ASIA. - Uno dei cinque massimi continenti della terra.
I. GEOGRAFIA.
L'A. è il più vasto dei continenti (più di 44 milioni di kmq.; quasi ½ delle terre emerse, oltre 4 volte l'Europa), o meglio, forse, la parte maggiore (52,6 %) dell'antico continente, nel quale è congiunta tanto all'Africa (l'istmo di Suez fu tagliato da un canale solo nel 1869, ed il Mar Rosso può venir facilmente traversato), quanto e più all'Europa, che spesso n'è considerata una penisola (si parla perciò, talora, di continente eurasiatico), saldata come le è per una vasta area terrestre, dal Mar di Barentz al Mar Nero.
Ogni separazione ha qui appena valore convenzionale, sia pure in sede storica, e del resto tutta quell'area pertiene da tempo ad una sola unità politica. Anche a SE. un articolato e complesso ponte insulare collega l'A. al vicino continente australe, mentre a NE. le due masse del Vecchio e del Nuovo Mondo, che l'immensa distesa del Pa-

(fot. Enc. Catt.)
Delimitato dal Capo Celiuskin a N. (77° 42' N.), dal Capo Buru a S. (1° 16' N.), dal Capo Baba ad O. (26° 5' E. Greenw.) e dal Capo Orientale o Dehnov ad E. (169° 44' O. Greenw.), il tronco del continente rimane tutto compreso nell'emisfero boreale.
L'A. è la parte del mondo che più di ogni altra si estende nel senso delle longitudini: oltre 164° (poco meno della metà del giro del globo). Tenendo conto delle isole, mentre gli estremi in longitudine si spostano di poco, l'arcipelago australasiatico porta il limite meridionale del continente al di là dell'Equatore: 10° 54' S. (Isola Roti, a SO. di Timor).
L'A. ha forma piuttosto massiccia, con un tronco che si può, grosso modo, ragguagliare ad un quadrilatero di ca. 6000 mila km. di lato, ed è, da solo (33,5 milioni di kmq.), più grande di ciascuna delle altre parti del mondo.
La sua vastità e continentalità è ben espressa dal fatto che la distanza media dal mare vi è più che doppia del corrispondente valore europeo (770 km. invece di 340), quasi 1/3 della sua area è separata dalle coste per oltre 1000 km. di interposto spazio terrestre, e vi sono punti interni che se ne allontanano fino a 2400 km. Pur tuttavia il suo contorno è relativamente accidentato. Tronco ed articolazioni stanno fra loro nel rapporto di 3 a 1 all'incirca (in superficie), e le seconde sono rappresentate soprattutto da penisole. Di queste le tre meridionali (Arabia, India e Indocina) sono le più grandi, o tra le più grandi, del mondo (di varie volte più grandi delle mediterranee), mentre le isole, tra le quali ve ne sono del pari di cospicue (Borneo, Sumatra, Hondo, Celebes, Giava, Luzon), formano, insieme con le prime, sul lato orientale del continente, un così ricco e vistoso corteo di festoni quali in nessun'altra parte del mondo. Caratteristico lo sviluppo che assumono, fra questi festoni e la massa continentale, i mari periferici, dallo stretto di Bering al Mediterraneo australasiatico (che, coi suoi 7,5 milioni di kmq., è il più ampio dei mediterranei terrestri): attorno ad alcuni di questi mari si sono costituite aree di fervida attività economica tra le più densamente popolate del globo.
Anche per quanto riguarda il rilievo, l'A. si distingue dagli altri due continenti con cui costituisce il Vecchio Mondo. Più che le proporzioni assai maggiori dei sistemi montuosi, degli altipiani, dei bacini, delle valli, delle depressioni, dei ghiacci, ecc. e la stessa molto maggiore altezza assoluta delle cime più eccelse (l'A. centrale oltrepassa in più luoghi gli 8000 m. e tocca gli 8882 nel M. Everest, Himàlaia), giova a dare un'idea delle condizioni della sua morfologia il prevalere delle alte sulle basse terre. Le prime, che comprendono gli altipiani più elevati del mondo e tutte (eccetto una) le vette della terra superiori ai 7000 m., abbracciano, da sole, i 2/3 della superficie del continente, la cui altezza media (960 m.), poco meno che tripla di quella europea, non trova riscontro nelle altre parti del mondo, quando si prescinda dall'Antartide, del resto ancora imperfettamente nota. Dà subito nell'occhio il contrasto tra una zona orografica mediana, che rappresenta la continuazione dell'arco alpino, ed i bassipiani (A. settentrionale) o le piattaforme (A. occidentale e meridionale) che la delimitano da N. e da S. Da un lato più serie di lunghi e rinterzati diaframmi si continuano dal Mediterraneo verso oriente (M. Pontici, Tauro, Zagros, Hindu-Kush) fin nel cuore dell'A., dove sembrano riunirsi
(Pamiri) per poi diramare in diverse direzioni: ad E. verso il Tibet (Himàlaia, Transhimàlaia, Kuen-lun, Altin-tag) e poi, piegando a S., verso l'Indocina e l'Indonesia; ancora più ad E. verso la Cina (Tsing ling), a N. verso la Mongolia e la Siberia (Tien-scian, Iablonoi, Stanovoi). Dall'altro, più o meno estesi altipiani rimangono inclusi o sono limitati da questi baluardi (Anatolia, Armenia, Iran, Tibet, Turchestan orientale, Zungaria, Mongolia, ecc.) su uno o più d'uno dei loro lati.
