GEOGRAFIA. - È in generale la scienza che studia le diverse parti della superficie terrestre.
I. DEFINIZIONE, CONCETTO E METODI
La etimologia delle parole γδ, (terra) e γραφείν (descrivere), secondo le quali i Greci avrebbero designata questa scienza come descrizione della superficie terrestre, non risponde perfettamente all'attuale concetto scientifico della g. che cerca invece cause ed effetti di fenomeni sulla superficie terrestre. Mentre, come organismo scientifico, la g. si è costituita solo alla fine del sec. XIX, considerata quale scienza della terra, essa rappresenta uno dei più antichi rami del sapere, perché risale ad opera di filosofi ionici ai secc. VII e VI a. C., allorché doveva teoricamente determinare la forma e le dimensioni della terra, e ai secc. I e II a. e d. C., allorché con scopi pratici mirava ad illustrare le diverse parti della terra e a stabilirne un disegno descrittivo (Polibio, sec. II a. C., Strabone, sec. I d. C., Claudio Tolomeo, sec. II d. C.).La g., che per metodi e fini si è distinta fra le altre discipline relative alla terra e che ha dovuto restringere il campo ad essa riservato con sistema unico e sintetico, e che più volte ha mutato i limiti del suo campo, può essere definita la scienza che studia la distribuzione regionale e il coordinamento spaziale dei fatti fisici e antropici manifestanti sulla superficie terrestre e negli spazi marini, considerati nelle loro cause, nei loro effetti e nei rapporti d'interdipendenza e connessione, e delineanti in particolare tipici aspetti del paesaggio.
Si è detto sistema unico e sintetico perché con il metodo proprio della g. vengono coordinati i risultati di
quelle altre discipline che, pur non avendo carattere geografico, sono considerate utili per i loro punti di contatto, le loro relazioni, i campi di ricerca comuni.
Compito della g. non è tanto quello di coordinare sistematicamente fatti e fenomeni che si manifestano sulla superficie terrestre, quanto quello di localizzare dette manifestazioni in relazione alla loro estensione, cioè allo spazio da essi occupato, e alla correlazione con tutti gli elementi costitutivi del paesaggio e dell'ambiente. Paesaggio e ambiente che oggettivamente descritti risultano dalla combinazione di elementi naturali e artificiali, dal terreno così come la natura lo presenta per un dato periodo di tempo e in un certo spazio, e con tutte le trasformazioni apportatevi dall'uomo.
Tenuto conto dell'aspetto sempre mutevole della superficie terrestre, la g., come descrizione scientifica di questa, fa riferimento all'attuale periodo geologico e tiene quindi conto soltanto delle variazioni che la parte corticale può aver subito nei tempi storici.
L'indagine geografica può essere effettuata essenzialmente giovandosi di vari metodi di ricerca: principio di estensione, cioè ricerca dell'area nella quale un fenomeno si estende sulla superficie terrestre; il principio di coordinazione, per il quale «lo studio geografico di un fenomeno suppone la preoccupazione costante di fenomeni analoghi che possono manifestarsi in altri punti del globo» (E. De Martonne) e conseguentemente crea per la g. la tendenza a classificare scientificamente i fatti che studia; il principio di causalità, ricerca delle cause che determinarono la estensione e la distribuzione di un fenomeno sulla superficie terrestre per cui la considerazione storica dei fatti costituisce proprio un carattere originale della moderna scienza geografica; il principio di correlazione, secondo il quale le varie parti della superficie terrestre vanno considerate in continue e costanti relazioni tra loro, come se appartenenti ad un unico corpo organico.
La g. è così scienza sintetica perché i risultati acquisiti da altre discipline, che pur non hanno carattere geografico, vengono dalla stessa coordinate con metodi che, per i principi sopradescritti assicurano a questa scienza una individualità spiccata rispetto alle altre.
