ASIA MINORE. (Ασία ή ἐλλιπτῶν, ἡ μικρά Ἀσία). - Denominazione piuttosto tarda (sec. IV d. C.: cf. Orosio, I, 2) che ha preceduto nell'uso dottò la bizantino-medieval-natale (o Paese del Levante, ἀνατολή, come doveva apparire ai Greci dell'Egeo; onde il nostro Natolia ed il turco Anatolia; od anche Rumili, con allusione alla antica dominazione romana); toponimi, l'uno e l'altro, di significato territoriale oscillante e ad ogni modo diverso dalla più definita accezione moderna.
I. GEOGRAFIA
L'A. M. è, dopo l'Arabia e l'India, la maggiore penisola del continente asiatico, del quale forma l'estremità occidentale. Limitata su tre lati dal mare (Eusino o M. Nero a N., Egeo ad O. e Mediterraneo a S.), si salda ad oriente alla massa continentale con l'altopiano armeno, dove ogni linea divisoria avrebbe evidentemente solo valore convenzionale: se ne può tracciare una, che dalla foce del Fasi (Rion) vada al fondo del Golfo di Alessandretta. Al di là del primo limite gli antichi ponevano la Colchide (Georgia), col secondo la Cilicia era separata dalla Mesopotamia (Iraq).L'area della penisola vera e propria supera di poco i 500 mila kmq. ed è oggi tutta compresa, politicamente, Turchia (v.) ch'è però alquanto maggiore, dato che comprende anche parte delle regioni finitime. L'A. M. ha subito, in epoca storica, variazioni considerevoli, più che nel paesaggio naturale (alluvionamento dei fiumi, specie di quelli sfocianti nell'Egeo, che ha dilatato le piccole pianure costiere; mutamenti di livello dei laghi interni, ecc.), nella composizione etnica dei suoi abitanti. Dopo l'esodo dei Greci dalle regioni litorane e occidentali e la quasi totale soppressione degli Armeni, diffusi soprattutto nelle zone interne orientali, la popolazione dell'A. M. è costituita oggi in assoluta prevalenza da Turchi maomettani.
Per altre notizie geografiche, V. TURCHIA.
BUL.: Vivien de Saint-Martin, Description de l'Asie mineure, Paris 1845; W. M. Ramsay, The historical geography of Asia mineure, 13ª ed., Londra 1911; E. Bansé, Die Türkei, Bruns- wick 1929.
II. LE RELIGIONI DELL'A. M. - Il panorama religioso dell'A. M. prima dell'era cristiana era complesso, e in via di sviluppo. La complessità gli veniva dalla varietà dei popoli, che l'abitavano con lingue, usi e culti diversi. Lo sviluppo tendeva a far scomparire le discrepanze, e introdurre in tutte le forme un certo carattere comune.
I re ellenisti dell'Asia e dell'Egitto, successori di Alessandro Magno, volevano riunire i vari popoli asiatici, greci o macedoni, con i legami di una sola cultura civile, sociale e religiosa, vedendo in ciò un vantaggio per la durata del loro dominio. Ad ottenere ciò nel campo religioso non potevano far troppo affidamento sulla religione greca, la quale, prima ancora della spedizione di Alessandro, si era avviata ad un inarrestabile decadimento. Ad eccezione di Dioniso, che ebbe larga
ASIA MINORE - Carta storica dell'A. M. anteriore al sec. VII.
diffusione in territorio ellenistico, le altre divinità greche esercitarono poco influsso. Ed è notevole che persino in Lidia, una regione che più delle altre si aperse all'ellenismo, delle iscrizioni trovate di carattere religioso, 237 riguardano divinità anatoliche, mentre solo 171 si riferiscono a divinità greche.
Ma ad ottenere una certa unità di concezione religiosa lavorarono sia la filosofia del tempo, lo stoicismo, sia le religioni orientali.
Lo stoicismo insegnava che una forza divina, il logos, anima tutto l'universo, e gli esseri in esso contenuti, compreso l'uomo. Poiché tutti gli uomini partecipano a questa forza e ne ricevono la loro nobiltà, essi sono eguali, nonostante la diversità di razza o di nazionalità. Con questa dottrina lo stoicismo aboliva la distinzione, cara ai Greci, tra elleni da una parte e barbari dall'altra. Lo Stato ideale era quello che abbia ogni barriera nazionale, per far del mondo intero una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande citta. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola grande città. La dottrina trovò buona accoglienza presso i maestri stoici (ad eccezione di Panezio) e i loro aderenti, concordando essa con la loro idea della forza divina, che governa il mondo con leggi fisse e ineluttabili; ma ebbe anche vasta diffusione in tutti i ceti della società. L'astrologia peraltro riducendo l'uomo a semplice ruota di un gigantesco organismo, che seguiva invariabilmente le sue vie, alla lunga fece sentire il suo peso opprimente. E gli uomini cercarono scampo dal fato.
Come reazione contro il fatalismo si ebbe nel tempo ellenistico un rinvigorimento e una vasta diffusione della magia. Si pensò che esistevano formole e pratiche, con cui si poteva forzare la mano degli dèi, e cambiare il fatto avverso.