Alla continuità orografica non corrisponde sempre quella genetica o strutturale: di contro alla grande fascia dei corrugamenti terziari cui appartengono, ad es., il Caucaso e l'Himàlaia, assumono individualità i rilievi che risalgono al piegamento ericinico, come, ad es., i cimali che attraversano il Tibet e limitano a N. l'A. centrale. Parimenti diversi possono essere l'origine e l'aspetto degli altipiani. Di questi alcuni corrispondono a tavolati (del complesso cui appartengono l'Africa e l'Australia): il Deccan e l'Arabia, ambedue saldati al continente da estese zone alluvionali (rispettivamente i bassipiani indo-gangetico e mesopotamico); gli altri risultano per lo più di antiche zone corrugate che una lunga erosione ha appianato e allivellato, com'è, ad es., il caso della sezione centrale (fra Jenissei e Lena) della Siberia, ben diversa da una vera e propria pianura. Una posizione a sè occupa, sotto molti riguardi, il lato orientale del continente, nel rilievo e nella morfologia del quale è da fare largo posto al vulcanesimo, presente con numerosi apparati attivi dal Kamciatka alle isole della Sonda.
In complesso, la disposizione del rilievo è tale che, in genere, le zone periferiche corrispondono ai settori più agevolmente accessibili, laddove le regioni interne sono attraversate da grandiosi plessi montani che ne ostacolano la penetrazione. Gli assi di questi plessi, ora avvicinandosi, ora divaricando gli uni dagli altri, chiudono zone di varia ampiezza, che vengono a trovarsi segregate dal benefico influsso oceanico. L'A. è così il continente che ha la più alta percentuale di aree senza deflusso al mare. In pari tempo si determina una compartimentazione regionale, con cui va forse posta in rapporto la persistenza di forme di attività pratica (generi di vita, organizzazione tribale e statale e spirituale, lingue, religioni, costumi), altrettanto originali, quanto conservative.
Ai caratteri del rilievo si attagliano quelli della idrografia, di cui è peculiare innanzi tutto la grande estensione dei bacini interni. Non meno di 15 milioni di kmq. (vale a dire all'ingrosso 1/3 del continente) sono estese le zone le cui acque non raggiungono l'Oceano, ed anzi di essi ben 10 milioni (pari all'area dell'intera Europa) mancano affatto di idrografia superficiale (zone areiche), per difetto di precipitazioni. Prescindendo dall'Arabia e dall'Iran, queste regioni interessano l'A. centrale, dal Caspio alla Manciuria e dal Tibet al Turchestan; regioni nelle quali, oltre ad un gran numero di laghi chiusi salati (Caspio, Aral, Balcaš, Lob nor; laghi tibetani), sono anche numerose depressioni assolute (Turfan, 130 m.; specchio del Caspio, 26 m.; la più profonda è tuttavia rappresentata dal Mar Morto, in Palestina, 394 m.). Esclusa la regione aralo-caspica, il maggior bacino interno è quello del Tarim (1,1 milioni di kmq.), il cui corso (1300 km.), come quelli dell'Amur, del Syr e di tutti i fiumi delle zone aride, si impoverisce progressivamente verso la foce anche per l'intensa sottrazione di acqua a scopo irrigatorio.
Il dilatare, nel bel mezzo del continente, di questa immensa area senza scolo al mare e la disposizione del rilievo, spiegano perché l'A., nonostante la sua vasta mole, conti il maggior numero di grandi fiumi (7
con oltre 4 mila; 2 con oltre 3 mila e 6 con oltre 4 mila km. di corso), non però il più gran fiume del mondo.
I fiumi siberiani, fra i quali ve n'hanno di cospicui (con 5,2 mila km. di lunghezza ciascuno Ob e Jenissei la cedono solo al Nilo, Mississippi e Amazzoni), hanno corso di pianura ed acque copiose e costanti, ma la navigazione — che vi è interrotta per molti mesi (7 sul Lena a monte di Vitim) a causa dei ghiacci — ha carattere saltuario (comunicazioni interne); di più, anticipando a valle il gelo ed a monte il disgelo, trasformano in palude, durante periodi più o meno lunghi, le zone rivierasche. Bloccata dai ghiacci per circa sei mesi è anche la foce dell'Amur (4,5 mila km.; 2,1 milioni di kmq. di bacino); e regime troppo irregolare ha lo Hoang-ho (4,1 mila km.; 1 milione di kmq.), il cui potente alluvionamento ha causato frequenti rotte e mutamenti di corso (nove volte in tempi storici, l'ultima, nel 1852, portò la foce dal Mar Giallo al Golfo di Pe-ci-li) e determinato incalcolabili rovine. Per contro il più grande dei fiumi cinesi, lo Jang-tse-Kiang (5,2 mila km.; 1,8 milioni di kmq.), ricco di acque e risalibile in ogni stagione da natanti per oltre metà del suo corso, rappresenta l'arteria più importante di tutta l'A. orientale; con
i suoi numerosi affluenti è certo il bacino più frequentato del mondo. Anche i fiumi indocinesi (Iravadi, Menam, Saluen, Mecong) godono di copioso deflusso, ma con caratteri di notevole irregolarità così nei regimi (piene), quanto e più nel profilo di fondo (rapide e cateratte). Vivo è il contrasto tra i due massimi fiumi indiani, l'Indo e il Gange-Brahmaputra: povero d'acque, poco navigabile e bagnante territori non molto popolati il primo (3,2 mila km.; 1 milione di kmq.); privilegiato l'altro per l'abbondante e regolare portata, meglio navigabile ed impiegato per l'irrigazione (in uno dei territori più fervidi di vita del continente) in misura forse superiore a qualunque altro fiume del mondo (3 mila km.; 1,7 milioni di kmq.). Assai minore, ma pure notevole, è l'importanza dei «gemelli» Eufrate e Tigri, la cui sapiente utilizzazione rese possibile, in antico, il fiorire delle civiltà mesopotamiche.
Dei molti laghi di cui è ricca l'A., i più appartengono ai bacini interni, non escluso il Caspio, che per le sue proporzioni (440 mila kmq.) e per i suoi caratteri (residuo di un mare assai più ampio) forma parte per se stesso. L'Aral (64,5 mila kmq.) ed il Baikal (33 mila kmq.) sono tra i più cospicui; il secondo, che è anche il più profondo della Terra (1521 m.) è, in pari tempo, la massima cripto-depressione conosciuta, scendendo col suo letto a 1045 m. sotto il livello marino.