II. LA SUPERFICE TERRESTRE
Con l'osservazione diretta è accessibile soltanto uno spessore molto limitato della crosta terrestre o meglio involucro roccioso che forma la parte esteriore solida della terra. Il significato quindi di superficie terrestre non va inteso nel senso letterale o geometrico, bensì in quello di spessore esistente e accessibile alla esperienza e all'ardire dell'uomo, oltre che alla vita organica. La differenza tra le massime altitudini e le massime profondità è poca cosa in confronto al raggio medio del geoide (km. 6371). Ciononostante, costituendo questo spessore solido, superficiale, tra le cui conche sono le acque oceaniche, il campo delle investigazioni della g., le forme verticali e quelle orizzontali sono elemento fondamentale del nostro studio. Forme che soggiacciono entrambe ad una variabilità che generalmente non appare perché, durante un'epoca storica, frazione infinitesima di un'era geologica, non avvengono mutamenti essenziali o almeno questi sfuggono all'uomo «brevemente vivo». E se la indagine dei processi di trasformazione interessa il geologo per la interpretazione dei fenomeni del passato e per la storia della evoluzione del globo, essa interessa altresì il geografo perché proprio dalle azioni e dalle energie endogene ed esogene risultano le forme attuali della superficie terrestre. La descrizione esteriore delle forme non appaga però se non è completata dalla indagine sulle vicende fisiche attraverso le quali si riconosce che la superficie terrestre è in perenne divenire.Circa la ripartizione orizzontale della crosta terrestre si distinguono generalmente i massicci continentali dai
bacini oceanici. Costituiscono i primi le zone più stabili della terra per essere state sottoposte per lunghi periodi geologici soltanto a moti generali e uniformi di sollevamento. I secondi sono aree coperte dalle acque, dal rilievo molto più semplice di quello subaereo e si ritengono forse tali anche per la incompletezza delle nostre conoscenze sulla batimetria marina. Le basseterre emerse, e quelle che si trovano fra l'orlo dei massicci continentali e i bacini oceanici, costituiscono le piattaforme continentali, mentre sono dette geosinclinali le zone della crosta terrestre dotate di particolare mobilità verticale e orizzontale che modificano la giacitura originaria dei depositi, portati ad emergere sollevando ad altitudini considerevoli i grandi corrugamenti della litosfera; caratteristiche sono l'equilibrio instabile, le forti anomalie di gravità e l'alta sismicità. I massicci continentali sarebbero costituiti da rocce nel complesso più leggere di quelle che costituiscono i bacini oceanici le quali sono, peraltro, più plastiche delle prime. In base alle misure di gravità, la geofisica ammette che la crosta terrestre galleggi, in uno stato di equilibrio, sopra un substrato fluido molto denso. Equilibrio isostatico (Sial in equilibrio idrostatico secolare sul Sima) per il quale, secondo il principio di Archimede, il peso del corpo che si immerge è uguale al peso del liquido spostato. Di qui la teoria di A. Wegener (1880-1930) sulla deriva dei continenti: i massicci continentali, un tempo riuniti tra loro in un solo blocco (Pangea), circondati da un unico oceano (Pantalassica), durante il Giurassico avrebbero subito delle fratture e conseguentemente delle scissioni in più parti, gradatamente scostatesi dalla posizione primitiva. Oltre agli argomenti geologici e paleontologici che proverebbero detta teoria, resta sorprendente la concordanza dei continenti contrapposti ma soprattutto il parallelismo delle sponde atlantiche. Omologie geografiche, cioè similitudini di forme, già riscontrate da Francesco Bacone (m. nel 1626) nel Novum Organum, ove egli accenna alle «similitudines physicae in configurazione mundi», poi da R. Forster che noto come i continenti si rastremano e terminano a punta verso S., poi da L. Agassiz e da O. Peschel, da A. Penck e da Olinto Marinelli.
Le terre emerse si possono valutare a 140 milioni di kmq, mentre i mari occupano 361 milioni, per un totale di 310 milioni ca., corrispondente all'intera superficie terrestre, secondo i calcoli dei geodeti. Fatto geografico importante è quello per cui nella distribuzione attuale delle terre e delle acque manca una qualsiasi disposizione regolare, le terre e i mari quindi sono inegualmente ripartiti (si nota una specie di contrapposizione fra continenti ed oceani, i primi raggruppati nell'emisfero boreale, i secondi nell'australe) e la singolare disposizione antipodica per cui agli antipodi di un continente si trova di regola un bacino oceanico e viceversa.
