GEORGIA. - Dal 1936 una delle 16 Repubbliche federate costituenti l'U.R.S.S. Resasi indipendente nel 1918, fece parte, dopo il 1921, quale repubblica autonoma, della Federazione transcaucasica, poi soppressa.
I. GEOGRAFIA
Il paese, che si stende tutto sul pendio sud-occidentale del Caucaso, dal Mar Nero al MedioKura, è per lo più montuoso e di non facile transito; ha, in complesso, clima temperato e sano, precipitazioni abbondanti, buone possibilità agricole (cercali, tabacco, cotone, the, vite, alberi da frutta), cospicue risorse forestali (1/3 del territorio è rivestito di boschi), varie e notevoli ricchezze minerarie (rame, ferro, carbon fossile, e soprattutto manganese). Un posto a sé va dato alla regione rivierasca della bassa Mingrelia (ad O.), dal clima subtropicale umido, malsana, dove sono stati compiuti di recente grandi lavori di bonifica. Nella popolazione predominano i Georgiani (oltre i 2/3 del totale), di stirpe giapetica, che occuparono sempre un posto preminente fra le contigue stirpi caucasiche, elaborando una propria civiltà nazionale, caratterizzata anche da una florente letteratura. Le minoranze etniche più notevoli sono quelle degli Armeni (12 %), dei Tartari (6 %) e degli Osseti (4,5 %); i Russi superano di poco le 100 mila unità. I centri abitati sono numerosi (la popolazione urbana rappresenta il 29 % della totale); la capitale Tiflis (Tbilisi), è passata da 294 a 519 mila ab. fra il 1926 ed il 1939; Kutais (Kutais), da 48 a 81; Batum (Batumi), il principale porto petroliero dell'U.R.S.S. (vi mette capo l'oleodotto da Baku), da 48 a 71.
Nel 1936 la G. contava 69.300 kmq., con 3,2 milioni di ab.; dopo la guerra il suo territorio si è esteso a 74.300 kmq. e la sua popolazione è salita a 3,6 milioni di ab. (48 a kmq.) per la cessione, da parte della Repubblica socialista federata sovietica russa, di parte della regione autonoma del Karačai e della Repubblica autonoma della Kabardia Balkaria (ora detta solo Kabardia). Entro i confini della G. si trovano le due repubbliche autonome dell'Abkhasia (8696 kmq., 303.147 ab.; capitale Sukhum) e dell'Adjaristan (2797 kmq., 179.946 ab.; capitale Batum), ambedue lungo il Mar Nero, e la regione (Oblast) autonoma dell'Ossetia meridionale (3698 kmq., 111.501 ab.; capitale Stalinin), nel cuore del Caucuso.
II. STORIA
La G. (nome indig. Sacartvelo), limitata al nord dal Caucaso, ad ovest dal Mar Nero, al sud dall'Armenia, si avvicina ad est al Mar Caspio.Nella storia il paese è conosciuto sotto vari nomi: Saspiria, Iberia, Gurzan, Gurgistan, Grusia. Secondo le nuove ricerche i Georgiani sono imparentati con i popoli così detti Caucasici o Asianici: Sumeri, Pro-Hittiti, Hurriti, Mitanni, Subari e con la popolazione di Urartu. Codesta parentela si fonda in primo luogo su basi linguistiche.
Nel 65 a. C. in seguito alle vittorie di Pompeo Magno, tutta la G. accettò il protettorato di Roma e divenne così un avamposto dell'Impero nella lotta contro la Persia dei Sassanidi.
Sotto l'influsso romano il cristianesimo incominciò ben presto a penetrare nel paese. La conversione ufficiale dal paganesimo, che consisteva nel culto degli astri, del fuoco e degli alberi, alla fede di Cristo ebbe luogo verso il 337 sotto Costantino il Grande e sotto il re Mirian della G. orientale. Questo avvenimento è l'opera di una donna prigioniera chiamata dai Georgiani s. Nino. I primi missionari sono stati mandati dall'Imperatore bizantino. Dopo qualche esitazione tra la Chiesa armena e la siro-persica, la Chiesa di G. ricevette una nuova organizzazione gerarchica sotto il re Vachtang alla fine del sec. V. Alla testa della Chiesa fu posto un katholikós che doveva ricevere la sua ordinazione in Antiochia, uso però completamente scomparso nel sec. VIII. Già dal sec. v la Chiesa georgiana può essere considerata autocefala.
Nella G. occidentale o Colchide la penetrazione della nuova fede risale ai primi secolidi cristianesimo. Secondo una tradizione antichissima vi avrebbe pre
dicato s. Andrea apostolo. Al Concilio ecumenico di Nicea (325) figuravano due rappresentanti della Colchide: Damno di Trebisonda e Stratofilo di Bicvinta (Pityus dei Greci). Verso la fine del sec. V. tutta la G. occidentale era guadagnata alla fede cristiana, tranne l'Abchasia all'estremità orientale del Mar Nero e la Cianeti nella provincia di Trebisonda, convertite entrambe per opera di Giustiniano (sec. vi). Nel sec. VII vi erano già due centri ecclesiastici dipendenti dal patriarcato bizantino: l'eparchia di Fothi (antica Phasis) con 4 suffragane ed un arci-vescovato autonomo di Sebastopoli in Abchasia (Dioscuria-Sochumi). Con la liberazione della Colchide-Abchasia dalla dipendenza politica di Bisanzio sotto Leone II (746-91), re di Abchasia, anche la sua Chiesa si univa a quella autonoma di G. nei sec. IX-X.
Alla fine del sec. IV la G. orientale cadde sotto la dominazione dei Sassanidi che invano cercarono di propagarsi il culto del fuoco. Il cristianesimo aveva avuto un tale sviluppo che all'inizio del sec. VI la sola G. orientale contava una trentina di vescovi ordinari.
Le lotte cristologiche non potevano non avere ripercussioni in G. La più grande diffusione fu raggiunta dall'eresia monofisita, CAMPELLO, ENRICO (v.) di Zenone. Sotto l'influsso siro-armeno la Chiesa georgiana accettò la formula dell'Enotico, ma se ne liberò completamente all'inizio del sec. VII grazie all'energico katholikós Kyrion.
I primi rappresentanti conosciuti del monache-simo in G. furono i cosiddetti tredici Padri di Siria, arrivati in Iberia verso la metà del sec. VI. I più celebri tra loro sono Giovanni Sedasneli, Seio Mgvini, David Garegeli, Abibos Nekresseli, Iesse Tzilkneli, Anton Martmqofeli, tutti fondatori di grandi monasteri od illustri vescovi, missionari e martiri. Verso il 650 la G. orientale fu occupata dagli Arabi che vi rimasero fino al sec. IX. Questa è l'epoca della diffusione dello stato monastico in tutta la G. Dalla G. orientale o Iberia con capitale Mzcheta e poi Tiflis (Tbilisi) dal sec. VI, il monachesimo penetrò nella G. occidentale, soprattutto in Tao-Klargeti nel bacino di Ciorokhi, dove, sotto la direzione dell'ar-chimandrita Gregor Khanzeli, sorsero nel sec. VIII e XII molti monasteri, centri di cultura e di pietà cristiana. Ancora più antichi sono i monasteri georgiani creati all'estero.
