ARETINO, PIETRO. - Letterato, n. ad Arezzo nel 1492, m. a Venezia il 21 ott. 1556. Passò la prima gioventù a Perugia. Di qui, o forse da Siena, si recò a Roma, dove rimase sino alla morte di Leone X, guadagnandosi amici e nemici. Nel periodo che corre dalla morte di Leone all'elezione di Adriano VI, l'A. scrisse le sue più violente pasquinate, per le quali dovette abbandonare Roma, prima dell'arrivo del Pontefice fiammingo. Fu ospitato da Giovanni delle Bande Nere, che si strinse di affettuosa amicizia con lui. Quando fu eletto papa Clemente VII, fece ritorno a Roma; ma dopo varie vicende, tra le quali gli toccò anche di essere assalito e pugnalato, dovette definitivamente abbandonarla, rifugiandosi di nuovo presso Giovanni delle Bande Nere ed assistendo di lì a poco

Scrisse di tutto: poemi cavallereschi rimasti interrotti, un poema burlesco intitolato Orlandino, le famosissime lettere raccolte in 6 volumi, cinque commedie, una tragedia, l'Orazia, e Dialoghi di carattere scurrile e persino dei libri spirituali, come L'Umanità di Cristo, Le Prose Sacre, e le vite della Vergine, di s. Tommaso d'Aquino, di s. Caterina, per altro senza convinzione o intendimento religioso.
Assetto di godimento, di potenza, di fama, non ebbe scrupoli di sorta per il conseguimento di tutto ciò. Mutati i tempi, volle mutar metodo, ma riuscì insincero. Il suo ascetismo fu del tutto esteriore e di maniera. Nelle sue lettere e nelle sue commedie s'incontrano tuttavia tratti di tenerezza e di bontà, che mentre lo rivelano poeta, dimostrano che non tutto era guasto in lui. Fu finissimo intenditore d'arte e appassionato ammiratore della bellezza.