III. LE CARTE GEOGRAFICHE
La scienza geografica è scienza di osservazione, però l'oggetto è tale da non poter essere studiato o direttamente o ricorrendo ad un mezzo che riproduca quello che è peculiare oggetto di studio. Arte completamente autonoma nella sua organizzazione scientifica e tecnica, la cartografia mira a rappresentare sopra un piano tutta o parte della superficie terrestre, creando non solo espressioni grafiche ideali, ma vere e proprie espressioni metriche, dalle quali dedurre la maggior parte delle misure del territorio oggetto della rappresentazione. Espressione simbolica dei fenomeni così come localizzati e distribuiti sulla superficie terrestre, essa si avvale dell'aiuto che geodesia, topografia, matematica, statistica ed altre scienze possono darle.La carta geografica è, secondo G. Caraci, «la rappresentazione in piano di tutta o d'una parte della superficie terrestre, rappresentazione ottenuta per mezzo di punti, linee e simboli, che siano legati gli uni agli altri, e tutti insieme relativamente all'area rappresentata, da rapporti di postura, direzione e
distanza determinanti in modo quanto più possibile esatto ».
Le carte, strumento e fonte non solo della ricerca ma anche della descrizione, sono indispensabili per qualunque studio geografico e senza di esse non sarebbe possibile ordinare i fatti acquisiti. Immagini piane, rimpicciolite e approssimate della superficie terrestre, la loro costruzione implica la soluzione di un problema geometrico che cerca di riprodurre, con la minima deformazione, costruzioni geometriche ideate dai matematici con vari procedimenti e dette proiezioni geografiche. Il reticolato delle coordinate, fondamento del disegno, assegna ad ogni punto della superficie terrestre un corrispondente punto sulla carta. Per le alterazioni che la realtà porta, la proiezione sarà quindi conforme (isogonica o ortomorfica) se i meridiani e i paralleli vengono ad essere tagliati perpendicolarmente come sulla sfera, conservando uguali gli angoli, conservando una « forma » uguale a quella sulla sfera, presentando però l'inconveniente di non poter mantenere la stessa scala in ogni angolo della carta. La proiezione sarà equivalente allorché le aree della carta saranno proporzionali alla corrispondente area effettiva, subendo, le singole figure rappresentate, notevoli deformazioni, particolarmente verso la parte periferica della carta. Sarà proiezione equidistante se lungo certe linee la carta conserva le lunghezze, proporzionali alle distanze reali. Non potendosi costruire carte che riuniscano le tre condizioni suddette, sono stati studiati i mezzi per costruire, con proiezioni, convenzionali sistemi per i quali è possibile la coesistenza approssimata di due delle condizioni esposte. Si distinguono così le proiezioni che si fanno direttamente sul piano, da quelle ottenute invece per mezzo di una superficie ausiliaria (cilindro, cono); proiezioni azimutali (orizzontali) le prime, proiezioni di sviluppo (coniche e cilindriche) le seconde.
La proiezione si sceglie tenendo conto non solo del contenuto e dello scopo della carta ma anche, e prima di tutto, dell'ampiezza della regione da rappresentare e della sua posizione rispetto alle coordinate geografiche. A seconda della scala di proporzione, cioè al rapporto fra le lunghezze grafiche e quelle naturali, le carte sono topografiche, corografiche e geografiche. A seconda della natura dei fenomeni che esse rappresentano le carte sono fisiche, orografiche, idrografiche, politiche, etnografiche, demografiche, economiche, zoo e fitogeografiche, geologiche, ecc.
Rivestono particolare importanza le carte che mirano ad illustrare la distribuzione nel mondo dei seguaci delle varie religioni, come pure gli atlanti che a questo scopo sono stati costruiti.
Problema importante della tecnica cartografica è quello della ideazione e l'uso dei segni grafici e di quei colori più appropriati per rappresentare con efficacia e chiarezza la realtà della superficie terrestre: tratteggio, ombreggiatura, curve di livello (isopise) non esistono sul terreno, come pure note sono le difficoltà da superare per trovare quei segni convenzionali che nel più piccolo spazio possano dare immediata idea del fenomeno.
Il procedimento cromoplastico d'altronde è legato all'abitudine invalsa di dare la immagine complessiva del terreno con determinate tinte superficiali che sono il bleu per il mare, i laghi e i fiumi, il verde per le basseterre, il marrone per i rilievi.
