ARAMAICA, LINGUA

ARAMAICA, LINGUA. - L’aramaico appartiene al ceppo semitico. Quale sia il territorio, in cui originariamente si parlò aramaico, non è possibile determinare. Se ne può però seguire la storia per circa un millennio fino alla sua quasi totale scomparsa.

Col crollo del potere politico degli Aramei, non scomparve la loro lingua, anzi si diffuse e si conquistò un posto, che sta in contrasto con la decadenza politica e la scarsa crisi di creazioni culturali originali di questo popolo. Ciò si deve alla grande diffusione delle tribù aramaiche e alla loro penetrazione sia in Babilonia sia anche in Assiria. Gli Aramei avevano un innato istinto nomade e si recavano un po’

dappertutto a commerciare. A Ninive il denaro veniva pesato non solo con i pesi assiri, ma anche con quelli aramaici; i primi erano talvolta forniti di dicitura aramaica, certo fin dal 725 a. C., e forse anche in periodi antecedenti. Dal sec. VII al V. a. C. si hanno anche contratti babilonesi con postille aramaiche.

La scrittura aramaica alfabetica inoltre, tanto semplice in confronto con le complicazioni dei cuneiformi, si prestava ad una vasta diffusione della lingua, e la rendeva atta a fare da veicolo agevole delle comunicazioni di Assiri e Babilonesi con i territori mediterranei, in cui era diffusa. Da una lista di funzionari del tempo di Assurbanipal si rileva che nella cancelleria imperiale oltre ad un segretario assiro ce n’era uno arameo; un altro documento parla anche di sei segretarie aramee. L’aramaico quindi divenne una specie di lingua diplomatica, che gli alti funzionari degli Stati dovevano conoscere.

Quando al regno babilonese si sostituì quello persiano, le condizioni non mutarono, anzi la 1. a. acquistò maggiore importanza, pur essendo di un ceppo differente dalla lingua dei reggenti. Le comunicazioni tra la cancelleria centrale e quelle delle varie stazioni speciali, compreso l’Egitto, si svolgevano in aramaico, ciò che semplificava molto il lavoro, data la grande diversità di lingue dei popoli sottomessi, e favoriva la posizione degli Aramei, che diventavano indispensabili negli alti posti dell’amministrazione.

L’introduzione di numerosi termini aramaici nella scrittura pellucida, come semplici segni grafici, ideogrammi, si deve alla grande diffusione dell’aramaico nell’impero persiano e all’infusso degli scribi aramei. Si pensa da alcuni che anche le comunicazioni tra il centro dell’impero e le regioni iraniche dell’oriente e del settentrione avessero per tramite dell’aramaico; ma a questa affermazione non suffragano i documenti, sebbene non manchino indizi di penetrazione della 1. a. fin nell’India (iscrizione di Taxila).

L’aramaico si diffuse inoltre come lingua parlata. Prima dell’epoca cristiana, si parlava in tutto il territorio tra il Mediterraneo e la parte meridionale e settentrionale delle montagne aramee e del Curdistan. Nella Palestina sostituì l’ebraico; era la lingua che parlavano Gesù e i suoi discepoli. La penetrazione dell’aramaico in Palestina come lingua diplomatica si ebbe già prima dell’esilio (II Reg. 18, 26); ma la sua diffusione tra il popolo avvenne in seguito alle deportazioni, le quali, spopolando in gran parte il territorio di Israeliti, lo aprivano alla penetrazione degli Aramei del nord.

Per molto tempo prevalse la divisione dell’aramaico in orientale e occidentale anche per l’epoca antica. Si seguiva un criterio geografico, a cui si pensava corrispondesse anche una differenza morfologica; l’occidentale nella terza persona singolare maschile e nella terza plurale maschile e femminile dell’imperfetto avrebbe avuto il preformativo j; inoltre la finale arameo stato enfatico avrebbe avuto significato di articolo definito; mentre nell’orientale si sarebbe avuto il preformativo n, e la finale arameo avrebbe perduto il senso definito. Ma tale distinzione non si può sostenere per l’aramaico antico.

