ARETINO, PIETRO

ARETINO, Pietro. - Letterato, n. ad Arezzo nel 1492, m. a Venezia il 21 ott. 1556. Passò la prima gioventù a Perugia. Di qui, o forse da Siena, si recò a Roma, dove rimase sino alla morte di Leone X, guadagnandosi amici e nemici. Nel periodo che corre dalla morte di Leone all'elezione di Adriano VI, l'A. scrisse le sue più violente pasquinate, per le quali dovette abbandonare Roma, prima dell'arrivo del Pontefice fiammingo. Fu ospitato da Giovanni delle Bande Nere, che si strinse di affettuosa amicizia con lui. Quando fu eletto papa Clemente VII, fece ritorno a Roma; ma dopo varie vicende, tra le quali gli toccò anche di essere assalito e pugnalato, dovette definiti-vamente abbandonarla, rifugiandosi di nuovo presso Giovanni delle Bande Nere ed assistendo di lì a poco

ARETINO, PIETRO - Ritratto. Tela del Tiziano (1545). Firenze, Galleria Pitti.

alla sua morte, che descrisse in una lettera rimasta famosa per tenerezza, affetto e spontaneità. Venezia fu quindi il suo nuovo rifugio, ed ivi egli poté godere l'amicizia di illustri personaggi, come Tiziano, e liberamente abbandonarsi non solo alla sua attività letteraria, ma anche alle peggiori tendenze della sua indole: l'adulazione e il ricatto; divenne così famoso libellista e panegirista, e insieme uno dei più temuti letterati d'Italia. Aspirò invano al cappello cardinalizio.

Scrisse di tutto: poemi cavallereschi rimasti in terroriti, un poema burlesco intitolato Orlandoino, le famosissime lettere raccolte in 6 volumi, cinque commedie, una tragedia, l'Orazia, e Dialoghi di carattere scurrile e persino dei libri spirituali, come L'Umanità di Cristo, Le Prose Sacre, e le vite della Vergine, di s. Tommaso d'Aquino, di s. Caterina, per altro senza convinzione o intendimento religioso.

Assestato di godimento, di potenza, di fama, non ebbe scrupoli di sorta per il conseguimento di tutto ciò. Mutati i tempi, volle mutar metodo, ma riuscì in sincero. Il suo ascetismo fu del tutto esteriore e di maniera. Nelle sue lettere e nelle sue commedie s'intronarono tuttavia tratti di tenerezza e di bontà, che mentre lo rivelano poeta, dimostrano che non tutto era guasto in lui. Fu finissimo intenditore d'arte e appassionato ammiratore della bellezza.

BIBL.: F. Flamini, Il Cinquecento, Milano 1902, pp. 404-418; G. Toffanin, Il Cinquecento, Milano 1935, pp. 284-309; A. Luzio, P. A. nei suoi primi anni a Venezia e la corte dei Gon- zaga, Torino 1888; U. Fresco, Le commedie di P. A., Camerino 1901; F. Nicolini, Le lettere di P. A., Bari 1913-16; A. Foschini, L'A., Milano 1931; G. Petrocchi, P. A. tra Rinascimento e Controriforma, 1914.