ASIA MINORE. ('Ασία ἡ ἐλάττων, ἡ μικρά Ἀσία). - Denominazione piuttosto tarda (sec. IV d. C.: cf. Orosio, I, 2) che ha preceduto nell'uso dotto la bizantino-medievale Anatolia (o «Paese del Levante», ἀνατολή, come doveva apparire ai Greci dell'Egeo; onde il nostro Natolia ed il turco Anatola; od anche Rumili, con allusione alla antica dominazione romana); toponimi, l'uno e l'altro, di significato territoriale oscillante e ad ogni modo diverso dalla più definita accezione moderna.
I. GEOGRAFIA
L'A. M. è, dopo l'Arabia e l'India, la maggiore penisola del continente asiatico, del quale forma l'estremità occidentale. Limitata su tre lati dal mare (Eusino o M. Nero a N., Egeo ad O. e Mediterraneo a S.), si salda ad oriente alla massa continentale con l'altopiano armeno, dove ogni linea divisoria avrebbe evidentemente solo valore convenzionale: se ne può tracciare una, che dalla foce del Fasi (Rion) vada al fondo del Golfo di Alessandretta. Al di là del primo limite gli antichi ponevano la Colchide (Georgia), col secondo la Cilicia era separata dalla Mesopotamia (Iraq).
L'area della penisola vera e propria supera di poco i 500 mila kmq. ed è oggi tutta compresa, politicamente, in quella della Turchia (v.) ch'è però alquanto maggiore, dato che comprende anche parte delle regioni finitime. L'A. M. ha subito, in epoca storica, variazioni considerevoli, più che nel paesaggio naturale (alluvionamento dei fiumi, specie di quelli sfocianti nell'Egeo, che ha dilatato le piccole pianure costiere; mutamenti di livello dei laghi interni, ecc.), nella composizione etnica dei suoi abitanti. Dopo l'esodo dei Greci dalle regioni litoranee occidentali e la quasi totale soppressione degli Armeni, diffusi soprattutto nelle zone interne orientali, la popolazione dell'A. M. è costituita oggi in assoluta prevalenza da Turchi maomettani.
Per altre notizie geografiche, v. TURCHIA.
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II. LE RELIGIONI DELL'A. M
Il panorama religioso dell'A. M. prima dell'era cristiana era complesso, e in via di sviluppo. La complessità gli veniva dalla varietà dei popoli, che l'abitavano con lingue, usi e culti diversi. Lo sviluppo tendeva a far scomparire le discrepanze, e introdurre in tutte le forme un certo carattere comune.
I re ellenisti dell'Asia e dell'Egitto, successori di Alessandro Magno, volevano riunire i vari popoli asiatici, greci o macedoni, con i legami di una sola cultura civile, sociale e religiosa, vedendo in ciò un vantaggio per la durata del loro dominio. Ad ottenere ciò nel campo religioso non potevano far troppo affidamento sulla religione greca, la quale, prima ancora della spedizione di Alessandro, si era avviata ad un inarrestabile decadimento. Ad eccezione di Dioniso, che ebbe larga diffusione in territorio ellenistico, le altre divinità greche esercitarono poco influsso. Ed è notevole che persino in Lidia, una regione che più delle altre si aperse all'ellenismo, delle iscrizioni trovate di carattere religioso, 237 riguardano divinità anatoliche, mentre solo 171 si riferiscono a divinità greche.

Ma ad ottenere una certa unità di concezione religiosa lavorarono sia la filosofia del tempo, lo stoicismo, sia le religioni orientali.
Lo stoicismo insegnava che una forza divina, il lógos, anima tutto l'universo, e gli esseri in esso contenuti, compreso l'uomo. Poiché tutti gli uomini partecipano a questa forza e ne ricevono la loro nobiltà, essi sono eguali, nonostante la diversità di razza o di nazionalità. Con questa dottrina lo stoicismo aboliva la distinzione, cara ai Greci, tra elleni da una parte e barbari dall'altra. Lo Stato ideale era quello che aboliva ogni barriera nazionale, per far del mondo intero una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola ed unica divinità, e la identificava con la forza, che governa il mondo e ne regola lo sviluppo. Poiché questa era concepita come immanente al mondo e a tutti gli esseri, e non come trascendente, la concezione stoica era panteista. Agendo inoltre tale forza secondo leggi fisse ed immutabili, si ammetteva il determinismo più rigido in tutti gli avvenimenti e si veniva a negare la libertà dell'uomo.