La rappresentabilità è diversa a seconda che si tratti di oggetti o fenomeni isolati, oppure aventi diffusione in superficie, di rappresentazioni a carattere quantitativo o qualitativo, variabili nel tempo, descriventi fenomeni in movimento, ecc... A seconda che si tratti di oggetti puntiformi, di carattere lineare o estesi in superficie, variano i metodi di rappresentazione. In quella quantitativa dei fatti con estensione superficiale si fa spesso riferimento alle curve isometriche o isaritmiche, linee passanti per i punti della superficie terrestre in cui la intensità di un dato fenomeno è la stessa. Quando queste non sono applicabili, altri metodi di largo uso sono i cartogrammi a mosaico (ogni divisione riceve un colore o un tratteggio corrispondente al valore medio della intensità che il fenomeno in oggetto raggiunge in essa regione) e il sistema dei
punti (in numero proporzionale a quello che misura la grandezza assoluta del fenomeno da rappresentare). Tutte le carte sono evidentemente approssimate; le cause principali della loro imperfezione sono dovute alle deformazioni originate nella proiezione dalle inesattezze dovute al graficismo, dalle deficienze nel rilevamento e dalla insufficienza di dati. Per i rilievi in zone vaste e poco accessibili ha avuto crescente sviluppo negli ultimi anni l'aerofotogrammetria. Pur avendo così valore di rappresentazione sintetica di un gran numero di dati di fatto, la carta non può essere considerata come risultato finale della ricerca scientifica.
IV. LA G. NEL SUO SVILUPPO STORICO. - I. Nei tempi antichi. - L'etimologia stessa della parola dimostra che questa scienza nacque presso i Greci, ove peraltro essa voleva dapprima significare la rappresentazione della terra mediante una carta. Più tardi si usò per indicare una descrizione non solo su una carta, ma anche con parole, di tutto il mondo allora conosciuto, mentre la descrizione di una regione limitata si disse corografia, termine tuttora in uso.
Tracce di primitivi stadi di conoscenze appaiono nell'Iliade e nell'Odissea (II millennio a. C.), mentre i meriti delle prime esplorazioni del bacino mediterraneo spettano ai Gretesi (sec. XV a. C.) ed ai loro eredi: i Micenci ed i Fenici. L'espansione greca nei paesi mediterranei (secc. VII-VI a. C.) allargò in seguito maggiormente l'orizzonte conosciuto con risultati che per quel tempo possono venir considerati grandiosi.
Fu Anassimandro di Mileto, discepolo di Talete, che delineò la prima carta del mondo e coordinò le vedute intorno alla terra. Egli creò l'immagine dell'ecumene (terra abitata) nell'isola circondata da ogni parte dall'Oceano, dal quale era emersa per riduzione dell'acqua in seguito ad assorbimento dei raggi solari. Sul finire del sec. VI la carta di Anassimandro venne perfezionata da Ecateo, che accompagnò l'opera con un commento il quale descrive un territorio più vasto di quelli precedentemente studiati, per le conoscenze che nel frattempo si erano avute di altre regioni: Sciti ed Etiopi, Celti ed Indi furono infatti i popoli posti da Ecateo ai limiti estremi dell'ecumene. Mentre Anassimandro considerò oggetto fondamentale della g. l'esecuzione di carte, Ecateo cominciò a considerare la g. con intento scientifico ed insieme pratico, come descrizione cioè di paesi e di genti. Erodoto (485-430 a. C.) fu più corografo che geografò, più esatto descrittore di particolari paesi, che elaboratore di sintesi generali, mentre Aristotele (seconda metà del sec. IV) fu dominato da tendenze esageratamente generali e speculative, spesso in disaccordo con la vera realtà dei fatti osservati. Pur tuttavia egli additò nuove luminose vie nel campo astronomico e cosmologico, avente a base la sfericità della terra.
La concezione della terra come disco piano (di Anassimandro, di Ecateo e dei loro successori) cadde nel corso del sec. V con la scuola di Pitagora, che giunse a quella della sfericità. Parmenide (513-440 a. C.) gettò le prime basi della climatologia ed il matematico Eudossio (o Eudossio) tentò di misurare le dimensioni del globo terrestre.