In Palestina esistevano monaci o monasteri georgiani già dal sec. V come in Mar Saba, nei conventi creati da Pietro l'Ibero (m. nel 488). Nel sec. VI l'imperatore Giustiniano i rinnovò un monastero degli Iberi in Gerusalemme ed un altro dei Lazi nel deserto di quella città. Più tardi nelle mani dei Georgiani si trovarono ca. 20 conventi edificati a Gerusalemme e nei suoi dintorni come quello della S. Croce, di S. Salvatore dei Francescani, e S. Giacomo degli Armeni. Nel Monte Sinai s'incontrano monaci georgiani già dal sec. VI-VII. Ivi essi possedevano tre conventi: Maqvolvani, Giovanni Evangelista e S. Giorgio. Ai Georgiani apparteneva un monastero in Cipro: Jalia. Nella provincia di Antiochia in Siria c'erano ca. 10 conventi iberici: S. Simeone in Columna, S. Romano, S. Procopio, Della Fonte, S. Barlam, Vale di Canna, S. Esdra, Calliopius, Castana e 3 sul Monte Olimpo in Bitinia: Crania, Caverna, SS. Cosma e Damiano; due grandi conventi sul Monte Athos: S. Giov. Battista (edificato nel 978) ed Iviron (980) con una decina di Metochi; uno infine Costantinopoli. In questa città si trovano ancor oggi due monasteri georgiani fondati nel 1861 e 1871. Nella penisola balcanica, presso Filippopoli, il Gran Domestico dell'Impero bizantino, Gregorio Bacuriano, fondò il celebre monastero Petrizonissa (sec. XI) oggi Backovo. Ulti-
mamente fu creata anche a Roma una casa per i Padri georgiani di Istanbul.
Sotto la regina Thamar (1184-1213) la G. raggiunse il suo apogeo politico-culturale ed il secc. XII è da considerarsi come l'epoca aurea nella storia del regno georgiano, i cui confini si estendevano dal Mar Nero al Mar Caspio e dal Caucaso sino a Trebisonda.
Nel sec. XIII la G. soccombette all'assalto dei Mongoli, che divisero il paese in due regni: G. orientale e G. occidentale. Nel '300 venne il terribile Timur che devastò tutta la regione. La decadenza generale causata dalle invasioni mongole fu per un momento arginata dal re Giorgio V lo Splendido (1318-46) che unificò il paese. Le chiese distrutte da Timur furono ricostruite da re Alessandro I (1412-42) che continuò l'opera di Giorgio V. Ma l'occupazione di Costantinopoli (1453) e di Trebisonda da parte degli Ottomani portò alla rottura di tutti i rapporti fra la G. e l'Occidente. Da questo tempo il paese, smembrato in 3 regni e parecchi principati feudali, tutti autonomi, divenne campo di battaglia tra i Turchi e i Persiani. I secc. XVI e XVII devono essere considerati come i più tristi nella storia della G. Il re aveva perduta ogni autorità. I signori feudali, padroni del paese, sfruttavano la popolazione senza pietà. In quest'epoca apparve il didi mourav (grande amministratore) Giorgio Saakadse, che tentò di abbattere il feudalesimo, mettendo fine alla scissione interna e concentrando tutto il potere politico-militare nelle mani del re. Il re Luarsab II non lo capì e lo abbandonò alla vendetta dei suoi nemici. L'astuto Šah-Abas, re di Persia, approfittando di questa divisione interna, invase il paese, vi massacrò quasi 100.000 Georgiani e ne deportò altri 100.000 in Persia. Lo šha fece poi uccidere lo stesso re Luarsab II (m. nel 1622) e la regina di Kacheti-Kethvana (m. nel 1624). Sotto il re Vakhtang VI (1703-24) e sopratutto con l'avvento al trono di Theimura II (1733-62) e di suo figlio Irachy II (1762-98) la G. vide giorni migliori. I signori feudali furono indeboliti, le prerogative del re accresciute ed Irachy II fu riconosciuto come capo supremo di tutti i capi politici rimasti autonomi nel paese (concessione del 1790). Le difficoltà interne ed esterne indussero Irachy II, dopo aver invano cercato aiuto in Occidente, a stipulare nel 1783 un trattato di amicizia e di protezione con l'imperatrice di Russia, Caterina II. In virtù di questo trattato la Russia assumeva il protettorato sulla G., lasciava libera l'amministrazione internale del Regno e riconosceva alla Chiesa georgiana la sua piena indipendenza. Ma dopo la morte del re georgiano Giorgio XII (m. nel 1800), lo zar Alesandro I violò cinicamente il detto trattato e proclamò l'annessione della G. alla Russia (1801). La Chiesa di G. fu privata della sua autocefalia, sottomessa al Sinodo russo e il suo capo, il katholikós Antonio II fu deportato in Russia nel 1811. Il popolo georgiano ha avuto molto da soffrire sotto la dominazione russa: confisca dei beni della Chiesa, occupazione delle chiese e dei monasteri, soppressione dell'insegnamento della lingua georgiana nelle scuole ed abolizione della liturgia in lingua georgiana nelle chiese, distruzione e spoliazione delle opere d'arte nazionali. Crollato l'Impero russo nel 1917, la G. restaurò la sua prima indipendenza il 26 maggio 1918. Disgraziatamente il potere passò nelle mani del partito socialista-mencsevico che, incurante ed ignaro degli interessi nazionali, non cercò che di attuare l'ideologia marxista a danno del popolo e della religione cristiana. Nel 1921 la G. fu di nuovo aggredita dalla Russia bolscevica con l'aiuto del partito bolscevico georgiano. Il paese, occupato dai bolscevici, venne incorporato all'Unione sovietica, come Repubblica autonoma di Transcaucasia. Anche la Chiesa autonoma di G. si liberò dal giogo del Sinodo russo e si dichiarò indipendente (1917) sotto la direzione suprema del katholikós «patriarca di tutta la G.».
