**ARICI,** CESARE. - Poeta neoclassico, n. 11 12 giugno 1782 in Brescia, m. nel 1836. Fu ascritto dapprima al tribunale criminale, e poi fu professore di eloquenza e di storia nel Liceo. Negli ultimi anni della sua vita fu anche nominato segretario dell'Ateneo bresciano.
Lodatissimo dal Monti e dal Giordani, ebbe fama soprattutto per i suoi poemetti didascalici: La coltivazione degli olivi, Il corallo, La pastorizia, L'origine delle fonti, ingegnosi e formalmente elaboratissimi, ma freddi e privi di afflato poetico. Mise alla prova la sua abilità stilistica traducendo in versi sciolti tutto Virgilio e fingendo di tradurre dal greco gli Inni di Bacchilide. Queste sue ultime opere vollero essere un contributo alle polemiche antiromantiche, che allora imperversavano e a cui prese parte anche direttamente. In seguito questo suo atteggiamento si andò mitigando, tanto che si può constatare in lui una certa evoluzione e un certo accostamento ai romantici, come appare dal suo carme in versi sciolti Il camposanto di Brescia, dai suoi inni sacri e da un poema epico, di cui scrisse solo 11 canti, La Gerusalemme distrutta.
La sua evoluzione tuttavia non rese più profondo il suo pensiero o più intenso il suo sentimento; ma rimase esperienza del tutto esterna e stilistica. Egli mosse dal Parini e dal Monti, ma via via che altri poeti ed altri generi letterari diventavano di moda egli il andò imitando. Per questo nelle sue opere si possono notare influssi del Foscolo, del Manzoni ed anche del Leopardi; ma come il mondo classico non fu da lui rivissuto, ricreato e adattato ai tempi, così la Bibbia e l'ispirazione che ne ricavò negli ultimi anni non gli dettero la forza di elevarsi poeticamente ad una meditazione e ad un sentimento schiettamente religiosi.
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