A determinare le caratteristiche climatiche dell'A. e la loro grande varietà concorrono essenzialmente: la notevole estensione del continente in latitudine (dal polo all'equatore); la spiccata continentalità della sua massa; la disposizione e l'energia del rilievo; ed infine il giuoco dei monsoni. Sono, questi, venti periodici determinati dal regolare contrasto stagionale (mawsim, in arabo «stagione») fra il diverso riscaldamento e
raffreddamento della compatta massa continentale interna e dell'adiacente Oceano Indiano, e spirano perciò durante il semestre dell'inverno boreale freschi e secchi dalla terra al mare (monsone di NE.), e durante il semestre estivo in senso opposto (monsone di SO.), apportando in questo caso, perché carichi di umidità, il beneficio della pioggia ad un'area estesisima (dalle coste dell'Arabia al Giappone). Nell'A. meridionale e sud-orientale monsonica, dove le temperature sono in genere piuttosto elevate e con modeste escursioni termiche, l'anno si divide in due stagioni, l'asciutta e la piovosa, separate da due brevi

Asia - Statuette di Avalokiteśvara, Giava. Roma, Pont. musco missionario etnologico del Laterano.
Sulla distribuzione zonale grosso modo da N. a S. dei climi si attaglia quella della vegetazione spontanea. La regione boreale periartica, dal suolo persistentemente gelato, è nel dominio della tundra, squallida d'inverno, vivacemente fiorita e verde di muschi e licheni durante la soleggiata estate. A S. del circolo polare si distende la sterminata foresta di conifere (taiga) che riveste quasi tutta la Siberia per una larghezza oscillante da 1000 a 2300 km. (e perciò la più vasta del mondo): rifugio di inesauribile selvaggina (anmali da pelliccia, lupi, orsi bruni). A spese del bosco la colonizzazione russa ha dato sviluppo, nelle regioni meridionali più adatte, all'allevamento del bestiame ed alle colture europee della zona fredda. Con graduale transizione la taiga fa posto, verso S., prima alla steppa e quindi al deserto, che formano una zona pressoché continua, distesa dal Mar Rosso al Mar
del Giappone, e comprendente l'Arabia, l'Anatolia, la Persia, il Turan e l'A. centrale fino all'estremo Gobi; enorme fascia arida, la cui vocazione naturale è la pastorizia nomade (ovini e cammelli; l'A. centrale sembra il luogo di origine del cammello, l'A. anteriore del dromedario), ma che in parte (irrigazione, oasi) ha potuto essere conquistata alle colture (cereali, cotone: Tarim, Turche-stan russo). La restante A. abbraccia appena 1/3 dell'area del continente, ma circa i 9/10 della sua popolazione; in essa rientrano, insieme con le savane dei paesi monsonici e le macchie sempreverdi dei paesi subtropicali, che, così ad occidente (A. anteriore), come ad oriente (Cina meridionale, Giappone di SO.) sono state ormai trasformate dalle colture, lembi abbastanza estesi della foresta equatoriale, che copre ancora le parti interne delle isole malesi e diverse plaghe dello stesso continente (Malacca, Indocina). In queste regioni la fauna è altrettanto esuberante quanto la flora (grandi felini, elefanti, rinoceronti, scimmie, rettili, ecc.; grande abbondanza e varietà di uccelli nelle regioni subtropicali dell'A.), s'intende, impoverendosi via via man mano che si trapassa dalla zona equatoriale e da quella monsonica alle subtropicali periferiche.
In complesso, dell'area dell'A. poco più di 1/5 è occupato da steppe, pascoli e prati, meno di 1/4 da macchie e foreste, all'incirca 1/5 o poco più da seminativi; il resto è improduttivo (20 %).
L'A. contiene più della metà della intera popolazione terrestre, da 1250 a 1300 milioni di ab., ciò che darebbe, in media, appena 28 ab. a kmq. (poco più della metà di quella europea). Si tenga tuttavia presente che si tratta per larga parte di etime, dato che diversi paesi dell'A. non conoscono censimenti regolari (basti pensare alla popolosissima Cina), e che la distribuzione di questa massa è di fatto assai disuguale. India, Cina, e Giappone assorbono da sole dai 3/4 ai 4/5 del totale, con estremi che, anche in plaghe tutt'altro che ristrette, superano i 500 e perfino i 1000 ab. a kmq. Ma a tali enormi formicai umani fanno riscontro aree molto più estese poco popolate o addirittura spopolate: meno di 1 ab. a kmq. e talora meno di 1 ogni 10 kmq. caratterizzano la tundra e la taiga siberiane, le steppe e i deserti dell'occidente e del centro, nonché le parti più elevate dei grandi sistemi montuosi. Di contro ad un valore medio di ca. 100 ab. a kmq. per l'Asia monsonica, se ne ha uno venti volte più piccolo (5-6 ab. a kmq.) per il resto, cioè per non meno dei 3/4 del continente.
L'A. è considerata la culla dell'umanità; e dall'A. mossero, in epoca storica, diverse ondate di popoli: Ugro-Finni, Tartari, Turchi, Unni, ecc. verso l'Europa, Arabi verso l'Africa, Ebrei in ogni direzione. Tutti e tre i maggiori gruppi razziali oggi generalmente riconosciuti (Bianchi, Gialli, Negri) vi sono rappresentati, ma i 2/3 all'incirca della sua popolazione appartengono ai Gialli o Mongolidi (si che spesso si suol chiamare questo per antonomasia il Continente giallo), fra i quali numericamente prevalenti i due rami orientali dei Sino-Tibetani e dei Coreani e Giapponesi, mentre diffusi su aree molto maggiori, ma più rarefatti, sono così il ramo occidentale (Turchi, Turcomanni, Tartari, Chirghisi), come quelli centrali (Mongoli in senso stretto e Manciù) e settentrionali (o dei Paleoasiatici: Samoiedi, Tungusi, Jacuti, Kamciadali), che vivono per lo più allo stato nomade e talora in condizioni primitive.