Le relazioni della G. con la Chiesa romana sono antichissime. Già il katholikós Kyrion I (inizio sec. VII) si rivolgeva a s. Gregorio Magno e gli domandava consigli sul modo di trattare con gli eretici. Nella sua polemica contro i monofisiti armeni Kyrion si appoggiava sui «Romani» la cui fede era per lui suprema lex. Nel sec. IX un altro georgiano, s. Ilarione, visitava Roma, dove si fermava 2 anni per onorare la Confessione di s. Pietro ed i «santi Pontefici» ivi sepolti. La G., che non partecipò al conflitto iconoclastico, si tenne pure lontana dalle discussioni dei tempi di Fazio e di Michele Cerulario. Anzi, nel 1065, s. Giorgio, abate del monastero georgiano Ivrion sul Monte Athos, difese solennemente la Chiesa romana e la sua fede inalterata, in presenza dell'Imperatore bizantino Costantino Duca e del suo clero. Sembra che negli a. 1205-10 i monaci georgiani dell'Athos si siano conformati ai Latini anche nel celebrare la liturgia «in azymis». Dal sec. XIII le relazioni divengono più frequenti. Onorio III (1216-27) invita il re Giorgio (1212-23) a prender parte alla liberazione dei Luoghi Santi. Gregorio IX (1227-41) manda alla regina Russiand (1223-47) dei frati minori e la prega di riceverli bene «in remissionem peccatorum». Frattanto arrivano i Mongoli e mettono tutto a fuoco e fiamme. Russiand invoca l'aiuto del Papa promettendogli in ricambio l'unione con la Chiesa romana. Nella sua lettera del 1240 il Pontefice loda la buona disposizione della Regina e l'esorta a riconoscere la Chiesa romana come «princeps et magistra» di tutte le Chiese. Questa lettera di Gregorio IX è il primo documento che supponga la separazione della Chiesa georgiana dalla romana. Qui comincia l'opera dei missionari in G. Prima vengono i Frati Minori, seguiti dai Domenicani (sec. XIII). La missione cattolica vi fece tali progressi che nel 1328 Giovanni XXII (1316-34) trasferì la sede episcopale di Smirna a Tiflis capitale della G. e con decreto del 1329 nomina vescovo di Tiflis il domenicano Giovanni di Firenze. Nel 1349 gli succedeva Bertrando Colletti ed a questo Bertrano Pagessi nel 1356.
Altri vescovi latini da noi conosciuti sono: Enrico Ratz O. F. M., Leonardo di Villac O. P. (1391), Gio- vanni di S. Michele O. P. (1425), Alessandro O. P. (1450), Enrico Woust O. F. M. (1462), Giov. Ymink O. S. A. (1469), Alberto Engel sotto Alessandro VI, Giov. Schneider (1507).
Al Concilio di Firenze presero parte anche due georgiani, un metropolita ed un laico. Essi però non sottoscrisero il decreto di Unione. L'arrivo dei missionari non cessò neanche nel sec. XVI. Agostiniani, Carmelitani, Gesuiti ed altri Ordini cercavano di portar aiuto spirituale e morale al povero paese devastato dai Turchi e dai Persiani. Andando incontro al desiderio dei Georgiani, Urbano VIII affidò nel 1628 la missione in G. ai Teatini, che vi rimasero fino al 1700. Il merito di questi padri verso la G. è immenso. Sotto il loro influsso la G. rifiorì nella sua vita religiosa e culturale. La fondazione del Collegio Urbano a Roma è dovuta in parte alla prosperità della missione in G. Dopo i Teatini
la Propaganda Fide vi mandò i Cappuccini. La loro missione, che fu fruttuosissima, durò dal 1661 al 1845. In quest'anno i Cappuccini furono espulsi dai Russi, ormai padroni del Caucaso. La cura dei cattolici georgiani fu messa nelle mani del clero indigeno, di cui la maggior parte apparteneva alla Congregazione georgiana dei Servi dell'Immacolata Concezione di Istanbul.
Il numero dei georgiani cattolici ammontava, avanti la prima guerra mondiale, a 40.000, mentre la popolazione intera della G. sovietica conta ca. 3.000.000. Sotto il regime zarista la G. cattolica dipendeva da un vescovo cattolico residente in Russia. Dopo la prima guerra mondiale la S. Sede vi mandò un delegato apostolico, ma questo non rimase che poco tempo a Tiflis e andò a stabilirsi in Persia.
III. LETTERATURA
La letteratura georgiana continua con l'introduzione del cristianesimo. Il suo più antico documento è un'iscrizione sulla chiesa di Bolnissi della fine del sec. V. In base alle proprietà grafiche, stilistiche e linguistiche di queste iscrizioni, si deve ammettere che l'uso dell'alfabeto georgiano è stato introdotto alcuni secoli a. C. Anche il suo contenuto teologico attesta un notevole sviluppo della lingua letteraria e del parlare ecclesiastico.In quanto alla classificazione morfologica dei testi georgiani, si distinguono tre forme: khan-meti (kh prefisso fonetico superfluo meti), hae-meti (h prefisso fonetico superfluo) e normale, nella quale non si riscontrano più le due prime. I più antichi testi appartengono alla lingua khan-meti, che va dal suo inizio fino al sec. VII. I testi hae-meti vengono assegnati al sec. VIII. Dal sec. IX in poi si usa la terza forma.
Riguardo al contenuto, la letteratura iberica è fino al sec. XI esclusivamente ecclesiastica. Nel sec. XI comincia a svilupparsi anche quella di carattere laico. È degno di essere rilevato che fra tutti i popoli cristiani dell'Oriente medievale solo i Georgiani hanno una letteratura profana.
Secondo l'ordine cronologico la letteratura ecclesiastica offre il quadro seguente. Dal sec. v al sec. VII vengono datate parecchie iscrizioni epigrafiche della chiesa di Bolnissi, della Croce di Mzketha, di Zkissia ecc. Alla stessa età appartengono molti testi khan-meti di contenuto biblico, patristico, liturgico, apocrifo. Al sec. v risale il martirio di S. Susanik, scritto dal "Prete Giovanni". La vita della stessa Santa tramandata in una recensione armena non è che un rimaneggiamento tendenzioso del testo georgiano.
Al sec. VI appartiene il martirio di S. Eustazio di Mzkhetha, arabo convertito (edito in: Sitzungsberichte der preuss. Akademie der Wissenschaften, 1901, p. 875). Sono anche dei secc. VI-VII le prediche attribuite a Giovanni Bolnissi (ed. di M. Gianasvili, Tiflis 1911; M. Tarchisvili, Zvei Lektionar-fragmente, in Kyrios, 6 [1942], pp. 16-19). Del katholikos Kyriom I ci sono pervenuti alcuni scritti conservati nel libro delle lettere armeno (Epistolario).
A titolo d'informazione ricordiamo Evagrio Ponico di origine georgiana, secondo il parere di Sozomeno, e la vita di Pietro Ibero conservata pure in una versione iberica (Ed. di N. Marr, in Pracosl. Palestin. Sbornik, 16 [1896, 11], pp. 1-119).