L’aramaico antico ci è noto dalle seguenti fonti: a) Iscrizioni (dal sec. IX al VI a. C.): la prima conosciuta fu l’iscrizione di Panammu, trovata nelle vicinanze di Zengirli, posta in memoria di Panammu, morto al seguito di Teglatphasar III, quando questi muoveva contro Damasco, dal figlio Barracab; poi l’iscrizione sulla stele di Hadad, più antica della precedente; in seguito una terza iscrizione di Zengirli, commemorativa di una costruzione fatta erigere da Barracab; poi (1904) si ebbe l’iscrizione del re Zkr di Hamat (prima metà del sec. VIII a. C.); più recentemente frammenti

di iscrizione sono venuti in luce dagli scavi di Arslan Taš, che pare rappresentino il più antico documento in a. finora posseduto e che si fa risalire al sec. IX a. C. - b) Alcuni testi biblici: Gen. 31, 47 (due parole); Ier. 10, 11; Esd. 4, 8-6, 18; 7, 22-26; Dan. 2, 4-7, 28. - c) I papiri, le iscrizioni e gli ostraca dell'Egitto (secc. v e iv a. C.), specialmente di Elefantine (v.). - d) Le parole a. della scrittura phelvica. - e) Il nabateo e il palmireno.

Del nabateo si conobbero i primi documenti (25 iscrizioni trovate nel Hauran in Siria) nel 1860-61; poi seguirono altre iscrizioni, rinvenute a Hegra e Tema, nella penisola sinaitica, a Petra, a Šafā, nel Gebel Druso e persino a Mileto (bilingue greco-nabateo del sec. I a. C.) e a Cos (iscrizione datata dal 78° anno del re Arcta: se è il terzo di questo nome essa rimonta al 70 a. C.; se invece è il quarto, all'anno 9 d. C.). I Nabatei, come appare dai nomi che ricorrono nelle iscrizioni, sono arabi; ma per le loro epigrafi si servivano dell'aramacino, non essendosi ancora il loro idioma elevato a lingua letteraria.

Anteriormente al nabateo si conobbe il palmireno, per le epigrafi che si scoprirono nel 1751 Palmira (v.). In seguito a nuove spedizioni scientifiche se ne ebbero altre provenienti da Palmira e dintorni; la più antica, datata, è del 38 a. C.; la più recente è del 274 d. C. Con la presa della città da parte di Aureliano (anno 272), il palmireno non dà quasi più segno di vita.

In tutti questi documenti la lingua ha carattere unitario e uniforme; né si riscontra in essi traccia delle supposte distinzioni morfologiche tra a. orientale ed occidentale.

Dall'aramacino antico si sviluppò, nei primi secoli dell'area cristiana, il neo-aramacino, che si divide in due grandi gruppi: l'occidentale e l'orientale, secondo un criterio geografico, ma questa volta anche morfologico.

Il secondo infatti differisce dal primo per due peculiarità: all'imperfetto, nelle persone sopra elencate, si ha come preformativo l, n, e nello stato enfatico plurale maschile si ha la terminazione e. Queste caratteristiche non possono spiegarsi per sviluppo normale dall'antico aramacino, ma sono dovute probabilmente ad influsso accadico. La divisione in orientale e occidentale è geograficamente inadeguata, perché il Targum Onkelos appartiene al gruppo occidentale, pur essendo sorto ed usato in Babilonia.

Al gruppo occidentale appartengono, SAN MARINO (v.), l'aramacino palestinese giudaico (il targumico, il talmudico e il midhrāsico) e l'aramacino palestinese cristiano, chiamato da altri siropalestinese. Di quest'ultimo il primo documento pubblicato fu l'evangelia della biblioteca Vaticana, cui si aggiunsero due altri evangeliani, provenienti dal monastero di S. Caterina sul Sinai, uguali al primo.

Al gruppo orientale appartengono: a) il siriaco (v.), che ebbe grande importanza per la ricca letteratura prevalentemente religiosa; b) il talmudico babilonese; c) il mandeo.

L'aramacino, che ebbe così vasta diffusione nei tempi antichi, non resistette alla pressione dell'arabo, che lo sostituì in quasi tutte le regioni in cui prima dominava. Oggi l'aramacino occidentale si parla ancora in tre villaggi a nord-est di Damasco: Ma'ūlā, Baḥ'ah e Ġubba'din; mentre l'orientale si usa a Tūr 'Abdīn, presso Mossul, e nelle regioni attorno al lago di Urmia.

BIBL.: V. ARAMEI.