Se gli astri divini potevano, in seguito alla connessione unitaria di tutte le parti dell'universo, esercitare il loro influsso sulla terra e sull'uomo, dovevano trovarsi
gamento. La massa del popolo seguiva le vie antiche e si rivolgeva alle sue divinità. Esse eran tollerate dallo stoicismo, il quale le interpretava, conforme al suo sistema, come personificazioni ingenue ed infantili di fenomeni fisici.
ASTROLOGIA (v.): non solamente nei ceti colti ma anche presso il popolo. Poiché si era scoperto che il moto degli astri si compiva secondo leggi fisse, s'insegnò che quanto avveniva sulla terra era determinato ed ineluttabile. E ciò si che si tratti di fenomeni fisici sia che si tratti di fenomeni sociali e morali. Tale dottrina ammetteva il fatalismo, e di nuovo negava la libertà dell'uomo; i suoi eventi, le sue vicende, il termine della vita era scritto negli astri. Bastava saper leggere in questa scrittura celeste, oroscopo (v.) esatto sul corso della vita di ogni uomo. Bisognava solo conoscere il momento preciso della nascita o della concezione. Da quel momento egli difatti veniva ad ingannarsi nel vasto organismo dell'universo e ne doveva seguire fatalmente i movimenti e i contraccolpi. Conosciuto ciò, si indagava sulla posizione degli astri in quel dato momento, e si prediceva il futuro in tutti i minimi particolari.
La dottrina trovò buona accoglienza presso i maestri stoici (ad eccezione di Panezio) e i loro aderenti, concordando essa con la loro idea della forza divina, che governa il mondo con leggi fisse e ineluttabili; ma ebbe anche vasta diffusione in tutti i ceti della società. L'astrologia peraltro riducendo l'uomo a semplice ruota di un gigantesco organismo, che seguiva invariabilmente le sue vie, alla lunga fece sentire il suo peso opprimente. E gli uomini cercarono scampo dal fato.
Come reazione contro il fatalismo si ebbe nel tempo ellenistico un rinvigorimento e una vasta diffusione della magia. Si pensò che esistevano formole e pratiche, con cui si poteva forzare la mano degli dèi, e cambiare il fatto avverso.
Se gli astri divini potevano, in seguito alla connessione unitaria di tutte le parti dell'universo, esercitare il loro influsso sulla terra e sull'uomo, dovevano trovarsi
Asia Minore - Carta storica dell'A. M. anteriore al sec. VII. diffusione in territorio ellenistico, le altre divinità greche esercitarono poco influsso. Ed è notevole che persino in Lidia, una regione che più delle altre si aperse all'ellenismo, delle iscrizioni trovate di carattere religioso, 237
mezzi, in forza dello stesso principio, per contrastare in un modo o l'altro l'azione. Si trattava di conoscersi e di saperli adoperare. Il solo lato buono della magia era la reazione dell'uomo contro una dottrina, che lo rendeva semplice, marionetta nelle mani del burattino. Ma di religione nelle pratiche magiche non si può parlare. L'atto religioso difatti tende a disporre benevolmente la divinità per averne l'aiuto; l'azione magica invece vuole forzarla. Nel primo caso l'atteggiamento interiore dell'uomo è di umile soggezione alla divinità, nel secondo si ha quello di presuntuosa superiorità, o come si è detto, di egoistica arroganza. Ad ogni modo diffusissima diviene la credenza che con simili pratiche si potesse mutare il proprio destino avverso, ed esser liberati dalla propria stella.
Ma il popolo vi ricorreva anche per altri scopi particolari. Ci sono pervenuti una quantità di papiri magici con le formole più diverse e strane o per ottenere la liberazione da una malattia, o per il prospero successo di una impresa amorosa, o per la felice conclusione di un affare e così via. Si costringevano in tal caso dal mago gli spiriti ad apparire e con incantesimi si forzavano a render servizio e a svelare la causa di una malattia o la natura del rimedio. Poi si trattava di allontanarli e di evitare che essi si vendicassero, e si ricorreva nuovamente a pratiche magiche per ottenere ciò.
Astrologia e magia connesse insieme si diffusero in ogni regione dell'A. M. e nell'Egitto e di là passarono a Roma, dove misero salde radici, e si estesero nelle altre parti di Europa, resistendo a tutti gli assalti fin nel medioevo.
Se l'astrologia venne dalla Babilonia e la magia prevalentemente dall'Egitto, un culto che ebbe diffusione universale fu opera dei re ellenistici: si tratta del culto dei re.