Che nonostante il panteismo tale concezione fosse capace di suscitare negli animi dei suoi aderenti veri sentimenti religiosi, si può rilevare dal noto inno di Cleante, uno dei primi stoici, e poi a Roma dagli scritti di Marco Aurelio ed Epitteto. Inoltre per un felice illogismo, pur ammettendosi il determinismo in tutte le cose, si insisteva molto sullo sforzo volontario e sulla pratica della virtù. L'ideale della moralità consisteva soprattutto nella piena e assoluta conformità dell'animo con la legge del cosmo, nella tranquilla e incrollabile sicurezza che essa, nonostante qualsiasi apparenza esterna, conduceva tutto ad un ottimo fine.
Va da sé che in una dottrina filosofica solo pochi spiriti inclini alle meditazione potevano trovare appagamento. La massa del popolo seguiva le vie antiche e si rivolgeva alle sue divinità. Esse eran tollerate dallo stoicismo, il quale le interpretava, conforme al suo sistema, come personificazioni ingenue ed infantili di fenomeni fisici.
Una diffusione universale aveva l'astrologia (v.); e non solamente nei ceti colti ma anche presso il popolo. Poiché si era scoperto che il moto degli astri si compiva secondo leggi fisse, s'insegnò che quanto avveniva sulla terra era determinato ed ineluttabile. E ciò sia che si tratti di fenomeni fisici sia che si tratti di fenomeni sociali e morali. Tale dottrina ammetteva il fatalismo, e di nuovo negava la libertà dell'uomo; i suoi eventi, le sue vicende, il termine della vita era scritto negli astri. Bastava saper leggere in questa scrittura celeste, per poter tracciare un oroscopo (v.) esatto sul corso della vita di ogni uomo. Bisognava solo conoscere il momento preciso della nascita o della concezione. Da quel momento egli difatti veniva ad ingranarsi nel vasto organismo dell'universo e ne doveva seguire fatalmente i movimenti e i contraccolpi. Conosciuto ciò, si indagava sulla posizione degli astri in quel dato momento, e si prediceva il futuro in tutti i minimi particolari.
La dottrina trovò buona accoglienza presso i maestri stoici (ad eccezione di Panezio) e i loro aderenti, concordando essa con la loro idea della forza divina, che governa il mondo con leggi fisse e ineluttabili; ma ebbe anche vasta diffusione in tutti i ceti della società. L'astrologia peraltro riducendo l'uomo a semplice ruota di un gigantesco organismo, che seguiva invariabilmente le sue vie, alla lunga fece sentire il suo peso opprimente. E gli uomini cercarono scampo dal fato.
Come reazione contro il fatalismo si ebbe nel tempo ellenistico un rinvigorimento e una vasta diffusione della magia. Si pensò che esistevano formole e pratiche, con cui si poteva forzare la mano degli dèi, e cambiare il fato avverso.
Se gli astri divini potevano, in seguito alla connessione unitaria di tutte le parti dell'universo, esercitare il loro influsso sulla terra e sull'uomo, dovevano trovarsi mezzi, in forza dello stesso principio, per contrastarne in un modo o l'altro l'azione. Si trattava di conoscerli e di saperli adoperare. Il solo lato buono della magia era la reazione dell'uomo contro una dottrina, che lo rendeva semplice marionetta nelle mani del burattinaio. Ma di religione nelle pratiche magiche non si può parlare. L'atto religioso difatti tende a disporre benevolmente la divinità per averne l'aiuto; l'azione magica invece vuole forzarla. Nel primo caso l'atteggiamento interiore dell'uomo è di umile soggezione alla divinità, nel secondo si ha quello di presuntuosa superiorità, o come si è detto, di egoistica arroganza. Ad ogni modo diffusissima divenne la credenza che con simili pratiche si potesse mutare il proprio destino avverso, ed esser liberati dalla propria stella.
Ma il popolo vi ricorreva anche per altri scopi particolari. Ci sono pervenuti una quantità di papiri magici con le formole più diverse e strane o per ottenere la liberazione da una malattia, o per il prospero successo di una impresa amorosa, o per la felice conclusione di un affare e così via. Si costringevano in tal caso dal mago gli spiriti ad apparire e con incantesimi si forzavano a render servizio e a svelare la causa di una malattia o la natura del rimedio. Poi si trattava di allontanarli e di evitare che essi si vendicassero, e si ricorreva nuovamente a pratiche magiche per ottenere ciò.
