta, morendo lasciò erede il popolo romano; ed il re dispose che annualmente si compissero dei sacrifici funebri sulla sua tomba al Velabro, presso la Via Nova. I sacrifici che prendevano il nome di Larentalia (v.) o Larentialia si tenevano il 23 dic. per opera dei pontefici e del flamine quirinale.
Da questa leggenda di tipo popolare ed evidentemente assai antica, giacché connessa con una tomba sita nella località più prossima al nucleo primitivo della città e legata a terreni di proprietà dello Stato, vanno distinti altri particolari leggendari, di evidente origine dotta. Si volle fare di A. L. la moglie di Faustolo e la nutrice di Romolo e Remo, e spiegare in tal modo razionalisticamente la leggenda dell'allattamento singolare dei due gemelli (lupa infatti significa anche meretrico). Essendole poi morto uno dei propri figli, avrebbe adottato Romolo al posto di quello ed istituito il collegio dei Fratelli Arvali; e finalmente avrebbe lasciato, morendo, Romolo erede dei suoi beni, ereditati da Taruzio, sposato in seconde nozze.
Varie ipotesi sono state avanzate per spiegare simbolicamente la figura di A. L., ma ognuna di queste urta contro gravissime difficoltà. Sì che, dopo tanto dotto peregrinare, cosa più saggia sembra sia tornare al punto di partenza e accontentarsi di quello che credevano gli anti-
chi, i quali vedevano in A. L. semplicemente una cortigiana realmente esistita - magari un paio di secoli più tardi di Anco Marcio - che, priva di parenti, volle lasciare i suoi beni allo Stato, col patto che si celebrassero sulla sua tomba i riti funebri, secondo un costume comunissimo in tutti i tempi e soprattutto nell'antichità.