Al sec. VIII risalgono inoltre il martirio dei "Fanciulli di Cola" (ed. N. Marr, in Texti i raskianija o armeno-gruz. filologi, 5 [1903], p. 55), quello di S. Abo di Tiflis (ed. Texte und Unters., nuova serie, 13, IV), Lipsia 1905) e molto probabilmente anche l'opera storica di Leonti Mroveli, che contiene una Vita dei Re e la Conversione di Karthil (Georgia). Il nucleo della Conversione deve esser attribuito al diacono Grigol, che viveva prima del sec. VII. La fiorente leggenda attorno a S. Nino o Nina ci è pervenuta in diverse recensioni.
I secc. IX e XII costituiscono l'età aurea della letteratura georgiana che abbraccia tutti i rami della scienza ecclesiastica sia nella traduzione dal siriaco, armeno, greco, arabo, che nella manifestazione del proprio pensiero. Nella letteratura originale il primo posto occupa l'Innografia ecclesiastica conservata in un manoscritto dell'a. 978-88 il cui autore è Michel Modrekili, monaco del monastero di Oski nella G. sud-occidentale. In questa raccolta vengono citati come innografi georgiani Giovanni di Tibethi, Esra, un altro Giovanni Khurdania, Filippo, Stefano Sananadse, David di Tibethi ed altri. Nel sec. X fiorirono inoltre gli innografi Giovanni Minchki, un certo Filippo e Giovanni Zosima sul Monte Sinai. Del secolo seguente sono invece la vita di S. Gregorio di Khanztha dal monaco Giorgio Marciul (ed. di
N. Marr, in Textii rasiskan. po armeno-gruzinsk. filolog.
6 [1911]), il martirio di s. Gobroni del vescovo Stefan di Tibetchi e forse anche la vita dei 13 Padri siri, attribuita al katholikós Arsenio II od Arsenio I, mentre il martirio di Abibos Nekresseli sarebbe dei secc. VI e VII. Al sec. IX sembra risalire il martirio del re Arcil (688-718).
I più grandi rappresentanti dell'età aurea che coincide con l'influsso bizantino in G. sono i seguenti autori: 1. Eutimio Agiorita, abate dell'Ivron sul Monte Athos (1006-28) figlio del principe-mo-naco Giovanni che con l'aiuto del principe-mo-naco Thornike Eristhavi, vincitore di Bardas Skleros, fondò quel convento, chiamato Portaitissa, vale a dire «Madonna della Porta». S. Eutimio tradusse dal greco, compreso e rimaneggiò lui stesso 80 scritti, di contenuto svariatissimo mentre tradusse dal georgiano in greco la ben nota «Saggezza di Balavar». Per il suo brillante e classico stile s. Eutimio è l'orsa l'autore più celebre e più gustato del medioevo georgiano. 2. S. Giorgio Agiorita, anche lui abate dell'Ivron (m. nel 1065), il quale scrisse la vita di s. Eutimio e del padre di lui Giovanni, e tradusse dal greco o [sottopose ad una nuova revisione molti libri del Nuovo Testamento, di diritto canonico, di liturgia, di dogmatica, di agiografia. 3. Efrem Mzire, nel 1027, m. prima del 1103, monaco di conventi georgiani sul Monte Mirabile e sul Monte Negro presso Antiochia. La sua attività letteraria è di una prodigiosa varietà e universalità, si distingue per la tecnica scientifica della versione filosofica, per l'uso degli scoli e dei lessici. Egli tradusse in georgiano fra l'al-tro xepákaa φιλοσοφικά e ένδοσις πίστεως di Giovanni Damasceno, Dionigi Areopagita con scoli e la «Storia Lausiaca» di Palladio.
Se questi tre monaci lavoravano all'estero, nell'Impero bizantino, anche in G. si creavano nuovi centri di cultura: scuole superiori di filosofia e di teologia, cosiddette università o accademie, come quelle d'Igaltho in Kacheti (G. orientale) e di Ghe-lati vicino a Cutaïs (G. occidentale). Quest'ultima è stata fondata dal re David il Rinnovatore, che vi convocò uomini dotti del paese. Tra questi si trovano Arsen Iqaltoeli e Giovanni Petritzi con Teo-filo ieromonaco, Giovanni Tariscide, Giovanni Kac-tholikós di Carthli, ecc.
1. Arsen Iqaltoeli, «il lume di tutte le Chiese era nativo di Iqaltho e fiorì nei secc. XI-XII. Arsen sembra aver seguito i corsi universitari di Michele Pselio a Costantinopoli. Di qui egli passò in Siria, dove si fece discepolo di Efrem Mzire. Dietro l'invito del re David il Rinnovatore, Arsen si recò in G. e si dedicò ai lavori scientifici prima a Ghelati, poi nel celebre convento di Scio-Mgvime ed alla fine a Iqaltho. Arsen è noto soprattutto per il suo Dogmaticon, grande opera di compila-zione. Questa raccolta contiene nella sua forma attuale a) 32 scritti di carattere polemico: 6 contro i nestoriani, 6 contro i monofisiti, 3 contro gli Armeni, 6 contro i giudei, 9 contro i musulmani, 2 contro gli origini; b) 16 trattati dogmatico-filosofici; c) 5 opere di contenuto morale.
2. Giovanni Petritzi, probabilmente anche lui disce-polo di Efrem Mzire. Petritzi era monaco del monastero georgiano di Petrizonissa in Bulgaria (donde il nome). Egli studiò a Costantinopoli sotto la direzione di Michele Pselio e, di ritorno in G., si stabilì a Ghelati, dove sviluppò una fecondissima attività scientifica e letteraria abbracciando con il suo genio universale il vasto dominio di tutte le scienze dell'epoca: filosofia, teologia, liturgia, agiografia, poesia, grammatica, retorica, musica, astronomia. Ma quello che rese Petritzi più celebre fu la sua attività filosofica, che gli suscitò anche persecuzioni dalla parte dei Greci e dei Georgiani. Egli tradusse e commentò la Στοιχεία της Θεολογική, Elementa o Liber de causis di Proclio, Τα πολιτικά, Περί επηρυμένας di Aristotele (perduti tutti e due) e Περὶ φύσεως ἀνθρώπου di Nemesio di Emesa in Fenicia. In base a queste traduzioni si deve ammettere che Petritzi aveva una vasta conoscenza degli scrittori e filosofi greci. Ecco perché N. Marr poteva scrivere: «Nei secc. X e XI i Georgiani s'interessavano, nel campo filosofico, delle stesse questioni, delle quali s'occupavano i primi ingegni dell'umanità dei loro tempi tanto in Oriente che in Occidente, ma con la differenza dagli altri (ad es., dagli Occidentali) che i Georgiani di quell'epoca emettevano prima degli altri la loro opinione sulle questioni correnti di filosofia contemporanea, possedevano, in una maniera esemplare per quei tempi, il senso della critica testuale e lavoravano direttamente sui testi greci» (N. Marr, Iovann Petritzi, gruzinski neoplatonik XI-XII bika, in Zapiski vasto otdel. archeol. Obecet, 19 [1909], p. 113). Petritzi considera la filosofia greca come ancilla Theologiae e cerca per mezzo di essa (filosofia intuitiva, teoria) di provare l'esistenza dell'«Uno» (Dio) e della Trinità; di superare il dualismo manichèo e l'epicureismo della sua epoca (cf. Iovann Petritzi opera, I. Procli Diadochi Στοιχεία της Θεολογική verso iberica, Tiflis 1940. Ed. da S. Kaucch-schischvili. Il II. contiene il commento a Proclo già edito dallo stesso autore (v. anche E. R. Dodds, Proclus the Elements of Theology, Oxford 1933). Il gran protet-tore di Petritzi, David il Rinnovatore, si rese celebre anche come poeta e teologo con i suoi «Salmi penitenziali», che rammentavano quelli del re David.
