ACRI, FRANCESCO

ACRI, Francesco. - Filosofo, n. a Catanzaro il 19 marzo 1834, m. a Bologna il 21 nov. 1913. È comunemente riconosciuto come il più cospicuo rappresentante in Italia dello spiritualismo cristiano nella seconda metà dell'Ottocento, anche se sulla sua speculazione i giudizi non sono concordi. Iniziato alla filosofia dalla lettura del Gioberti, ne derivò quella inclinazione al platonismo che sarà la sua caratteristica, mentre un soggiorno in Germania, durante il quale ascoltò Trendelenburg, gli facilitò la conoscenza delle più recenti correnti di pensiero. Ordinario di filosofia all'Università di Bologna dal 1871, egli, poco preoccupandosi di una costruzione sistematica personale, fu energico assertore di una visione del mondo e delle cose che si potrebbe chiamare idealismo cristiano, conubio originale di platonismo e agostinianesimo, egualmente lontano e contrario al determinismo scientifico e all'agnosticismo metafisico allora imperanti. E la difesa dei valori dello spirito (che ebbe talora risonanze in larghi strati culturali, come nelle polemiche con Imbriani, Spaventa, Fiorentino, per cui cfr. F. Fiorentino, La filosofia contemporanea in Italia, Napoli 1876) era nell'A., oltre e più che la giustificazione di una posizione filosofica, la coerenza al suo credo cattolico cui informò sempre la vita.

La produzione scientifica dell'A., se la si paragona alla sua lunga vita, non è cospicua ed è piuttosto frammentaria. Egli stesso raccolse il meglio delle sue pubblicazioni in quattro volumi antologici: 1) Videmus in aenigmate, Bologna 1907; 2) Amore, dolore, fede, ivi 1908; 3) Dia- lettica turbata, ivi 1911; 4) Dialettica serena, Rocca Casciano 1917 (edito postumo a cura del figlio Umberto). Il primo di questi volumi, che può ritenersi l'opera più geniale e profonda dell'A., svolge principalmente la sua dottrina sulle idee, già anteriormente esposta in Abbasso d'una teoria delle idee, Palermo 1870. La sua concezione postula nella percezione una certa intuizione di Dio (reminiscono giobertiana e rosminiana adattata), come condizione perché la mente possa trasformare la percezione in idea e intendere la cosa percepita. D'altra parte sostiene l'impossibilità di una cognizione adeguata di una qualunque cosa per le infinite relazioni di ogni idea. «Il tutto è in tutto e le menti il tutto non lo vedono» sembra la formula riassuntiva del pensiero dell'A. Egli tuttavia non può essere accusato di scetticismo in quanto crede ottenere dalla intuizione mistica ciò che non stima possibile alla sola ragione (cf. E. Chiocchetti, Il sistema filosofico dell'A., in Riv. Filosofia Neosc., 5 [1913], pp. 566-81).

L'opera maggiore dell'A. è però la sua traduzione di Platone, la più bella che si abbia in Italia. In forma elettissima, che alle volte appare anche soverchiamente preziosa, egli fa risentire e rivivere Platone, così da renderne l'anna rispecchiandola nella propria. La 1a ed. dei 12 dialoghi tradotti dall'A. fu stampata in 3 voll. a Milano nel 1914; migliore l'ed. curata a Milano nel 1921 dalla Libr. Ed. Pop. Ital. Notevoli in essa due scritti originali, che possono considerarsi quali premesse agli stessi dialoghi: 1) Si considera secondo filosofia se si possa volgarizzare su scrittore, qualunque egli sia e specialmente Platone; 2) Ragionamenti contro ai veristi filosofici, politici e poeti.

Bibl.: R. Mondolfo, F. A. e il suo pensiero, Bologna 1914; V. PUGLIA, F. A., Catanzaro 1923; F. Meda, F. A., Milano 1923; F. Calderaro, F. A. e il suo spiritualismo, Roma 1941. Felicissimo Tiniella