Astrologia e magia connesse insieme si diffusero in ogni regione dell'A. M. e nell'Egitto e di là passarono a Roma, dove misero salde radici, e si estessero nelle altre parti di Europa, resistendo a tutti gli assalti fin nel medioevo.
Se l'astrologia venne dalla Babilonia e la magia prevalentemente dall'Egitto, un culto che ebbe diffusione universale fu opera dei re ellenistici: si tratta del culto dei re.
Alessandro, dopo le vittorie che lo portarono fino alle terre dell'Indo, si era fatto riconoscere dio dai greci. Lo scopo di ciò era politico: si volevano mettere sullo stesso livello tutti i popoli che componevano il nuovo impero: macedoni, greci ed asiatici dovevano sentirsi eguali davanti ad un re-dio. Nello stesso tempo si intendeva conferire una potestà assoluta al regnante con la sua elevazione a divinità. Per le stesse ragioni, allo smembramento dell'impero dopo la sua morte, i successori dell'Asia e dell'Egitto, i Seleucidi e i Tolomei, si diedero ad istituire il proprio culto. Procedettero per tappe: prima furono divinizzati monarchi defunti, poi si passò ad istituire il culto del re vivente. Tale istituzione costituì lo sgabello, su cui si sollevava l'assolutismo del regnante. La partecipazione a questo culto fu richiesta a tutti i sudditi dei regni ellenistici, e divenne il simbolo di fedeltà. Ma di contenuto spirituale c'era ben poco in esso; e tra le migliaia d'iscrizioni a contenuto religioso, non se ne trova alcuna che mostri essersi qualcuno diretto al re, vivo o morto, per aver soccorso nei suoi bisogni religiosi. Ad ottenere ciò gli animi si rivolgevano agli dèi antichi.
Queste divinità locali erano numerose, ma, come abbiamo detto in principio, seguivano una tendenza unificatrice. Protettrici di un determinato Stato e del popolo che lo componeva, ora che i vari Stati erano stati assorbiti dai grandi regni ellenistici, non potevano più considerarsi come tutrici di uno Stato particolare inesistente: dovevano perdere i caratteri locali e tagliare i loro legami etnici o statali, per acquistare caratteri più universali. In tali nuove condizioni esse potevano rivolgersi a tutti i popoli, anche fuori degli antichi confini, in cui fioriva il loro culto. Gli uomini facevano ora parte di un impero e avevano perduto il loro Stato particolare, non si sentivano quindi più legati alla divinità dell'antico Stato, ma potevano rivolgersi liberamente anche a divinità, ad essi prima forestiere, nei propri bisogni religiosi.
Per rispondere meglio alle più vaste esigenze degli uomini, i propagandisti di una divinità ne allargavano il campo di attività, attribuendo ad essa proprietà e qualità desunte da altre. I cultori di una forma religiosa inoltre non escludevano le altre forme o le altre divinità, ma le consideravano come diversi aspetti e nomi vari della stessa divinità. E si poteva liberamente seguire uno o più culti diversi. Non si può in questo movimento parlare di monoteismo, ma piuttosto di una tendenza verso una unità di credenze, o meglio di culto, che peraltro non arrivò al suo termine neanche poco prima che le varie religioni scomparissero quando il cristianesimo trionfò. Lo sviluppo descritto si nota maggiormente durante l'epoca romana al tramonto dell'ellenismo, ma gli inizi si ebbero in quest'epoca.
Le aspirazioni di greci ed orientali nei decenni prima dell'era nostra si volgevano verso la salvezza. E poiché gli uomini si sentivano impotenti a conseguirla con le proprie forze, volgevano gli sguardi verso un aiuto dall'alto. La liberazione peraltro non era da tutti concepita in identica forma. Le guerre che desolavano le varie regioni dell'Asia, il perturbamento dell'ordine interno, facevano desiderare la pace e il ristabilimento di una ordinata convivenza civile. Questa era considerata come la salvezza; e quando Augusto la diede, allora fu esaltato con i titoli più divini e considerato come salvatore. Altri gemevano sotto la credenza nel fato, e salvezza per loro significava l'esser liberati dalla propria stella infausta. I Persiani invece avevano una dottrina la quale mostrava la vita come una lotta continua tra il bene e il male, e gli uomini divisi in due opposti campi sempre in lotta tra di loro. E poiché vedevano che il male e la menzogna prevalevano, aspettavano un messaggero divino che venisse a far trionfare il regno della giustizia e della verità, e ristabilisse un ordine nuovo con una umanità trasformata e concorde nel bene. Il soccorritore che essi aspettavano era stato preannunziato, così essi pensavano, dallo stesso fondatore della loro religione, Zoroastro; ed essi vivevano nella sua attesa. Più che i culti, erano i nobili aneliti dell'uomo verso la salvezza, che avrebbero aperto i cuori al messaggio cristiano.