Alessandro, dopo le vittorie che lo portarono fino alle terre dell'Indo, si era fatto riconoscere di dai greci. Lo scopo di ciò era politico: si volevano mettere sullo stesso livello tutti i popoli che componevano il nuovo impero: macedoni, greci ed asiatici dovevano sentirsi eguali davanti ad un re-dio. Nello stesso tempo si intendeva conferire una potestà assoluta al regnante con la sua elevazione a divinità. Per le stesse ragioni, allo smembramento dell'impero dopo la sua morte, i successori dell'Asia e dell'Egitto, i Seleucidi e i Tolomei, si diedero ad istituire il proprio culto. Procedettero per tappe: prima furono divinizzati monarchi defunti, poi si passò ad istituire il culto del re vivente. Tale istituzione costituì lo sgabello, su cui si sollevava l'assolutismo del regnante. La partecipazione a questo culto fu richiesta a tutti i sudditi dei regni ellenistici, e divenne il simbolo di fedeltà. Ma di contenuto spirituale c'era ben poco in esso; e tra le migliaia d'iscrizioni a contenuto religioso, non se ne trova alcuna che mostri essersi qualcuno diretto al re, vivo o morto, per aver soccorso nei suoi bisogni religiosi. Ad ottenere ciò gli animi si rivolgevano agli dèi antichi.
Queste divinità locali erano numerose, ma, come abbiamo detto in principio, seguivano una tendenza unificatrice. Protettrici di un determinato Stato e del popolo che lo componeva, ora che i vari Stati erano stati assorbiti dai grandi regni ellenistici, non potevano più considerarsi come tutrici di uno Stato particolare inesistente: dovevano perdere i caratteri locali e tagliare i loro legami etnici o statali, per acquistare caratteri più universali. In tali nuove condizioni esse potevano rivolgersi a tutti i popoli, anche fuori degli antichi confini, in cui si trovava il loro culto. Gli uomini facevano ora parte di un impero e avevano perduto il loro Stato particolare, non si sentivano quindi più legati alla divinità dell'antico Stato, ma potevano rivolgersi liberamente anche a divinità, ad essi prima forestiere, nei propri bisogni religiosi.
Per rispondere meglio alle più vaste esigenze degli uomini, i propagandisti di una divinità ne allargavano il campo di attività, attribuendo ad essa proprietà e qualità desunte da altre. I cultori di una forma religiosa inoltre non escludevano le altre forme o le altre divinità, ma le consideravano come diversi aspetti e nomi vari della stessa divinità. E si poteva liberamente seguire uno o più culti diversi. Non si può in questo movimento parlare di monoteismo, ma piuttosto di una tendenza verso una unità di credenze, o meglio di culto, che peraltro non arrivò al suo termine neanche poco prima che le varie religioni scomparissero quando il cristianesimo trionfò. Lo sviluppo descritto si nota maggiormente durante l'epoca romana al tramonto dell'ellenismo, ma gli inizi si ebbero in quest'epoca.
Le aspirazioni di greci ed orientali nei decenni prima dell'era nostra si volgevano verso la salvezza. E poiché gli uomini si sentivano impotenti a conseguir la pace per le proprie forze, volgevano gli sguardi verso un aiuto dall'alto. La liberazione peraltro non era da tutti concepita in identica forma. Le guerre che desolavano le varie regioni dell'Asia, il perturbamento dell'ordine interno, facevano desiderare la pace e il ristabilimento di una ordinata convivenza civile. Questa era considerata come la salvezza; e quando Augusto la diede, allora fu esaltato con i titoli più divini e considerato come salvatore. Altri gemevano sotto la credenza nel fato, e salvezza per loro significava l'esser liberati dalla propria stella infausta. I Persiani invece avevano una dottrina la quale mostrava la vita come una lotta continua tra il bene e il male, e gli uomini divisi in due opposti campi sempre in lotta tra di loro. E poiché vedevano che il male e la menzogna prevalevano, aspettavano un messaggero divino che venisse a far trionfare il regno della giustizia e della verità, e ristabilisse un ordine nuovo con una umanità trasformata e concorde nel bene. Il soccorritore che essi aspettavano era stato preannunziato, così essi pensavano, dallo stesso fondatore della loro religione, Zoroastro; ed essi vivevano nella sua attesa. Più che i culti, erano i nobili aneliti dell'uomo verso la salvezza, che avrebbero aperto i cuori al messaggio cristiano.
III. IL CRISTIANESIMO NELL'A. M. – L'occupazione dell'A. M. da parte dei Romani, preceduta da un lungo dominio greco, s'iniziò con la morte di Attalo (133 a. C.), che lasciò loro il suo regno in eredità, ed attraverso successive vicende fu completata soltanto al principio del sec. II. L'estensione del territorio, ma soprattutto la diversità dei popoli e la graduale sottomissione di essi consigliarono i Romani a non farne una sola provincia. E le province variarono man mano di numero e di estensione secondo le varie sistemazioni date alla regione dagli imperatori.
L'A. M., di cui tante città ascoltarono la parola di S. Paolo e poi di S. Giovanni verso la fine del sec. I, è una delle regioni imperiali dove la parola di Gesù fu più predicata. La Chiesa di Efeso, la più ricca città dell'A. M., deve la sua fondazione a S. Paolo e, secondo una tradizione generalmente accolta, l'apostolo Giovanni la governò per molti anni. Le Chiese di Alessandria Troade, di Laodicea, di Gerapoli, ove dimora