Creazioni dell'età aurea sono pure molti scritti storici: Cronaca di Giunacer forse già dal sec. IX, Storia dei Bagraditi di Sumbat (sec. XI), Storia di Abchasethi (sec. X-XI), opere storiche dei regni gio-riosi di Giorgio II, di David, di Giorgio III (m. nel 1184), della regina Thamar. Nelle traduzioni georgiane si sono conservate molte opere apocrife, agio-grafiche, liturgiche e patristiche, che non esistono più nell'originale. Ad es., G. N. Bonwetsch pubblicò (in Texte und Unters., 23 II, Lipsia 1902), scritti di Ippolito Romano conservati in georgiano. Opere agiografiche vengono edite da P. Peeters in Ana-lecta Bollandiana dal 1911 in poi (v. inoltre K. Ke-kelidse, Monumenta hagiographica georgiana, I, Tiflis 1938; II, Tiflis 1946).
Giovanni Petritzi non ebbe continuatori. Dopo 3 secoli di occupazione mongolica, il paese si riebbe dal-la sua decadenza soltanto a poco a poco sotto l'influsso iniziale della cultura persiana e dei missionari latini.
In questo periodo di rinascimento nazionale che va dal sec. XVI al XIX debbono essere notati: Stefano Pac-lino, che con l'aiuto di un monaco georgiano, Nicéforo Erbachi, fece stampare il primo libro georgiano: Disio-nario georgiano-italiano (Roma 1629), il teatino M. Mag-gio con il suo libro: Svitagmata linguarum orientalium quae in G. religionibus audiuntur (Roma 1670) e P. Ca-stelli (m. nel 1695) anche lui teatino, pittore di alto va-lore. Tra i più noti storiografi e da segnalarsi il re Vakh-tang VI (m. nel 1737). Egli fece redigere una raccolta degli annali georgiani conosciuti sotto il nome di Carthlis-Zchovreba (vita della G.); la cronaca di Vakhtang fu continuata dal suo figlio Vakhust dal 1469 al 1744. Vakh-tang VI promulgò inoltre un codice delle leggi georgiane.
Del diritto ecclesiastico dei primi tempi non è pervenuto che un piccolo resto: i canoni del Con-cilio di Ruiss-Urbinsis del 1103, uno statuto canonico del 1263, le decisioni dei katholikói Malachia di Carthli ed Evdomos di Abkhasethi (sec. XVI) incor-porate nel codice di Vakhtang, una disposizione di Grigol Samthavneli per la sua eparchia (1549).
Il principe Sulkan Orbeliani fatto monaco e chia-mato Saba (m. nel 1725) fu un gran collaboratore del re Vakhtang. Saba si fece più tardi cattolico e intraprese
un viaggio diplomatico alla corte del Papa e di Luigi XIV di Francia. Egli compose un catechismo per i cattolici georgiani e una concordanza biblica, compilò un lessico di alto pregio, e scrisse il suo Viaggio in Europa.
Il più grande genio di questa epoca è però il katholikós Antonio I (1720-88), figlio de re Jesse. Anche lui si fece cattolico: deposto in seguito a ciò ed esiliato in Russia, dove si giustificò dall’accusa di eresia, egli ricuperò la sua sede per opera del re Irakly II e spiegò un’attività straordinaria nella Chiesa e nello Stato. Sotto l’influenza dei missionari cattolici egli organizzò le scuole e tutta l’istruzione pubblica del paese ed insegnò con tal successo che il sec. XVIII è stato chiamato il secolo di Antonio.
Tra i suoi numerosissimi scritti, che si riferiscono a quasi tutti i rami delle scienze ecclesiastiche e profane, sono da segnalare i seguenti: adattamento georgiano della filosofia di Fr. Baumeister, parecchi altri scritti filosofici, un manuale di retorica, un trattato di teologia in 4 voll., un martirologio, la grande opera metrica Tzogbol-Sitgaoba in 400 versi giambici, e una raccolta di biografie degli eroi nazionali. Il katholikós lasciò anche un’opera mistica sull’autorità reale ed un’altra polemico-dogmatica: Mzameleuleba.
Dopo la perdita dell’indipendenza nel 1801 i più insigni scrittori della G., ormai aperta all’influenza occidentale, cercano di mantenere sveglio il sentimento nazionale.
Secondo le notizie pervenute, la G. dispone oggi di quasi 400 scuole elementari con 510.000 allievi, di 22 scuole superiori e di ca. 100 musei ed istituti per le ricerche scientifiche. Il centro culturale è Tiflis con un’università statale (fondata nel 1918) che ha 10 facoltà e 4000 studenti, una accademia delle Scienze ed altri istituti, un archivio con ca. 10.000 manoscritti e diverse riviste come il Moambe (bollettino) dell’Università, del Museo georgiano e della Storia, Ricerche storiche, ecc.
IV. LITURGIA
In G. la liturgia si celebrava sul principio nella lingua dei missionari venuti dalla Grecia, ma ben presto si cominciò a sostituire al greco l’uso della lingua volgare. Già nel sec. v s. Saba (m. nel 532) permetteva ai suoi monaci della G. di recitare l’ufficio nella loro lingua; la Messa però doveva essere celebrata nella lingua comune. Tutto il servizio divino era in georgiano, almeno verso la fine del sec. VI; poi nei sec. VIII-IX questo uso passò dalla G. orientale (Iberia degli antichi) in quella occidentale, dove fino ad allora dominava il greco.
Le più antiche versioni georgiane dei testi liturgici dimostrano con evidenza che già dall’inizio si seguiva l’uso liturgico della Chiesa di Gerusalemme. Infatti due frammenti di lezionari

Giorgia - Chiesa di Ertazmida (secc. xil-xili).
dei sec. v e VIII, pubblicati da Tarchnivili, ed il Canonario di Gerusalemme dei sec. VII-VIII, edito da Kekelidze, contemporanei di T. VIII-IX, costituì la figura della Chiesa di Gerusalemme, dove viene anche la più antica Messa georgiana. La liturgia di s. Giacomo è conservata in molti manoscritti, di cui il più remoto risale al sec. X: due sono al Monte Sinai, uno a Graz, uno alla Biblioteca Vaticana ed altri in G.