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Giuseppe Messina
III. IL CRISTIANESIMO NELL'A. M
L'occupazione dell'A. M. da parte dei Romani, preceduta da un lungo dominio greco, s'iniziò con la morte di Attalo (133 a. C.), che lasciò loro il suo regno in eredità, ed attraverso successive vicende fu completata soltanto al principio del sec. II. L'estensione del territorio, ma soprattutto la diversità dei popoli e la graduale sottomissione di essi consigliarono i Romani a non farne una sola provincia. E le province variarono man mano di numero e di estensione secondo le varie sistemazioni date alla regione dagli imperatori.
L'A. M., di cui tante città ascoltarono la parola di s. Paolo e poi di s. Giovanni verso la fine del sec. I, è una delle regioni imperiali dove la parola di Gesù fu più predicata. La Chiesa di Efeso, la più ricca città dell'A. M., deve la sua fondazione a s. Paolo e, secondo una tradizione generalmente accolta, l'apostolo Giovanni la governò per molti anni. Le Chiese di Alessandria Troade, di Laodicea, di Gerapoli, ove dimorarono il diacono s. Filippo, confuso più tardi con l'Apostolo omonimo, e le sue figlie, conosciute come profetesse, sono ricordate nelle lettere paoline. Quelle di Smirne, Pergamo, Sardi, Filadelfia e Tiatira, Efeso e Laodicea, sono le destinatarie dell'Apocalisse di Giovanni. Le cristianità di Tralli e di Magnesia sul Meandro sono ricordate ca. l'anno 100 nelle lettere di s. Ignazio di Antiochia, successore d'Evodio, lasciato nella città da s. Paolo, quando l'Apostolo dovette recarsi altrove. Oltrechè nella zona costiera dell'A. M., il cristianesimo penetrò in Pisidia per mezzo di s. Paolo; Iconio, Antiochia di Pisidia, Listri, Derbe, ebbero molto presto le loro comunità cristiane e nel resto del paese il Vangelo si diffuse rapidamente. Le cristianità della Galazia sono pure figlie dell'apostolato di s. Paolo, il quale indirizzò ad esse una delle sue più celebri lettere. Egli scrisse anche ai cristiani di Colossi nella Frigia, che però non sembra essere stata evangelizzata da lui personalmente. L'isola di Cipro fu visitata da s. Paolo e dal cipriota s. Barnaba verso l'anno 47, quando anche il proconsole Sergio Paolo si convertì al cristianesimo. La dottrina evangelica si sviluppò abbastanza rapidamente nell'isola, mercè l'apostolato di predicatori venuti dalla vicina Siria. La Bitinia sulle coste del Mar Nero fu evangelizzata evidentemente prima della fine del sec. I, poiché al principio del seguente Plinio il Giovane, il quale sotto Traiano governò la provincia, attesta che il cristianesimo non solamente inondava le campagne, ma formava il vuoto attorno ai templi. Poco tempo dopo, la città di Sinope aveva un vescovo, che fu il padre dell'eretico Marcione.
Ma ca. l'anno 95 i cristiani di Pergamo e di Smirne furono molestati, per causa della persecuzione di Domiziano, che, secondo la tradizione, fece rifulgere se non un martire, almeno il più glorioso dei confessori, l'evangelista Giovanni (Tertulliano, De praescriptione, 36).