Il gruppo europide penetra in A. da occidente con due lunghe intrusioni, una antica, a S., dal Mediterraneo al Golfo del Bengala, costituita da Armeni, Iranci e Indù; ed un'altra al N., protesa a mo' di esile striscia dagli Urali al Pacifico, e più recente (Slavi); rami congiunti in certo modo, spazialmente,
dall'originale, confuso nucleo dei Caucasici. Si può calcolare che i Bianchi assommino in A. a 320-350 milioni in cifra tonda. Quanto ai Malesi, che popolano la maggior parte delle isole australasiatiche e che vengono talora considerati appartenenti ad una razza mista (incrocio di mongolidi con negridi), essi sono probabilmente non meno di 70 milioni. Un'altra area di mescolanze etniche è rappresentata dalla parte meridionale del vasto settore in cui A. ed Europa si saldano; una terza, ancora più evidente, l'India, dove, accanto a residui di popolazioni primitive (Vedda di Ceylon), è rappresentato un ramo abbastanza cospicuo (200 milioni) di negridi o indomelanidi (regioni di E.) anch'essi di posizione tutt'ora incerta. Nuclei razzialmente mal classificabili s'incontrano del resto, in A., un po' dappertutto: nel Giappone settentrionale (Ainu), nelle Filippine (Negritos), nelle Andamane (Mincopi), ecc.
L'A. fu la culla di tutte le religioni più diffuse: Giudaismo, Cristianesimo e Islamismo nacquero sul limite del deserto arabo; Brahmanesimo e Buddhismo in India, Confucianesimo e Taoismo in Cina, Scintoismo in Giappone. Non sorprende perciò che l'A. presenti sotto questo riguardo un quadro non meno varso che complicato. Confucisti (370 milioni), induisti (280 milioni) e buddisti (270 milioni) assorbono da soli i 4/5 della popolazione del continente, prevalendo i primi nell'A. sudorientale dall'Annam alla Corea e nella Cina propria, i secondi in India, gli ultimi dalla Birmania all'Indocina. L'islamismo domina l'A. di SO. con notevoli nuclei nell'India e nella Indonesia: i suoi proseliti oscillano, nei calcoli che ne danno le fonti più attendibili, da 200 a 280 milioni. Non meno di 50 milioni debbono essere, probabilmente, gli aderenti alle religioni primitive che ancora si conservano tra i popoli dell'estremo N., nonché nell'interno dell'India, dell'Indocina e delle maggiori isole. Un gruppo a sé, considerevole anche nel numero (18-20 milioni), formano gli Scintoisti del Giappone, uno relativamente esiguo (forse un milione) e piuttosto disperso gli Ebrei, anche se per la maggior parte fissati nell'A. anteriore.
Quanto ai cristiani, essi rappresentano in A. forse non più di 1/25 della popolazione (50 milioni di anime); 1/60 appena i cattolici (20 milioni; soprattutto Filippine e A. anteriore). La maggior parte dei Cristiani del continente (25 milioni) è ortodossa (A. minore, Siberia); i protestanti sono sparsi un po' dovunque, ed hanno, al pari dei cattolici, fondato numerose missioni nell'A. meridionale e sudorientale. È appena necessario avvertire che tutti questi dati statistici vanno accolti con molte riserve, data la diversa e spesso scarsa attendibilità delle fonti da cui promanano.
Nel quadro dell'economia mondiale l'A. occupa un posto in complesso sproporzionato alla sua grandezza, alla sua potenzialità ed alla sua popolazione.
Per quel che riguarda la produzione mineraria, l'A. domina il mercato internazionale solo con lo stagno (oltre il 90 % del totale mondiale, Malesia Britannica, Cina, Indocina), e discreta è la sua partecipazione per il petrolio (tuttavia, meno 1/4 del totale mondiale; soprattutto nel Caucaso, in Arabia e nell'Iraq). Quanto al carbon fossile, invece, pur tenendo conto della produzione sovietica (che per la maggior parte proviene tuttora da regioni europee), il quantitativo estratto in A. non giunge probabilmente ad 1/4 del totale mondiale. E modesta, o addirittura irrilevante, è la parte da farsi all'A. per tutti gli altri prodotti più ricercati dal commercio internazionale (notiamo solo un 40 % per il tungsteno; il piombo dà 1/10, l'antimonio 1/4 od 1/5).

L'A. è la patria del nomadismo pastorale, che tuttora vi è molto diffuso; ciò nonostante, le sue ricchezze animali sono, nel complesso, mal confrontabili con le vegetali.
L'allevamento dei bovini è cospicuo in India (che ne conta più d'ogni altro paese del mondo) e in Cina; con oltre 200 milioni di capi, l'A. novera il 30 % circa del patrimonio mondiale. Caprini (50 % del totale mondiale) ed ovini (12 %) sono assai diffusi, specie in India, in Cina e nell'A. anteriore; suini (il continente, compresa l'U.R.S.S., ne possiede poco meno di 2/5 del totale mondiale) soprattutto in Cina (che ne detiene il primato assoluto con più di 1/5 di quello totale). Degli animali da tiro e da soma, a parte le regioni dell'estremo N. (renne e cani), bovi e bufali (con 62 milioni di capi, questi ultimi rappresentano il 98 % del patrimonio mondiale) prevalgono nell'A. monsonica, dove anche l'elefante è impiegato allo stesso scopo; cavalli (30 milioni di capi; 1/3 del totale mondiale: U.R.S.S., Cina ed India), asini (16 milioni di capi; oltre 1/3; Cina, India, U.R.S.S.) e muli (26 %; soprattutto in Cina ed in Manciuria) nei territorii mediani a N. della fascia desertica e nell'A. orientale; cammelli (1/4 del totale mondiale: Cina, U.R.S.S., India) nelle regioni aride del centro, eccetto il Tibet, dove è impiegato (ma solo per i trasporti) lo Yak. Dei prodotti d'origine animale va ricordata la seta, il cui allevamento è sviluppatissimo in tutta l'A. orientale; l'A. dà certo più dei 4/5 della seta greggia di tutto il mondo. Se modesto risulta il contributo del continente per quel che riguarda carni, lane e latte, ricco è il prodotto della pesca marittima (forse 2/5 del totale mondiale), da lungo tempo una delle occupazioni preferite delle popolazioni del Giappone (sotto questo riguardo alla testa di tutti gli Stati), della Cina e della Malesia.