L'orizzonte del mondo si andava frattanto ancora ampliando: il Golfo di Guinea e le attuali Canarie erano già state toccate alla metà del sec. V; le coste della Gallia, della Frisia e le Isole Britanniche, nella seconda metà del sec. IV. Annone e Pitea furono i navigatori più famosi di quei tempi. L'insospettata estensione dell'Asia venne poi rivelata da Alessandro Magno, che si spinse dall'Asia Minore all'Egitto e al deserto libico, attraversò l'Impero persiano, giunse al gigantesco baluardo montuoso dell'Asia centrale, al Turkestan, all'India. Diceraco di Messina, intorno al 300 a. C., delineò una nuova carta di tutta l'ecumene, avente a base di riferimento il famoso diaphragma, che può in sostanza esser ridotto ad un parallelo centrale condotto da O. ad E., sussidiato da altri secondari. Eratostene di Cirene (ca. 284-203 a. C.) scrisse il primo vero e proprio trattato di g., contenente già gli elementi di g. matematica e fisica generale, di g. descrittiva regionale con riferimenti antropici, elementi basati su osservazioni e notizie di fatto ed esposti con acuto discernimento scientifico. L'indirizzo eratostenico attrasse nel campo di indagine della g. lo studio di tutti i fenomeni

(fot. Biblioteca Vaticana)
Mentre lo spirito greco fu più proclive alla pura indagine scientifica, quello romano ebbe fini più pratici. Le conquiste romane fra la seconda metà del sec. II a. C. ed i primi secoli d. C. procurarono sicure conoscenze sulla Gallia, la Germania, parte dell'Iberia, la Britannia, ecc. L'Africa e l'Asia furono percorse dai legionari romani e l'estensione dell'ecumene per opera loro si venne così allargando. Nell'età di Augusto ed immediatamente dopo, vennero elaborate nuove concezioni di sintesi geografica. Per volere di Augusto fu fissato il riordinamento amministrativo dell'Impero (comprendente opere itinerarie, catastali, descrizioni ufficiali delle province, ecc.), che favorì l'elaborazione di opere geografiche. Agrippa intanto, grande collaboratore di Augusto, fece incidere in un portico di Roma una carta di tutto il mondo conosciuto, e dell'Impero romano in particolare. Strabone, Pomponio Mela e Plinio il Vecchio scrissero negli anni seguenti poderose opere geografiche e posero fra l'altro a fine supremo della scienza geografica le relazioni tra le caratteristiche naturali di ogni paese e le condizioni etniche, sociali e culturali dei singoli popoli. Dal punto di vista descrittivo, e come sintesi generale delle conoscenze acquisite alla fine dell'età augustea, la g. di Strabone è veramente completa, anche se il suo indirizzo è più limitato, descrittivo e pratico di quello greco eratostenico.
Al principio del sec. II d. C. si trova Marino di Tiro, di cui soltanto attraverso Tolomeo si conosce l'opera principale: una nuova carta del mondo. Tolomeo fu invece innanzitutto un astronomo, che consolidò il sistema cosmico geocentrico e divulgò il valore della misura della circonferenza terrestre (180.000 stadi), già accolto da Posidonio, misura corrispondente ad un globo terrestre molto più piccolo della realtà.
Riassumendo, si può dire che, mentre la g. greca si espresse soprattutto nella forma grafica (carte), nell'età romana prevalse la forma espositiva. A fondamento di entrambi gli indirizzi si può comunque mettere la elaborazione dei dati di osservazione e di esperienze.