Nonostante i gravi pericoli della gnosi alla fine del secolo apostolico, e quindi del marcionismo e del montanismo, dei quali i vescovi dell'A. M. riuscirono ad avere partita vinta con i sinodi celebrati in Frigia, il cristianesimo aveva fatto i più rapidi progressi. Nel sec. III Dionigi di Alessandria dichiara che la Frigia possiede la chiesa più popolosa, mentre il retore pagano Luciano d'Antiochia lamenta il gran numero di cristiani che riempiono il Ponto fin dal tempo di Marco Aurelio, e verso il 190 i vescovi di questa regione scrivono al papa Vittore a proposito della questione pasquale. Al contrario solo nel sec. III il Ponto inferiore venne metodicamente evangelizzato.
Nel sec. II ebbe comunità cristiane anche la Cappadocia, nella parte centrale dell'A. M., ove era restata a lungo acquarcerata la famosa «Legio Fulminata», in cui, fin dal tempo di Marco Aurelio, militava un buon numero di soldati cristiani, in gran parte reclutati nell'estremità orientale di detta provincia. Tuttavia la sua capitale, Cesarea, non figura nella storia cristiana che verso il 200, quando il suo vescovo Alessandro, discepolo di Panteno e di Clemente nel Didascaleo di Alessandria, venne imprigionato durante la persecuzione di Settimio Severo.
Intorno al 300 la cristianizzazione dell'Oriente era molto progredita e perfezionata l'organizzazione della sua gerarchia, nonché formate le circoscrizioni ecclesiastiche in genere sul modello delle divisioni amministrative. Le suddivisioni imposte da Valente e Teodosio fecero salire a venti le province civili e di conseguenza le ecclesiastiche. Alle antiche metropoli asiatiche, Efeso, Cizico, Sardi, Afrodisiade, Mira, Antiochia di Pisidia, Laodicea di Frigia, vennero ad aggiungersi quelle di Side, Eucarpia ed Iconio. Le metropoli del Ponto, Cesarea di Cappadocia, Ancira, Nicomedia, Gangre, Amasca, Neocesarea, furono completate con l'aggiunta di Tiana e di Melitene.
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Alberto Galietti
IV. IL VICARIATO APOSTOLICO DELL'A. M
È una fondazione della Congregazione di Propaganda, la quale diede la cura spirituale dell'A. M. ai presuli di Costantinopoli e di Smirne già nel sec. XVII. Dopo varie vicende, nel 1818 fu eretto formalmente il vicariato apostolico dell'A. M. ed affidato all'arcivescovo di Smirne, poco prima ristabilito. Rimanevano però al vicariato apostolico di Costantinopoli la parte settentrionale dell'A. M., dalla quale la Missione indipendente di Trebisonda fu distaccata nel 1931. Il vicariato apostolico dell'A. M. (in senso stretto) ebbe sino ad oggi pochissimi cattolici.
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Giorgio Hofmann
V. ARCHEOLOGIA
L'archeologia dell'A. M. ha ricevuto in questi ultimi tempi grande impulso, ma è ben lungi dall'aver dato i maggiori risultati, specie per ciò che riguarda le origini cristiane. Ad ogni modo, è necessario distinguere i monumenti delle città costiere (Efeso, ecc.) impregnati d'ellenismo ed anche di romanità, da quelli dell'interno che rivestono più spiccati caratteri orientali.
Per quanto riguarda l'età precostantiniana, diversi materiali epigrafici sono stati raccolti nella Frigia, che era molto penetrata dal cristianesimo e gravemente soffrì nella persecuzione diocleziana. Celebre è l'epitaffio di Abercio (v.). Ma sono pure interessanti i gruppi di epigrafi cripto-cristiane con la formula: ἄσται αὐτῷ πρὸς τὸν θεόν (particolarmente nella Frigia del sud) e quelli con l'ostentazione della qualità cristiana (χρηστιανός, χρηστιανός) e non di rado la croce (Frigia del nord) che devono spettare alle congreghe eretiche dei montanisti. Merita anche d'essere ricordata l'iscrizione d'Aricanda (v.). Una memoria di martire che si propende a credere autenticamente precostantiniana è la teca marmorea a sarcofago (ora nel museo di Brussa) che, come asserisce l'epigrafe, contiene reliquie delle ossa del martire s. Trofimo (è s. Trofimo d'Antiochia di Pisidia, sacrificato a Sinrada sotto Probo: 276-82). È invece dubbio che si riferisca ad un vescovo e ad un confessore della fede l'epitaffio metrico di un giovane chiamato Gennadio, che fu scoperto nel territorio dell'antica Laodicea Combusta. Ma fu milite e confessore (al tempo di Massimino) Marco Giulio Eugenio che, dopo la pace, diventato vescovo di Laodicea riedificò splendidamente la chiesa e da ultimo si preparò il proprio sepolcro. Ciò egli assevera in un interessante epitaffio che spetta ca. all'anno 340: dal quale sappiamo pure alcune particolarità della ricostruita basilica, poiché si accenna ai portici, alla fonte, agli intarsi, alle pitture. Un'altra epigrafe, trovata sul luogo di una città fondata dall'imperatore Adriano in Bitinia (Hadriani ad Olympum) parla di un giovane lettore o cantore di salmi che ora dorme protetto da Cristo ed è andato a richiedere il suo posto all'agape superna. L'epigrafe può appartenere al sec. III.