L’ufficio divino di Gerusalemme rimase in uso in G. sino al sec. X. Durante i sec. X-XI s. Eutimio
e S. Giorgio del Monte Athos tradussero in georgiano il Sinassario di S. Sofia di Costantinopoli che a poco a poco eliminò quello di Gerusalemme. Nel sec. XII fu tradotto il “Typikon” di s. Saba di cui si servivano i monaci di S. Simeone Stilita presso Antiochia. Questo Typikon, già conosciuto ed usato nei monasteri georgiani di Tao-Klar-geit nel sec. IX, fu con quello di Monte Athos rimase in uso sino al sec. XVII, quando i katholikói Bessarione e Antonio I (sec. XVIII) lo ritoccarono in base al testo slavo. Le letture scritturali, l’ordine delle pericopi e quello dei Salmi seguivano lo sviluppo storico del Sinassario e dei Typikon.
L’Euchologion georgiano si divide in Kondaki, che contiene i testi liturgici propriamente detti (fornolario di Messa), e Kurtheevani (Benedizionale).
I. Il Kondaki racchiude la Zamis-Zirva (Messa) di Giacomo, di S. Basilio, di S. Giovanni Crisostomo, di S. Pietro e la Missa praesanctificatorum. La prima versione del testo esistente della liturgia di S. Giacomo risale ai sec. VII-VIII, quello della Messa di s. Basilio e di S. Giovanni Crisostomo al sec. VIII. Molto probabilmente al sec. IX risale la prima traduzione della Liturgia di S. Pietro, la quale, per il suo stile arcaico, sembra antica quanto quella di s. Giacomo. La Missa praesanctificatorum è stata conservata in molti manoscritti in G. ed all’estero (Biblioteca Vaticana, Graz, Monte Sinai). La più antica è probabilmente quella di Graz, senza indicazione dell’autore, mentre il testo del Monte Sinai viene attribuito a s. Basilio. Nei testi più recenti appare pure il nome di s. Gregorio.
La liturgia di s. Giacomo fu in uso in G. fino al sec. X-XI. In questa epoca fu introdotta la Messa di Basilio e di S. Giovanni Crisostomo tradotta nuovamente da S. Giorgio Aghiorita. La revisione del patriarca Filoteo di Costantinopoli (sec. XIV) penetrò in G. nel sec. XVII. Le rubriche del testo georgiano furono ri-vedute in base al testo slavo dal katholikós Antonio I nel sec. XVIII.
2. Il Kurchevanì viene dalla Palestina. Nei secc. x-xi s. Eutimio e s. Giorgio di Iviron tradussero quello di s. Sofia, accolto in G. Nel sec. xviii Cipriano Samtavneli ne fece una nuova versione dal greco. Altri libri liturgici sono: Chmani (Ἡγιον) che contiene i primi quattro toni della domenica e dei giorni feriali e Gervdhi (lati) che comprende i quattro altri toni (Ἡγος πλαγιος). L'Octoechos e il Paraclition furono tradotti in georgiano da s. Eutimio e s. Giorgio. Marchvani (Tricolon) e Zatikni (Pentecostarion), tradotti da s. Eutimio e s. Giorgio, erano detti in antico Chvedrni ed il loro testo è stato conservato in un manoscritto del sec. ix, pur essendo il testo anteriore a questo secolo. Tveni (Mineon), terrestre introdotto nel sec. xi al Monte Athos. Anticamente si chiamava Zatiki e comprendeva tutto l'ufficio festivo dell'anno. Un altro nome di Tveni è Ladgari (Memoriale) già noto nei secc. viii-IX. Zanni (Orologion) ed il Typikon che contiene le regole liturgiche. Prettamente georgiano è il Gulani, che conteneva tutti i testi usati nel servizio divino durante l'anno liturgico.
Al calendario della Chiesa universale sono aggiunte feste nazionali con canti ed inni composti dai Padri della Chiesa georgiana, quali Michele Modrekili (sec. x), Sozima, Ezra, G. Petrizzi, katholikós Nicola, G. Sciavelli, Giovanni Anceli (sec. x-xii), katholikós Arseni, Sabo, Nicola (sec. xii-xvi) ed altri con il katholikós Antonio 1.
Il canto georgiano, almeno dal sec. xii, era a tre voci e differiva dal canto greco. Secondo Balsamone i Georgiani non usavano lo Zeon nella Messa eucaristica. Il suo uso non deve essere stato introdotto che più tardi, dato che i manoscritti liturgici del medioevo non lo conoscono.
La prima edizione a stampa del Kondaki fu fatta nel 1716 e quella dell'Euchologion, non ritoccato secondo il testo slavo, nel 1713.
Bnl.: Ed. Kurtz, Das Typikon des hl. Sabbas, in Bvz. Zeitschr., 3 (1894), p. 169; K. Kekelidze, Liturgieskie gruzinskie pamjatniki, Tiflis 1908; id., Drevne gruzinskij Archieratikon, 1912; id., Jerusalemskij Kanonar 7 veka, 1912; P. Ingvorova, L'antica poesia ecclesiastica georgiana (in georg.), 1913; H. Goussen, Über georgische Drucke, Fest- und Heiligen Kalender..., München-Schwabach 1923; Gr. Peradse, Les monuments liturgiques prévzan-tins en langue géorgienne, in Le Muséon, 45 (1932), pp. 255-272; id., Ein Dokument aus der mittelalterlichen Liturgiegeschichte Georgiens, in Kyrios, 1 (1936), pp. 74-79; H. W. Codrington, The Liturgy of St Peter, Münster 1936; M. Tarchnivili, Die georgische Übersetzung der Liturgie des hl. F. Chrysostomus, in Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, 14 (1938), pp. 79-94; id., Zwei georgische Lektionarfragmente aus den 5. und 8. Jahrhundert, in Kyrios, 6 (1942), pp. 1-28; id., Eine neue georgische Jakobolitsurgie, in Ephemerides Liturgicae, 62 (1948) pp. 49-82.
V. Versione della Bibbia
La G., ossia Iberia nel Caucaso, fu guadagnata alla fede e ritratta da s. Nino o Nina ai tempi di Costantino il Grande. I primi missionari vennero dalla «Grecia» all'inizio il servizio divino si celebrava in lingua greca; ma ben presto si cominciò a sostituire al greco il georgiano, ciò che esigeva la traduzione dei testi sacri in lingua iberica.La prima traduzione della S. Scrittura va datata dal sec. v: alla madre del re Vachtang (sec. v) fu tradotto il Vangelo. All'inizio del sec. vi nel monastero di S. Saba in Palestina i georgiani cantavano l'ufficio in georgiano.