2. Nel medioevo e nel Rinascimento
La scienza geografica subì nel medioevo un'ampia interruzione per il fatto che, spezzatasi l'unità dello Stato romano, le relazioni fra popoli e popoli furono molto più limitate e le nuove conoscenze non ebbero modo di diffondersi. La cultura, quasi del tutto in mano alla Chiesa, fu improntata anche nel campo geografico ad un simbolismo a volte lontano dalla realtà: le mappae mundi circolari, p. es., avevano spesso come centro Gerusalemme. Le descrizioni sono in questo periodo aride, spesso ridotte a puri elenchi di paesi, popoli e città. S. Isidoro di Siviglia (336), s. Beda Venerabile (733?), Rabano Mauro (sec. IX) scrissero opere geografiche di non eccessivo valore. Al contrario, presso gli Arabi fiorì una ricca letteratura geografica, prevalentemente descrittiva, rimasta però quasi del tutto sconosciuta agli occidentali, i quali conobbero soltanto l'opera astronomica di Tolomeo. Il periodo scolastico si basò appunto sui principi fisici di Aristotele e sul sistema cosmico di Tolomeo quando furono ripresi gli studi sul globo terracqueo. Gervasio di Tilbury (principio del sec. XIII), Alessandro Neckam (1157-1217), Alberto Magno (1206-80), Vincenzo di Beauvais (ca. metà del sec. XIII), Ruggero Bacone (1214-94) e Ristoro d'Arezzo, tutti indistintamente si basarono sulle dottrine aristotelico-tolemaiche, armonizzanti con i principi della teologia cristiana. L'osservazione nel campo geografico ancora non esiste e le conoscenze nuove portate alla scienza geografica per opera di Giovanni di Pian del Carpine, Rubruk, Oderico da Pordenone e Marco Polo furono oggetto di incredulità.Un rinnovamento può trovarsi al principio del sec. XIV nel campo cartografico: carte nautiche, regionali, nuovi mappamondi circolari fanno la loro comparsa, mentre la g. descrittiva rimane invariata fino al sec. XV. In questo periodo Enea Silvio Piccolomini, che fu poi papa Pio II (1458), compilò un'opera geografica (Historia rerum ubique gestarum locorumque descriptio), uno dei tanti esempi in cui si incontra l'uso, allora corrente, del nome di cosmografia. Tra la metà del sec. XV e la metà del XVI Bartolomeo Diaz, Vasco de Gama, Cristoforo Colombo e Fernando Magellano portarono con le loro imprese una rivoluzione nel mondo della g.: la sfericità della terra venne universalmente riconosciuta, il globo apparve enormemente più vasto di quanto si potesse sospettare, l'estensione delle aree oceaniche si rivelò impensata. Lo studio e l'interesse per la natura si riaccesero e nell'Umanesimo le obliate opere di Strabone e di Tolomeo rividero la luce; la cartografia tornò in auge e nomi quali Leonardo da Vinci, Fineo, Gastaldi, Apiano e Mercatore diedero vita durante il sec. XVI ad un gran numero di sistemi per rappresentare l'intero globo.
La resurrezione della g. descrittiva avvenne con Seba-
stiano Münster (1544). Con la fine del 1500 si sgretola il sistema aristotelico e la stessa fine subisce quello cosmico di Tolomeo con Keplero, Copernico e Galileo, che pongono le basi del nuovo sistema eliocentrico. La g. appare allora come una scienza ben precisata, con fini e metodi propri, particolarmente in un'opera di Varenio (1650): essa fu la prima dell'età moderna, i fenomeni geografici essendovi nettamente suddivisi in fenomeni celesti, terrestri ed umani, ripartizione rimasta fino ai nostri giorni.
3. Dal sec. XVII ai tempi moderni. - La g. matematica fu avviata a nuovi indirizzi ed il Sanson, il Cassini, il Delisle ed il d'Anville tennero alta per la Francia la cartografia con i nuovi planisferi e le carte d'Europa e di Africa. Nel sec. XVII ha inizio, ad opera di N. Stenone, fondatore della stratigrafia, la geologia. Nel sec. XVIII invece la g. diviene una disciplina ausiliare delle nuove scienze economiche, sociali e statistiche e perde il carattere di scienza di osservazione, restando in parte priva finanche del suo contenuto. Con il sec. XIX la scienza geografica è ancora una volta in primo piano, con la ripresa delle esplorazioni geografiche di Cook, Niebuhr, Pallas e Bruce.