Questo materiale epigrafico ha tuttavia bisogno di essere ulteriormente indagato e meglio datato e interpretato. Occorrerà poi ben distinguere ciò che è pagano e ciò che è cristiano, poiché diverse espressioni epigrafiche possono prestarsi ad equivoci. Vi sono inoltre formulari (come quelli circa la violazione delle tombe) che si ripetono da un luogo all'altro. Attenzione meritano anche i simboli figurati sulle stele. Talune figurazioni si ripetono fin dai tempi delle più antiche civiltà locali.
Per quanto riguarda le reliquie monumentali, a prescindere da qualche piccolo ipogeo (es., la catacomba dei Sette Dormienti ed Efeso) e da qualche camera sepolcrale scavata nella roccia, i cimiteri dell'A. M. erano all'aperto cielo ed ivi si vedevano stele (come quelle montaniste ricordate) ed arule. L'epigrafe di Abercio è su di un cippo ad ara (βωμός). Vi si vedevano anche sarcofagi, ma si è assai all'oscuro intorno alla scultura del primitivo cristianesimo in queste regioni. Può supporre che avessero sviluppo i sarcofagi a nicchie e a colonne del tipo cosiddetto asiatico, ma di esso il più antico esemplare con soggetto cristiano è del principio del sec. v e non proviene dall'A. M.; è il frammento di Psamatia (Costantinopoli), ora nel museo di Berlino. Anche doveva esservi il tipo a figure molto rilevate su fondo neutro, come in un altro frammento (museo di Berlino) che si dice provenga da Sinope e che ha un gruppo assai movimentato e di non chiara interpretazione (ma l'origine asiatica del frammento, che è del sec. v, non è bene accertata). Sembra che la scultura ravennate del sec. v rifletta modi asiatici. Tutto ciò ha bisogno di studi ulteriori. Si deve tuttavia presumere che si sviluppasse per tempo in A. M. una ricca iconografia cristiana, se tanto importante appare la serie dell'Evangelario sinopense (sec. vi; frammentario, oggi nella bibl. Naz. di Parigi), strettamente imparentato col famoso Evangelario di Rossano (pure del sec. vi). Un grande impulso alla iconografia mariana dovette manifestarsi dopo il Concilio di Efeso (431), e noi pensiamo che il dittico eburneo berlinese con il Cristo fra Pietro e Paolo e la Madonna in trono fra gli Angeli possa essere una delle più antiche manifestazioni (forse 2ª metà del sec. v) di questa iconografia post-efesina. La Theotókos fra gli angeli ritorna in una icona sinatica e nella Madonna della Clemenza nella basilica di S. Maria in Trastevere in Roma. Ebbe quindi larga diffusione in Oriente e in Occidente. Molto più tardi le chiese rupestri di Cappadocia avranno una serie notevolissima di figurazioni pittoriche, le quali svolgeranno gran copia di temi iconografici desunti dai libri canonici e dagli apocrifi. Come abbiamo veduto dall'epigrafe del vescovo Eugenio, vi fu sviluppo assai per tempo anche nei sacri edifici. Ad Efeso, dove prevalevano gli influssi ellenistici e romani, si eressero importanti basiliche (v.). Una tradizione vetusta asseriva che ivi la Madonna avrebbe seguito s. Giovanni (e la tradizione doveva essere stata dettata dall'adozione voluta da Gesù quando per l'ultima volta dall'alto della croce parlò alla Vergine). A Korykos c'è un'altra basilica con mausoleo del sec. IV, elevato in onore di due martiri ignoti, e c'è anche una grande necropoli con sarcofagi in calcare, taluni dei quali sono a fossa nella roccia, o ricavati da un blocco di roccia in forma di arca. A Meriamlik (l'antica Seleucia) esistono le tracce del grandioso santuario di S. Tecla, attorno a cui si formò una vera cittadella. Ad Uzundia-Burdj (l'antica
Diocesarea) c'è l'utilizzazione del grande tempio di Giove avvenuta molto per tempo. Demolita la cella, si aggiunse un'abside al peribolo colonnato che si tramutò con riempimenti in un muro perimetrale.