Mentre l'artigianato ha tradizioni antichissime in A. (Cina, Giappone, India) e fornisce tuttora oggetti di pregio artistico e di larga rinomanza, tardo e recente vi è stato dovunque lo sviluppo della grande industria moderna. Solo il Giappone, la Cina e la Siberia centrale possono allinearsi fra i paesi industriali, sebbene, fatta eccezione per il primo, si tratti di trasformazioni parziali, e di produzioni destinate a coprire, almeno in parte, il consumo interno. Nel commercio internazionale, infatti, la partecipazione asiatica rimane modesta: da 1/7 ad 1/6 del valore complessivo prima della recente guerra mondiale. Questo commercio poggiava e poggia sostanzialmente sullo scambio di materie prime con prodotti lavorati, dei quali ultimi, in sostanza, i soli fornitori continentali di maggiore importanza sono il Giappone e l'U.R.S.S.
Il largo frazionamento politico dell'A., la sua struttura fisica ed il suo sviluppo economico spiegano perché, mentre i traffici hanno conservato per molta parte i sistemi tradizionali, il commercio internazionale è concentrato nell'A. meridionale ed orientale. Le vie di mare più frequentate congiungono queste regioni all'Europa attraverso il Mar Rosso (Canale di Suez); l'importanza del Pacifico tende nondimeno a crescere, come conseguenza della seconda guerra mondiale. I porti più attivi (prescindendo dall'U.R.S.S.) sono tutti a S. del 40° parallelo (Smirne, Beirut, Aden, Bombay, Madras, Colombo, Calcutta, Rangun, Singapore, Batavia, Manila, Hong-Kong, Canton, Scianghai, Nagasaki, Kobe e Jokoama). Quanto alle comunicazioni interne, le ferrovie furono introdotte in A. relativamente tardi, e il loro sviluppo è stato lento. Con ca. 170 mila km. di linee, l'A. è, rispetto alla popolazione, all'ultimo posto fra i continenti (1,4 km. di ferrovia ogni 10 mila ab.), e i quattro settori che ne comprendono la maggior parte (indiano, giapponese, russo, cinese), né si saldano, né si completano. È tuttavia possibile andare oggi in treno dall'Europa al golfo Persico, al Turchestan (Turksib), alla Corea ed alla Cina (Transiberiana) con servizi regolari, completati per quasi tutte le altre plaghe del continente da non meno rapidi e comodi servizi automobilistici; e più velocemente ancora con aerei che allacciano ormai tutti i principali centri asiatici a quelli del Vecchio e del Nuovo Continente. Se le distanze sono così dovunque vinte o raccorciate, rimane nondimeno se-

(fot. Enc. Cutt.)
L'A., i cui popoli costituiscono fin dalla più remota antichità grandi e ben ordinati organismi politici ed in questi compresero anche, a più riprese, parte della stessa Europa, aveva, alla vigilia della prima guerra mondiale, ancor più di metà del suo territorio soggetto a Stati europei. Questi vi mantenevano da tempo fiorenti colonie di sfruttamento, in cui una ristretta aristocrazia di dirigenti dominava enormi masse di popolazioni indigene, delle quali la civiltà occidentale non sempre ha potuto permeare ed alterare le tradizionali e spesso originali forme di vita. Tuttavia l'ultimo secolo, con la sua evoluzione economica ed i suoi grandi conflitti politico-sociali, ha favorito dovunque dapprima una più intima collaborazione dell'elemento locale con i dominatori, e quindi una più larga ed effettiva autonomia e indipendenza dei dominati.
Tenendo conto dei cambiamenti avvenuti di recente nella situazione politica dei territori soggetti all'autorità od all'influenza inglese (India, Birmania, Ceylon, Transgiordania), quasi i 9/10 dell'area e oltre i 9/10 della popolazione asiatica sono da ture indipendenti, quando si escluda dal computo l'A. russa, che assorbe da sola poco meno di 2/5 della superficie, ma appena 1/30, o poco più, della popolazione del continente (e del resto la riconosciuta autonomia nazionale trova un riflesso, sia pure esteriore, nella struttura federativa dello Stato sovietico). Comprendendo poi nel novero degli Stati indipendenti anche la Palestina, l'Insulindia olandese e la Federazione indocinese, per le quali non si può parlare più, ad ogni modo, di forme co-
coloniali, le proporzioni riducono il dominio europeo in A. ad appena il 2,4% del territorio e l'1,4% della popolazione, cioè, in sostanza, a lembi residuali, di cui i più importanti sono quelli inglesi (Ceylon e Unione malese soprattutto).
Va nondimeno avvertito che la situazione di fatto differisce spesso da quella giuridica, non solo nei territori di fresco indipendenti, ma anche in quelli ritenuti tali da tempo (Afganistan, Arabia, Cina, Iran, Iraq, Mongolia, Nepal, Tailandia), la cui politica interna è in stretto rapporto con le vicende del conflitto esistente o latente fra le principali potenze extra-asiatiche (ivi compresa in primo luogo l'U.R.S.S.) interessate. Solo con simile riserva si può dare qui appresso il quadro statistico del continente.