Della versione georgiana si distinguono tre recensioni: Channeti (prefisso superfluo meti «ch»), Sabac-minduri (del convento di S. Saba), ed Antonio (del Monte Athos). I più antichi sono i testi channeti.
Secondo alcuni studiosi la prima versione dei Vangeli è derivata dal siriaco per via dell'armeno. Di questa traduzione sono pervenuti a noi brani considerativi che risalgono al sec. vi e un Tetraevangelion conservato in un manoscritto di Adisci dell'897. A questa prima versione seguì nel corso del sec. vi-vii una nuova revisione dei Vangeli in base al testo greco che eliminò dall'uso l'antica versione. I testi di questa versione chiamata anche prea-tonita sono stati conservati in molti manoscritti, p. es., di Opisa (913), di Gruči (936), di Parchali (973), di Ibeti (995). Alla stessa versione appartengono anche gli scritti degli Apostoli (manoscritto del 977) e gli Atti degli Apostoli (manoscritto del 974) conservati al Monte Sina.
Nel corso dei sec. x-xi il Nuovo Testamento fu sottoposto ad un'ulteriore revisione da s. Eutimio (m. nel 1028) e da s. Giorgio (m. nel 1065) del convento georgiano Iviron di Monte Athos. Questa versione antonita, che si basa sul testo greco, divenne più tardi il textus receptus della Chiesa georgiana. Della versione Sabacminduri non si sa niente.
La versione del Vecchio Testamento risale, almeno in parte, ai sec. v-vi e si avvicina assai alla versione armena. Si conoscono tre versioni dei Salmi, tutte anteriori al sec. X. Gli altri libri si sono conservati anch'essi in parecchie versioni. Il più celebre è il cod. n. 1 d' Iviron nel 978.
La versione antica è molto importante per la critica testuale del Nuovo Testamento. Secondo Blake questa versione è un eccellente rappresentante della recensione di Cesarea. Baumstark al contrario la considera come strettamente imparentata con il Diatessaron di Taziano, e ritiene che per il Vecchio Testamento si avvicini alla recensione greca di Luciano, ma anche all'esplare.
Quanto al canone, non si trovano nella versione georgiana i libri dei Macabei, che furono tradotti dallo slavo nel sec. xviii. La prima traduzione dell'Apocalisse di S. Giovanni è stata curata da s. Eutimio del Monte Athos negli anni 976-978.
Edizioni a stampa: Vl. Beneševič pubblicò Marco e Matteo a Pietroburgo 1909-11 (ms. Ibeti-Opisa), Blake Marco e Matteo in PO, 20 (1928), e 24 (1933); ms. Adisci. La prima edizione dei Salmi è stata curata dal re Arčil a Mosca (1705) e quella dei Vangeli dal re Vachtang a Tiflis (1709). L'intero Vecchio Testamento fu stampato per la prima volta dal principe Vachuš a Mosca (1742-43). Questa edizione fu riprodotta a Tiflis (1884) e Kekelidze pubblicò secondo quattro versioni il testo dell'Ecclesiaste (Commentaria in Ecclesiaste Metrophanis metropolitae Smyrnenis, Tiflis 1920).
Bnl.: K. Kekelidze, Storia della letteratura georgiana, I, Tiflis 1923, pp. 31-33, 443-62; R. P. Blake, The Caesarean Text of the Gospel of Mark, in Harvard Theol. Rev., 21 (1928), pp. 286-305; Catalogue des manuscrits géorgiens de la Bibliothèque de la lauré d'Iviron au Mont Athos, in Revue de l'Orient chrétien, 3° serie, 8 (1931-32), pp. 301-304; S. Lyonnet, in M.-J. Lagrange, Critique textuelle, II, Parigi 1935, pp. 375-78, 383-86; C. Peters, Das Diatessaron Tatians, in Orientalia Christiana Anal., 123 (1939), pp. 83-88; N. Marr, Opisanie gruszniskich rukopisei siuiaiskogo monastiria, Mosca 1940, p. 107; M. Tarchnivili, Zveci georgische Lektionar-Fragmente aus dem 5. und 8. Jahrhundert, in Kyrios, 6 (1942), pp. 12-14.
VI. Arte
Le ultime ricerche sull'arte sacra della G. hanno posto in sempre più chiaro rilievo la sua importanza per la storia dell'arte cristiana dell'Oriente antico e medievale. Tali ricerche hanno infatti dimostrato come le origini dell'arte, ed in primo luogo dell'architettura georgiana, risalgano a tempi remotissimi ed alle opere dei popoli dell'Asia Minore e della Mesopotamia, di cui anche i Georgiani sono eredi.Nell'arte georgiana si distinguono in genere due periodi: il primo va dal sec. iv al sec. ix, il secondo dal sec. ix al sec. xviii.
Il primo periodo è caratterizzato dallo sviluppo di particolari forme architettoniche che si riflettono sulla pianta, sul modo di costruire e sulla distribuzione degli spazi interni dell'edificio e delle masse al suo esterno. Nel secondo periodo vengono sviluppate e armonizzate le forme antiche, per accrescere il senso di monumentalità dell'edificio mentre si arricchisce anche la sua decorazione, che a poco a poco si rende libera ed indipendente dal monumento. In molti punti l'architettura georgiana rammenta quella romanica del medioevo occidentale.
La G. offre vari tipi di edifici sacri: a pianta basilicale, rotonda, quadrata, ottagonale, cd altri ove appare una combinazione della forma basilicale con la pianta a cupola centrale. Così s'incontrano chiese che hanno una sola abside ed una sola navata, ed altre che hanno fino a sei absidi e quattro navate; s'incontrano pure edifici che contengono due o tre chiese sovrapposte. La pianta delle chiese a cupola è generalmente a croce greca ma spesso il braccio che guarda l'oriente supera per lunghezza l'altro. La cupola s'innalza su quattro pilastri o direttamente sui muri. In genere nelle chiese georgiane del medioevo s'incontra una cupola conica impostata su di un tamburo poligonale, con finestre strette e piccole colonnine. Spesso la facciata è ornata di una croce in rilievo con decorazioni ad intrecci.
Si elencano ora alcune chiese che risalgono ai vari periodi della vita cristiana in G.:
Sec. IV: Necressi, basilica in Cartli.
Sec. V: Segani, chiesa a cupola; Alt-Sciua-Mta, basilica in Cacheti; Urta, basilica a tre navate in Tao-Klargeti, secondo E. Takaisvili con la più antica iscrizione georgiana non ancora decifrata: Bolnissi, basilica in Cartli, del 493.
Sec. V-VI: Zkarostavi, basilica a tre navate in Tao-Klargeti.
Sec. VI: Scio-Mgvime, Mzchetis-Guari, chiesa a cupola in Cartli; Nino-Zmida, chiesa a cupola in Cacheti; Biciunta, chiesa a cupola in Abchaseti.
