ARIOSTO, LUDOVICO. -
I. VITA
N. I'8 sett. 1474 in Reggio Emilia dal conte Niccolò, capitano della cittadella, e da Daria Malaguzzi Valeri. Trasferitosi con la famiglia a Ferrara, attese di mala voglia per un quinquennio agli studi giuridici e poi, con trasporto, a quelli letterari sotto la guida dell'umanista Gregorio Elladio da Spoleto, che lo iniziò alla lettura dei classici latini. Mortogli nel 1500 il padre, interruppe gli studi e, per provvedere, come primogenito, ai bisogni della numerosa famiglia accettò dal duca Ercole I d'Este il capitanato della rocca di Canossa per il biennio 1502-1503. Fu in seguito familiare del card. Ippolito, che gli affidò importanti missioni diplomatiche, ma lo distrasse dal suo mondo interiore. L'avvento di Leone X al trono pontificio nel 1513 l'attrasse a Roma, donde riportò delusioni; affetto non fugace trovò invece in Alessandra Benucci, vedova di Tito Strozzi, da lui negli ultimi anni segretamente sposata. Nel 1517, licenziato per non aver voluto seguire il cardinale in Ungheria, fu assunto a corte dal duca Alfonso I con un modesto assegno, che gli permise di dedicarsi tranquillamente alla poesia. Nel 22, ventogli meno lo stipendio ducale per le difficoltà della guerra, fu costretto ad accettare il commissariato della Garfagnana, che resse con onestà e saggezza. Tornato a Ferrara, trascorse serenamente gli ultimi anni sognando e lavorando, nella casetta acquistata in contrada Mirasole, ove morì il 6 luglio 1533. Aveva affidato all'arte del Tiziano e del Dossi la memoria delle sue fattezze, la sua fama al Furioso.2. Oferte
La prima produzione poetica dell'A. fu in latino: il frammento in esametri De laudibus philosophiae, l'epitalamio per le nozze di Lucrezia Borgia col principe Alfonso 1503, ma soprattutto i Carmina rivelano familiarità coi classici e virtù assimilatrice delle fonti. Lo studio dei trecentisti gli infuse coscienza delle sue capacità di poeta in volgare. Pregi di formale eleganza, raramente avviata da profondità di sentire, informano le Rime petrarcheggianti, mentre l'Ecloga composta nel 1506 echeggia lo sgomento ispiratogli dalla congiura di Giulio d'Este. Le sette Satire in terza rima, redatte tra il 1517 e il 1525, sono confidenziali evocazioni autobiografiche di tono oraziano che aprono sprigli sull'animo dell'autore. Un giovanile tentativo di canto epico in volgare l'Obizziede, inteso a celebrare gli Estensi, restò incompiuto; fu escluso dal Furioso un frammentario episodio che s'intitola Scudo della regina Elena, e furono pubblicati postumi dal figlio Virginio i Cinque Canti, incolore séguito del Poema. Appassionato del teatro, oltre al dramma di argomento ovidiano Tisbe, non pervenutoci, compose cinque commedie moralmente censurabili, le quali,3. IL « FURIOSO » ALLA LUCE DELL'ETICA E DEL SOPRAN-NATURALE CRISTIANI
Volendo ora – al di là di ogni preoccupazione estetica – isolare il sostrato morale dalla materia del poema, si troverà un A. che, come l'Angelica del suo canto, in un baleno appare e dispare. Perché egli, per il notato distacco dal mondo del suo sogno, passa con agevolezza, che par cinismo ed è levità, per tutta la gamma degli affetti, senza preferenze e con pari gioia.La morale di Ludovico è caratterizzata da un fondo di sana bontà, che lo rende incline agli affetti domestici, alla amicizia, al garbo e alla compassione col prossimo, alla lealtà. Si aggiunga un senso di costante equilibrio, che lo preserva dalla licenziosità libertina, gli impedisce le ribellioni morali pur tra le vicende di una vita avversa, esprime dalle sue labbra non il riso sguaiato ma il discreto sorriso, raffrena le ambizioni, prospetta un ideale di vita modesta e serena. Né manca il senso della dignità, che, anche nella necessaria adulazione, lo tiene lontano dall'incurvamento servile, di cui a torto l'accusò il Settembrini. Asserisce del matrimonio come argine agli sconfinamenti morali, nella terza satira consiglia al cugino Annibale la scelta di una moglie virtuosa. E c'è chi sostiene che con la pazzia di Orlando abbia voluto deplorare lo spreco di energie inerente alle attrattive d'amore. Se, infine, ammira le virtù dell'ingegno, molto più apprezza quelle dell'animo: occorre leggere, in proposito, la satira VII a M. Pietro Bembo.