| Territori | Superficie kmq. | Abitanti |
|---|---|---|
| Afganistan | 650 000 | 12 000 000 |
| Arabia | 2 800 000 | 9 000 000 |
| Birmania | 604 721 | 16 824 000 |
| Cina | 9 240 000 | 463 200 000 |
| Corea | 220 788 | 27 200 000 |
| Filippine | 296 285 | 19 511 000 |
| Giappone | 382 253 | 78 025 000 |
| Iran | 1 643 558 | 15 000 000 |
| Iraq | 452 500 | 4 611 000 |
| Mongolia esterna | 1 612 000 | 900 000 |
| Nepal | 140 000 | 7 000 000 |
| Libano | 10 170 | 1 146 793 |
| Siria | 171 104 | 2 901 316 |
| Tailandia | 513 447 | 17 359 000 |
| Transgiordania | 89 975 | 340 000 |
| Turchia [asiatica] | 743 500 | 17 600 000 |
| Asia indip. | 19 570 301 | 692 618 109 |
| U.R.S.S. [parte asiatica] | 17 030 000 | 43 200 000 |
| Industan | 4 095 686 | 400 000 000 |
| Pakistan | ||
| Cipro | 9 282 | 462 000 |
| Bhutan | 46 600 | 250 000 |
| Aden, Perim e dip. | 15 200 | 150 000 |
| Ceylon | 65 905 | 6 880 000 |
| Singapore | 730 | 950 000 |
| Feder. malese | 131 193 | 4 780 000 |
| Borneo brit. | 190 567 | 860 000 |
| Hong-Kong e Kowloon | 980 | 1 750 000 |
| Palestina | 26 158 | 1 912 000 |
| Asia britannica | 4 582 401 | 417 994 000 |
| Stabil. dell'India | 513 | 346 150 |
| Feder. indocinese | 740 400 | 23 850 000 |
| Asia francese | 740 913 | 24 196 150 |
| Goa, Damão e Diu | 3 983 | 625 000 |
| Macao | 16 | 375 000 |
| Timor e Cambing | 18 990 | 500 000 |
| Asia portoghese | 22 989 | 1 500 000 |
| Asia olandese | 1 488 000 | 71 534 000 |
| Isole greche d'Asia | 7 050 | 460 000 |
| Sinai [Egitto] | 61 000 | 30 000 |
| Mari interni | 505 746 | — |
| TOTALE | 44 008 423 | 1 251 532 259 |
II. ETNOGRAFIA E RELIGIONI
1. Sotto il punto di vista antropologico si possono nel continente asiatico ricordare i seguenti gruppi razziali: a) i Pigmei, di statura piccolissima, respinti agli estremi limiti meridionali (Malacca, Andamane, Filippine); b) i Pigmoidi, di statura piccola, differenziati per varie evidenti mescolanze; sono rappresentati al nord dagli Eschimesi, Lapponi, Ainu, ecc., al sud dai Vedda, Dravida, ecc.; c) gli Indi-Afganici, di grande corporatura; d) i Turco-Tartarici, di statura media, occupanti la parte occidentale dell'Asia centrale; e) i Mongoli, dai caratteristici zigomi sporgenti.
2. Linguisticamente vanno ricordati: a) il gruppo vetero-pigmeo (Negritos, Andamanesi); b) il gruppo paleoasiatico (Ainu, Yukaghiri); c) il gruppo Dravida; d) il gruppo tibeto-cinese; e) il gruppo austro-asiatico; f) il gruppo indoeuropeo; g) il gruppo uralo-altaico; h) il gruppo semitico-camitico.
3. Etnologicamente è qui dato constatare una crescente specializzazione: a) la cultura primordiale della caccia e raccolta è rappresentata dai Pigmei; b) la cultura arica può ritenersi una fase particolare della precedente; c) la cultura pastorale è riccamente presente nelle grandi steppe nordiche; d) la cultura totemistico-patriarcale si ritrova presso le tribù occidentali; f) restano infine le grandi culture miste, indiana, cinese, giapponese.
Tutte queste culture si sono per lunghissimo tempo più o meno fissamente cristallizzate; solo da poco, dopo cioè l'incontro con la moderna civiltà europea, le grandi culture miste hanno intrapreso un nuovo cammino ascensionale.
Per le grandi religioni non cristiane dell'A., V. le voci: BRAHMANESIMO; BUDDHISMO; CONFUCIANESIMO; GIAINISMO; INDUSMO; ISLAMISMO; LAMAISMO; PARSISMO; SCINTOISMO; TAOISMO; VEDISMO.
III. L'A. NELLA BIBBIA
Non designa mai l'intero continente. Nei libri dei Maccabei indica il regno dei Seleucidi: il primo a cui troviamo attribuito il titolo di «re d'Asia» è Antioco III (223-187 a. C.: I Mach. 8, 6) e dopo di lui lo ricevono anche i successori (ibid. 11, 13; 12, 31; 13, 32; II Mach. 3, 3), benché con Antioco III il regno seleucide conservasse, delle province asiatiche di Alessandro Magno, solo la Siria e la Cilicia.
Nel Nuovo Testamento A. (Act. 2, 9; 4, 9; 16, 6; 19, 10, 22, 26; 20, 4, 16, 18; 21, 27; 24, 19; 27, 2; Rom. 16, 5; I Cor. 16, 9; II Cor. 1, 8 II Tim. 1, 15; IPt. 1, 1; Apoc. 1-3) indica la provincia romana di A. (costituita nel 129 a. C.), la quale occupò parte dell'A. Minore. Nel sec. 1 comprendeva la Misia, la Lidia, la Caria e la Frigia occidentale (Cibyra, Apamea e Synnada) e, dal 27 a. C., era retta dal senato mediante un proconsole residente ad Efeso. In Apoc. 1, 4, 11 Giovanni si rivolge alle «7 chiese che sono in A.», e le enumera: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea; ma omette Colossi, Gerapoli, Magnesia, Tralles, Mileto, ecc. Nel Nuovo Testamento il termine assume talora un senso più ristretto; ad es., negli Atti spesso indica la sola regione efesina.
Da A. (provincia proconsolare) deriva il termine Asiarca (Act. 19, 31; come altrove il Bitinarca, il Ga-
latarca), magistrato che, presente il proconsole, presiedeva a Efeso all'annua assemblea provinciale dei legati di tutte le città (Kainón o Commune Asiae), in cui si celebrava il culto di Roma e dell'imperatore, e si deliberava in merito per tutta la provincia; la sua carica era distinta da quella dell'Archiereus, gran sacerdote, benché si trovino, alle volte, unite nello stesso individuo.
