**ALBANESI. - Membri di una particolare seta del catarismo (v. CATARI) italiano, CONCORREZZESI (v.) bagnolesi (v.). Già nella seconda metà del sec. XII i catari italiani si dividono in dualisti assoluti e dualisti mitigati o monarchici; al'inizio del Duecento i primi costituiscono la corrente degli albanenses, con centro gerarchico e dottrinale in Lombardia; è più probabilmente dalla località di Albano (S. Alessandro, prov. di Bergamo) che si deve far derivare tale denominazione, o fors'anche da qualche capo di nome Albanus; son detti anche de Desen-zano dal paese omonimo sul Garda, oppure da Desen-zano al Serio. La Chiesa catara albanese trovavasi a Verona e in molte città della Lombardia. Verso la metà del sec. XIII i suoi membri effettivi erano, secondo i computi di R. Sacconi, 500 ca., ma andavano aumentando anche nelle circoscrizioni ecclesiastiche catare della Marca Trevisana, Toscana e Valle spolettana. Essa derivò la sua fede dualistica dalla Chiesa orientale di Dugnuthia (o Dugnuthia, Bruguthia, Drogometia, Druguria, Diniguttia ecc.). Rimane soggetta a revisione la identificazione, ora ritenuta più probabile, con Drogovetia = Dragovica, località abitata dai Dragoviciani, popolazione bulgaro-slava della Tracia del sud e della Macedonia. Un capo cataro Nicetas o Niquinta, venuto in Lombardia e, nel 1167, presente**
al convegno cataro di Saint-Félix de Caraman (Tolosa), fece passare dal dualismo mitigato della Chiesa di Bulgaria al dualismo assoluto della Chiesa d'Agrigento, e il vescovo dei catari italiani Marco. Nel frazionarsi del catarismo, questi ebbe per successo Giovanni l'Ebreo. In seguito incontriamo Marchisio de Sorano (o Soiano), vescovo degli a. de Desenzano, col suo coadiutore Amizo, e Nicola di Vicenza. All'inizio del Duecento la frazione più antica degli a. ha per capo il vescovo Balasinanza (o Bellasmanza) di Verona.
Questa setta, per spiegare il male e il peccato, insegna la coesistenza eterna dei due principi: il dio buono, creatore dei suoi angeli e del suo mondo, ossia della natura incorporea o celestiale, e il dio cattivo, creatore dei suoi spiriti maligni e del mondo terrestre, animali e corpi. Questi due regni non avranno fine e saranno in continua opposizione. Lucifero, figlio del dio malo, o per astuto o per espugnazione militare porta il male nel regno celeste: le anime sedotte sono imprigionate nei corpi umani e degli animali, nei quali trasmigrano in espiazione, per ritornare tutte al loro stato primitivo, ricongiungendosi ai propri corpi e spiriti lasciati nel cielo. Gesù Cristo, figlio del dio buono, a questi inferiore, venuto a richiamare queste anime, nacque da un angelo, la Madonna, ed ebbe corpo umano e azioni materiali solo apparenti. Il Vecchio Testamento è opera del diavolo, eccetto i Libri Sapienziali e i Profeti. Alcuni dottori accentuarono e svolsero questo schema dualistico. Il vescovo bergamasco Giovanni de Lugio, seguito da Giovanni de Cucullio, capeggiò dal primo quarto del Duecento una frazione di giovani. Nel suo insegnamento esclude la creazione ex nihilo: sia il principio buono sia quello cattivo compreso il proprio mondo coi quattro elementi coeterni, fuoco, aria, acqua, terra, rispettivamente di natura invisibile e di natura materiale. Secondo una interpretazione più rigida, anche le anime dell'uno e dell'altro regno sono coetere ai loro principi. Fra gli stessi celicoli si svolge una vita simile, sebbene di natura spirituale, a quella del mondo terreno. Quanto si racconta nel Vecchio Testamento e di Gesù Cristo è realmente accaduto, ma nel mondo superiore. Il dio buono non è né libero né onnipotente né onnisciente, perché è limitato dal dio cattivo, che indusse nelle creature celesti il peccato. Alcuni miti parlano di invasioni e seduzioni di anime anche da parte dei celicoli nel mondo terrestre. Alla vita e alla passione di Gesù in questo mondo corrispondebbe una vita simile seguita da una medesima passione da parte del figlio del dio cattivo nel regno celeste. Ogni anima ritornerà rispettivamente al proprio mondo; però questo duello tra i due regni, che personificano il male e il bene, ricomincia, sempre, fatalmente. La logica di questo parallelismo dualistico è l'equilibrio di potenza, di operazioni, di effetti tra i due opposti principi.
A differenza degli altri catari, gli a. non danno valore, perché atto materiale, all'imposizione delle mani sia nel rito del consolamentum sia in quello della confessione: parimenti nella fraccio panis non ritengono che questo, come creatura del diavolo, possa essere benedetto. A causa del comune dualismo assoluto, e anche per allitterazione, il nome di a. è stato erroneamente sostituito e scambievolmente usato con quello di albigesi (v.), indicante i catari della Linguadoca, i quali professarono generalmente il dualismo rigido.