ALCIATI della MOTTA, Gian Paolo. - Sociniano milanese, secondo alcuni, piemontese di Savignano secondo altri, n. ca. il 1510, m. a Danzica nel 1580. Da principio si dedicò alla vita militare, dopo si associò alla conventicola antimilitaria di Venanzia, rifugiandosi poi a Ginevra, quando essa, nel 1546, fu disciolta dal governo di Venezia. Recato nei Grigioni, prese parte alle lotte che ivi sorsero tra antimilitari e zuingliani. Ritornato a Ginevra verso il 1554 riuscì di sottoscrivere alla confessione di fede, presentatagli da Calvino, e dovette fuggire.
Calvino, che non risparmiava epiteti ai suoi avversari, lo chiamò «ingegno non solo stolido, ma frenetico fino alla rabbia». Beza lo accusò di essersi fatto musulmano, ma era un'illusione arbitraria tratta da una lettera che l'A. aveva scritto a Gregorio Paulo e nella quale aveva affermato che, a suo parere, la dottrina dei musulmani era più consentanea alla ragione che quella dei cristiani, i quali riconoscevano tre Persone in una sola natura. Dal 1562 fino al 1574, anno nel quale dovette ritirarsi a Danzica, propagò le sue dottrine antimilitari nella Polonia, con escursioni nella Moravia e nella Transilvania, insegnando soprattutto a voce e per iscritto che Gesù Cristo era infiore al Padre, che era semplice uomo e che non esisteva prima della sua nascita. Fu amico e compagno del Banda (v.) e degli altri antimilitari seguaci del Sozzino.