IV. IL CRISTIANESIMO NELL'A.
EPOCA ANTICA. - Per la diffusione del cristianesimo nel continente asiatico nell'epoca antica, V. ARABIA; ARMENIA; ASIA MINORE; CINA; INDIA; PERSIA.
EPOCA MEDIEVALE E MODERNA. - 1. Dal sec. XIII al XV. - Nel sec. XIII, dopo la conquista delle stirpi germaniche del nord, la Chiesa sembrava dover essere condannata a vivere chiusa entro i confini europei, senza possibilità di espandersi verso il gran mondo pagano. Al sud dell'Europa gli Stati islamici avevano innalzato un infrangibile muro divisorio tra i paesi mediterranei e l'Africa; e l'Oriente cristiano, rompendo i legami che l'avvincevano a Roma, aveva chiuso ogni via della Chiesa verso le popolazioni dell'interno asiatico. Solo un fatto nuovo, o un complesso di avvenimenti, avrebbe potuto mutare quella situazione senza uscita.
E il fatto nuovo fu l'irruente invasione dei Mongoli, che, mentre pareva dover minacciare la distruzione della stessa cristianità, in realtà abbatté quel muro divisorio, rendendo possibile il passaggio dell'Occidente cristiano al lontano Oriente. La Chiesa poteva così ripigliare il suo programma espansivo a profitto di quei nuovi popoli, tanto più fervidamente quanto più, attraverso le incursioni mongole, questi popoli si erano rivelati numerosi, potenti, e - a quanto si vociferava - anche accessibili alla predicazione evangelica. I fatti si incaricarono di dimostrare che quest'ultima supposizione non era esatta (v. storia), ma rimane il fenomeno notevole della presa di contatto della Chiesa col mondo orientale, tanto più interessante in quel tempo in cui la cristianità era in preda al terrore davanti all'avanzata di quelle orde selvagge, la quale, se era stata due volte evitata non per questo si poteva credere scongiurata. Contatto tra due mondi, che, attuato per iniziativa del papato - non meno benemeriti i papi del periodo avignonese - non maturò la sperata conquista cristiana di quelle genti, né la loro alleanza contro il più vicino pericolo musulmano, e non riuscì, allora, a far entrare stabilmente quelle nazioni nel generale e vivo movimento della cristianità; ottenne però di allacciare stabili relazioni tra l'Europa e l'A., che impararono a conoscersi, con incalcolabili vantaggi della scienza geografica ed etnografica.
Non si può tuttavia negare che siano mancati del tutto i vantaggi religiosi dell'apostolato. Non si stabilì il cristianesimo in Oriente, ma si stabilirono le missioni e si punteggiarono tutte le vie dell'A. di piccoli fari cristiani, destinati col tempo a maturare in cristianità saldamente piantate, se non ancora dominanti, in quell'immenso mondo allora inesplorato.
Principali attori di quest'avanzata cristiana in A. sono i due nuovi Ordini meridicanti dei Francescani e dei Domenicani. Il secolo che va dalla metà del '300 alla metà del '400, dal viaggio cioè CARAITI (v.) MARIGNOLLI, GIOVANNI (v.), segna le tappe più significanti e la creazione di vesco-

Con la caduta dei Gengiscanidi, l'avvento della dinastia dei Ming in Cina (1368), e il trionfo dell'islamismo alla corte persiana, l'accesso all'estremo oriente
veniva definitivamente chiuso, e d'altra parte le vie di terra attraverso la Persia, il Kipchak e il Turchestan erano diventate quasi impossibili: la seminazione di punti d'approdo missionario subì un arresto. Anche qui, per ripigliare il cammino, necessitava un qualche fatto grandioso provvidenziale, che non tardò a determinarsi per l'intraprendenza di una giovane e ardita potenza europea, il Portogallo.
2. Dal sec. XV al XVIII. - L'avvenimento fu la scoperta della via delle Indie (1497-98) con il doppiamento del Capo di Buona Speranza. Per quella via si lanciarono i navigatori e i missionari portoghesi, che da quel giorno per un secolo e mezzo terranno incontrastato il monopolio coloniale e missionario dell'A. Comunque lo si voglia giudicare dal punto di vista metodico-missionario, valutazione che sarebbe qui fuori di luogo (v. storia), è questo indubbiamente il primo grande periodo apostolico a largo orizzonte e di grande portata che si presenti nella storia dell'apostolato: periodo che realizza la presa di possesso cristiano dell'A. e che vede portate sulla scena le più eminenti personalità missionarie: s. Francesco Saverio (v.) che fu l'iniziatore della nuova epoca missionaria, il Ricci (v.), de Nobili (v.). Tutti i grandi paesi asiatici, che ancor oggi costituiscono quello storico continente - l'India, la Cina, il Giappone, le Filippine, la Malesia, il Tibet - vedono le loro vie di terra e di mare, le loro città costiere ed interne percorse dal missionario cattolico, il quale studia le loro lingue, i loro costumi, adotta i loro usi, e trasfonde, o almeno tenta di trasfondere in quelle civiltà, tanto distanti dalla nostra, la universale religione di Cristo. Sorgono così - frutto e speranza insieme di quest'attività - sul suolo asiatico nei punti più strategici le prime cellule di vita cristiana che si ramificano e si moltiplicano. Il sec. XVI è il secolo della creazione delle grandi diocesi asiatiche, di cui le primissime - Funchal (1514) e Goa (1534) - comprendevano, oltre tutta l'A. anche l'Africa, con cui l'apostolato era venuto in contatto. Nel 1558 da Goa si stacca Cochin e Malacca (che si estende fino al Giappone), nel 1579 si crea la diocesi di Macao e quella di Manila, e nel 1587 quella di Funai, col che abbiamo la presa di possesso ufficiale delle cinque maggiori regioni asiatiche, l'India, l'Indocina, la Cina, le Filippine e il Giappone. Da questi quattro centri originari o anche indipendentemente da essi, i vicariati apostolici di Propaganda, non legati al patronato portoghese, svilupperanno dal sec. XVII e nei secoli seguenti gli altri centri minori, meno ampi, ma più redditizi, che segnarono le altre tappe del cammino, in estensione ed in profondità, dell'apostolato nel mondo orientale.