C'è poi una serie grandissima di costruzioni sorte a pianta centrale con il solito corredo di coperture a cupola o ad imbotti. Interessante è il santuario di S. Nicola a Mira, che però è stato rimaneggiato anche in età relativamente recenti. C'è poi S. Clemente d'Ancira e soprattutto l'imponente chiesa di Dere-Ağzi, che ha pure a fianco due mausolei ottagoni. Queste strutture risentono molto dell'arte della prima età d'oro bizantina, pur avendo caratteristiche locali. Di edifici ottagonali parlano i Padri della Chiesa del sec. IV. Ma un tipo rimastoci è quello di Suwasa, forse del sec. v. Un centro di grande interesse per le molteplici costruzioni ecclesiastiche è Binbirkilisa in Licaonia: è una vera città cristiana i cui edifici, datati dallo Strzygowski al sec. IV o v, sono stati dal Ramsay restituiti ad epoche posteriori in base a testimonianze epigrafiche. Si può credere che il sec. v sia l'epoca più antica. Ancora nei secc. x-xi si costruiva secondo l'antico stile, ma con esecuzione più mediocre. Vi sono chiese a semplice pianta basilicale, chiese a croce, chiese con matronei, edifici ad ottagono, ecc., con largo impiego di volte a botte o di arcate trasversali (specie nelle navate minori per servire di controspinta alla volta girata sulla nave intermedia) e una certa preferenza per gli archi a ferro di cavallo. Le facciate dovevano talvolta avere due torri laterali ed un portale ad arco doppio ricadente su colonna centrale. Di grande interesse architettonico è la chiesa di Alahan-Monastir (Kogia-Kalessi) in Isauria. È una basilica con profondo presbiterio absidato, che ha nei lati i due pastofori. Le navatelle terminano ad abside all'altezza dell'arco trionfale. Colonne addossate a pilastri reggono gli arconi traversi della navata centrale. Le divisioni fra questa e le laterali sono a colonne e pilastri. Sulle navate stanno i matronei. La volta a botte intermedia si apriva in una cupola, ora caduta. Sulla fronte si apre una trifora. Costruzione di tipo più spaziale è S. Clemente d'Ancira. È una costruzione a larga croce con cupola centrale e coro profondo absidato ed affiancato da celle tricore coperte da cupole. Però questa basilica tradisce l'influenza delle strutture giustinianee di Costantinopoli. Essa è stata con ragione attribuita al VI-IX sec.
Indubbiamente l'A. M. è il massimo centro da cui s'irraggiò l'arte bizantina. Non bisogna dimenticare che i due costruttori di S. Sofia di Costantinopoli erano micrasiatici. Qui la rarità del legno da costruzione e l'abbondanza della pietra, costrinsero a cercare tutte le esperienze statiche e ad ovviare a tutti gli inconvenienti di una costruzione massiccia. Naturalmente più tardi l'arte bizantina giunta al suo fulgore rifluì nelle contrade asiatiche. Ma il problema s'imperna sulle origini di quest'arte. È stato rilevato che, se vi penetrarono antichissimi elementi orientali, assai più forte fu la volontà di rendere in strutture di tutta pietra le concezioni spaziali dell'età romana e non sembra doversi escludere nemmeno l'irraggiamento dell'arte grandiosa dell'Urbe. Quindi, modi orientali, modi ellenistici (locali e del non lontano centro antiocheno), modi romani dettero l'impulso a queste esperienze architettoniche, che si appalesano tanto variate e così suggestive. Certo gli architetti micrasiatici seppero dare una perfetta rispondenza fra gli esterni e gli interni ed una armonia che non si trova in altri luoghi. Ma oltre le costruzioni all'aperto cielo non sono da trascurare neanche le importanti chiese sotterranee, specialmente quelle di Cappadocia (Göreme, Soğanle, ecc.). - Vedi Tavv. XV-XVI.
Bibliografia24 opere
Carlo Cecchelli