Sec. VI-VII: Guari di Mzcheta; Gavasi, chiesa a cupola in Cacheti.
Sec. VII: Samzverissi; Zromi, chiesa a cupola in Cartli; Kissis-Chevi e Davitiani, chiesa a cupola; S. Giorgio e Necressi, basiliche a tre chiese in Cacheti; Is e Suchbeci in Tao-Klargeti; Ancis-Chati in Tiflis; Martvili in Mingrella (G. occidentale).
Sec. VIII-IX: Ateni, chiesa a cupola in Cartli; Gurgiani, chiesa a due cupole; Necressi e Vač'na-zianti, chiesa a cupola in Cacheti; Bana, chiesa rotonda, a cupola costruita negli a. 888-923, in Tao-Klargeti, secondo il viaggiatore tedesco Koch la più bella chiesa dell'Oriente dopo S. Sofia di Costantinopoli; Opisa, chiesa a cupola in Klargeti (sec. IX).
Sec. X-XV: Mzcheta (sec. X-XI), Manglissi (sec. XI), Sion di Tiflis, Samtavro di Mzcheta, Zilcani al nord di Mzcheta (sec. XII), Samtavissi (1050), Metechi di Tiflis (sec. XIII), Ikorta (1172) Pitoreti e Tzugrugasceni (sec. XIV), Urbnissi, Ruissi (sec. XV), Achtala (sec. XI-XII), Ertazmida (sec. XII-XIII), Samšvilde (893-960), Asciuriani (sec. XI), in Cartli. In Cacheti si trovano: Alaverdi e Kveteri (sec. X), Bociorno (sec. XI), Bodbe, Sameba presso Kazbeg nel Caucaso. Nella G. occidentale si sono conservate: Seda-Sakari (sec. X), Ghelati (sec. XI), Kutaisi (1003), Ilori con il suo tesoro di oggetti sacri, Kazchi, Niczormida e Savane (sec. XI), Drandi (sec. IX-X). Mocvi e Bedia (sec. X). Samzche e Tao-Klargeti offrono: Zarzma (sec. XI), Kumurdo (969), Varzia (sec. XII), Tbeti (918), Dadasceni (sec. IX-X), Otchta-Eklesia (sec. IX-X), basilica; Parchali (sec. IX-X) basilica; Oski (sec. X), Chachuli (sec. X), Išchani (sec. IX e XI), Ekeki (1009), Safara (sec. XIII-XIV), Tutte queste chiese sono a cupola centrale. L'antica tradizione architettonica fu interrotta con l'annessione del paese alla Russia (inizio sec. XIX). In questo tempo cominciò a prevalere l'influsso dell'arte occidentale.
Gran valore viene attribuito agli affreschi georgiani. Bellissimi quelli di Ubissi (sec. XIII), che rivelano fra i loro autori notevoli individualità artistiche tra cui quelle d

Georgia - Chiesa di Tzugrugasceni (sec. xiv).
el pittore Damiano. I più antichi affreschi risalgono al sec. X: Bedia, Oski, Ateni, Chachuli, Scio-Mgvime, Saorbissi, Pavnissi, Ikvi in Cartli; del sec. XII abbiamo Kinzivi, Achtala, Varzia, Betania presso Tiflis, Timotes-Ubani in Cartli, Savane; mentre ai sec. XIII e XIV vengono datate le pitture murali dei monasteri in Osseti, Zalingicha in Mingrella, Lichne in Abchaseti, Zarzma, Safara, Ciuli in Giavacheti, Nabacheti in Cartli. Più numerosi sono gli affreschi di epoche successive.
Forse ancora più importanti sono i musei, ad es., quelli di Zromi (sec. VII-XIII). Nell'abside di questa chiesa è rappresentata la Traditio legis: Cristo appare tra gli apostoli Pietro e Paolo, ha la mano destra elevata e tiene nella sinistra un rotolo aperto, con un testo evangelico in lingua georgiana. I musei di Ghelati invece vengono attribuiti ad un maestro greco. Meritano inoltre d'esser rilevate le miniature georgiane che non sono ancora studiate bene. Esse sono contenute in molti manoscritti biblici e patristici, di cui i più antichi risalgono al sec. IX. Le loro rappresentazioni sono di grande finezza e varietà e testimoniano un'eccellente conoscenza della tecnica da parte degli artisti.
Notevole interesse presenta anche l'oreficeria sacra che annovera numerosi lavori in oro e argento. Celebre sono le grandi croci di legno rivestite di lamine d'argento dorate a motivi figurati con interi cicli rappresentanti scene bibliche e feste cristiane. Tali croci, spesso di un'altezza di 4 metri, s'innalzavano davanti al santuario e servivano ai fedeli da vero catechismo liturgico.
Fra questi lavori d'oro e d'argento devono esser menzionate molte icone: così quella di Cristo Sal
vatore in Svaneti (sec. XII); di Simeone Stilita in Mestia (Svaneti) anteriore al sec. XII; della Madonna di Chachuli molto venerata nel sec. XII; di S. Giorgio in Alaverdi, adornata dal re Costantino III nel sec. X; della Trasfigurazione in Zarzma, adornata nell'a. 886, che è la più antica icona datata della G.; le icone di Martvili, di Chofi in Mingrella. La più celebre icona pitturata è però quella di Gvti-Spri (volto di Dio) che si venerava nella chiesa episcopale di Ancia in Klargeti già nel sec. VIII-IX, ora a Tiflis nella chiesa di Anci-Chati. Secondo la tradizione questa si trovava in Edessa nel sec. VI. Portata più tardi a Costantinopoli, venne trasportata, durante la lotta iconoclasta, in G. Si ricordano inoltre la Madonna di Portaittissa (sec. X) del convento georgiano del Monte Athos, la cui copia si venerava in Russia sotto il nome di «Iverskaja».
La G. è anche molto ricca di intagli in legno talvolta dal lavoro finissimo; così le porte delle chiese in Svaneti, di Mgvime, di Rconi, di Monasteri, di Savane, di Ikvi. Merita d'esser ricordato anche il particolare tipo di iconostasi (georgiano hankeli) che si vede nelle chiese georgiane e che non ha eguali in tutto l'Oriente. L'iconostasi era talvolta un monolite adorno di figure scolpite di grande bellezza. Si sono conservate, almeno in parte, le iconostasi di Ateni (sec. VIII-IX), di Agara in Imereti, di Safara, di Bobisgheri in Tao, di Ofara in Svaneti (sec. XI).
Nelle antiche chiese georgiane il santuario si trovava ad un livello più elevato di quello della navata e l'altare, generalmente un monolite quadrangolare, era addossato al muro dell'abside principale.
Notevole è l'influsso che l'arte georgiana ha esercitato sui popoli venuti a suo contatto. L'irradiazione dell'arte caucasica si è infatti estesa sull'Armenia ed anche in Russia.