Profondità, però, relativa, con diverse, alterne e sempre sudate vicende. I secc. XVII e XVIII, infatti, furono i secoli delle più dure esperienze per la Chiesa circa la facilità o meno della vera conquista di quelle civiltà orientali da secoli guadagnate all'induismo e al buddhismo. E viene così la rottura: i tre più grandi paesi estremo-orientali si isolano dall'Occidente, mettendo al bando i messaggeri del cristianesimo. A rendere sempre più ardua l'impresa sopravvennero, nel sec. XVIII - in aggiunta alla disorientante questione dei riti (v. RITO), apertasi nel sec. XVII - ulteriori complicazioni di genere religioso-politico: l'abolizione della Compagnia di Gesù, col conseguente depauperamento personale delle missioni; la controversia circa la giurisdizione dei vicari apostolici, avversati dai sostenitori della politica missionaria portoghese; la lotta delle Potenze protestanti contro le missioni cat-
toliche e in ultimo la Rivoluzione Francese, che rompe i ponti fra i due mondi.
3. Dal sec. XVIII al XX. - Con la Restaurazione del sec. XIX, la Chiesa, nonostante il perdurante stato di persecuzione in tre almeno di quei paesi, tornava a rivolgere lo sguardo all'Indocina e all'Estremo Oriente, verso cui la portava come d'istinto il suo zelo. Il compito nuovo, però, del cristianesimo in A. era estremamente difficile, non solo a causa dei pregiudizi dominanti in quei paesi in seguito agli avvenimenti cui si è testé accennato, ma perché si poneva daccapo la questione della penetrazione in quei territori, ermeticamente chiusi allo straniero; per giunta, non si trattava più ora di una impenetrabilità geografica, ma politica, difficilmente superabile. Invero, l'ostacolo - che non interessava solo la Chiesa, ma gli Stati civili di Europa - fu eliminato a viva forza, ma appunto questo riversò anche sulle missioni, in quanto tali, l'antipatia e l'odio naturalmente provocato da ogni imposizione; per cui la ripresa delle missioni avveniva in clima di diffidenza, che coloriva sempre più di politicantismo la loro azione religiosa, evangelizzatrice e caritativa. Non tutto il bilancio però fu passivo, in questo periodo; le missioni, infatti, provvedute e sostenute di personale e di mezzi, come non mai per il passato, e ufficialmente tollerate, se non riconosciute, esteso largamente la loro zona di occupazione nell'interno dell'A., e, pur non ottenendo successo negli ambienti religiosamente dominati dall'induismo e dal buddhismo, raccolsero discreta messe un po' in tutte le popolazioni minori, e, comunque, s'imposero all'attenzione, spesso pure all'amministrazione dei ceti superiori e dei governi indigeni. Il diffuso movimento di rinnovazione che le grandi religioni organizzate dell'A. hanno iniziato sulla fine del secolo scorso e continuano in questo, tanto dal punto di vista dottrinale quanto, e soprattutto, da quello etico, tendendo a minimizzare i lati contrastanti col cristianesimo, di cui talvolta adottano la nomenclatura, e spesso ricopiano le attività caritative, è un indice dell'indubbio influsso, sia pure indiretto, che le missioni hanno esercitato ed esercitano sulla mentalità asiatica.
Permane - è vero - il formidabile problema della penetrazione in profondità nella roccaforte di quelle religioni, che raccolgono milioni e milioni di aderenti; permane, cioè, l'antico problema della conquista morale dell'A., la cui aridità, emersa nel periodo precedente, aveva provocato le note controversie. Oggi, però, la questione si presenta in condizioni nuove e più promettenti, in quanto non c'è più da temere il risorgere di antiche dispute o il suo accantonamento con provvedimenti sbrigativi; la questione dello studio del metodo o adattamento si è imposta al mondo missionario, in alto e in basso, avendola maturata i tempi e le esperienze; e alcuni passi, veramente grandiosi, sono stati fatti sulla via di quella agognata conquista, come la creazione della gerarchia indigena (v. INDIGENO, CLERO, questione del), in Cina, Indocina, India, Giappone, Corea e l'abolizione del giuramento per i riti malabarici e cinesi e la permissione delle cerimonie civili cinesi e giapponesi (v. CIANRESI, MALABARICI, CIAPPONESI). Si ha l'impressione che altre notevoli innovazioni siano allo studio, mentre i nuovissimi avvenimenti imporranno e, in certa misura, faciliteranno l'adozione di esse. Per questo pare potersi dire che le premesse per la conquista cristiana dell'A. siano sicuramente poste. - Vedi TAVV. XI-XIV.
schichte der Franziskaner, Münster 1927; B. Altaner, Die Dominikanermissionen des 13. Jahrhunderts, Habelschwerdt 1924; G. Soranzo, Il Papato, l'Europa cristiana e i Tartari, Milano 1930; R. Læner, La Société des Frères Périgérians, Roma 1937; G. Messina, Cristianesimo, Buddhismo, Manicheismo nell'Asia antica, Roma 1947. - Per il secondo periodo: A. Jann, Die katholischen Missionen in Indien, China u. Japan. Ihre Organisation und das portugiesische Patronat vom 15. bis zum 18. Jahrh., Paderborn 1915; B. Aufhauser, Christentum u. Buddhismus im Ringen um Fernasien, Monaco 1922. - Per il terzo periodo: J. Schmidlin, Missions- und Kulturverhältnis im fernen Osten, Münster 1915; G. B. Tragella, Chiesa Conquistatrice, Roma 1941.
Giovanni B. Tragella