Passando dall'uomo al poema, le linee morali perdono d'incisività e si intersecano e si sovrappongono, come il molteplice interferire dei suoi paladini; si direbbe che il genio del Bene e quello del Male si siano dati convegno nel Furioso. Il trionfo del capriccio e del senso è equilibrato da un diffuso sentimento di malinconia della sensualità, che grava su tutto l'ordito. Le figure di Isabella, Ginevra, Fiordiligi, Logistilla, Bradamante e Marfisa trovano cupo riscontro in Fiordispina, Fiammetta, Doralice, Gabrina, Alcina. Al confine dei due mondi morali, quasi a saldari, si erge Angelica, che a lungo fugge astuta, lascia, proterva, ma finisce col redimersi nell'amore aureolato persino da un senso di maternità al capezzale del ferito giovinetto Medoro.
Il poeta, che trema di casta vertigine nel delineare i profili delle sue creature amorose e dolcissime, non ricusa di attardarsi con riprovevole levità a ritrarre scene di lascivia.
Ristabilisce in qualche modo il bilancio il rilevare che da tutto il complesso spira la tendenza a una superiore giustizia, che ha fatto pensare alla rigidezza morale di Dante. Va inoltre osservato che il poema si risolve sostanzialmente in una esaltazione del pensiero cristiano incarnato nella cavalleria, coi suoi ideali di difesa della Fede e di protezione dei deboli, e attuato da una nobile schiera di profeti: Orlando, Rinaldo, Ruggero, Astolfo, Brandimarte, Zerbino.
Vero è tuttavia che l'A. non ha inteso fare opera di moralista; sterile fatica, pertanto, è stata quella di distillare dal poema arcane allegorie etiche. Tutt'al più più dirsi che l'inno senso di probità dell'A. uomo si è irradiato, inconsciamente, nella sua opera, pur indulgendo, con eccessiva frequenza, a censurabili trasmodamenti morali.
Vanno, infine, contenuti nei debiti confini i termini della « serietà morale » da taluni critici attribuita al Furioso. Si tratta di una morale senza trascendenza e senza addentellati col divino; morale laica e pagana, che non supera l'ideale del saggio antico. Se è esagerato l'atteggiamento di chi si indugia a considerare dell'Orlando solo gli spunti di serietà religiosa, conferendo al poema un'anticipata austerità di Controriforma, altrettanto arbitraria è l'identificazione dello scherzo ariosteo col posteriore ghigno volteriano.
Si può affermare che l'A. non fu propriamente un empio intenzionale, ma un indifferente e un distratto. Né può negarsi che un ripiegamento verso la serietà sia palese negli ultimi canti del poema: con gli anni anche la leggerezza si è attenuata o è svanita; dopo lo sfogo fantastico, l'intreccio dell'Orlando dal romanzesco tende al tono severo dell'epos; le condizioni storiche sono divenute troppo lacrimvoli per non giungere, almeno come eco temperatrice, al cuore di Ludovico; e la morte batte

variamente ricalcate sugli stampi plautini e terenziani, segnano tuttavia la nascita del nuovo teatro italiano: la Carsaria, i Suppositi, il Negroonante, la Lena, gli Studenti (quest'ultima terminata dal fratel
insistentemente alle porte, adducendo al Poeta tardiva
saggezza.