Alessandro Humboldt fu il primo vero e grande viaggiatore-geografo, che si occupò di morfologia terrestre, climatologia, g. botanica e politica. Le sue «indagini comparative dei fenomeni» costituirono da allora in poi la base della g. Suo contemporaneo fu quel Carlo Ritter,
studioso metodico, che diede grande importanza alla g. nell'insegnamento. Ma la g. fisica, massimamente approfondita dall'Humboldt, assurse a grande importanza dopo il 1870, periodo in cui si vede il sorgere di infinite società geografiche. Le esplorazioni scientifiche proseguivano intanto con il Nansen (1893), il Peary (1909), il Ross (1842), l'Amundsen (1911). Tutti i rami della scienza geografica venivano approfonditi e l'oceanografia moderna trova nella spedizione di Challenger il suo punto di partenza. Dalla metà del sec. XIX in poi gli Stati d'Europa comprendono l'importanza di possedere rappresentazioni cartografiche dei propri territori, basate su rilievi topografici. Gli uffici centrali di meteorologia moltiplicarono da allora gli studi. Il tedesco Oscar Peschel (1826-75) rimane uno dei maggiori esponenti della g. fisica, perché volle ricondurre la scienza geografica alle sue basi naturalistiche: la biogeografia vede con lui chiarita la propria posizione. La geologia aveva nel frattempo fatto in molti paesi progressi notevolissimi e la morfologia terrestre divenne un
nuovo ramo della g. fisica. Giuseppe Dalla Vedova (1834-1919) specificò i compiti veri e propri della g., consistenti nella indagine della distribuzione e delle correlazioni causali fra le forme, i fenomeni e gli esseri viventi. L'antropogeografia ebbe in Federico Ratzel (1844-1904) l'esponente principale. Essa considerò l'uomo e le manifestazioni della sua attività o, più esattamente, le influenze dell'ambiente sull'uomo.
Al principio del secolo attuale la g. fu dunque divisa in due grandi rami: la g. fisica e l'antropica, mentre astronomia e geodesia assunsero aspetto di scienze autonome. In tempi modernissimi le esplorazioni sono seguite con ritmo crescente nelle due calotte polari, in regioni desertiche, foreste equatoriali, sistemi montagnosi, nelle profondità marine e nella più elevata atmosfera. L'esplorazione estensiva ha però ceduto il posto, nei giorni presenti, a quella più circoscritta ed approfondita.
Molto complessa è divenuta oggi la g. che si basa esclusivamente su fatti di interdipendenza e di reciproche correlazioni. La descrizione e la classificazione dei vari aspetti della superficie terrestre portano oggi a definire la g. come scienza che studia e descrive scientificamente il paesaggio inteso nel senso geografico (sintesi astratta di quello visibile), che è costituito da un piccolo numero, o da pochi gruppi di elementi caratteristici che a seguito di fatti determinati dal clima, dalla morfologia, dall'idrografia, dalla ve-

(da L. Feuillée, Journal des observations physiques, mathématiques et botaniques, Parigi III)
È del 1933 lo schema di classificazione proposto dallo Hassinger in 43 tipi di paesaggio (Landschaftstypen), semplificazione di un precedente saggio del Passarge. Recentemente, in Italia, R. Biasutti (1947) ha descritto i principali tipi del paesaggio terrestre con riferimenti alla vita e all'attività dell'uomo. Oggi la ricerca geografica è in molti Stati diretta da appositi enti nazionali collegati nell'Union géographique internationale, promotrice di studi, ricerche, congressi. Le maggiori opere geografiche in collaborazione sono: La géographie universelle (già diretta da P. Vidal de la Blache); l'Handbuch der geogr. Wissenschaft (diretto da R. Klute) e la G. universale (diretta da R. Almagià).
Gli enti che in Italia si occupano di g. sono: la Società Geografica Italiana (Roma), la Società di Studi Geografici (Firenze), l'Istituto Geografico
Militare (Firenze), il Comitato Nazionale per la g. in seno al Consiglio Nazionale delle Ricerche (Roma), l'Istituto Idrografico della Marina (Genova), il Touring Club Italiano (Milano), ecc., i quali tutti hanno pubblicazioni periodiche di interesse scientifico.
V. LA G. E LE SUE SUDDIVISIONI. - La g., nel campo organico scientifico attuale, può essere suddivisa in alcune grandi sezioni.
1. G. fisica (fisiogeografia). - La g. fisica potrebbe essere definita la scienza che studia i fatti e i fenomeni fisici che si manifestano sulla superficie del globo terrestre (intendendovi compresi gli spazi marini), esaminati dal punto di vista della loro estensione e delle reciproche relazioni. La conoscenza della forma, delle dimensioni, della posizione e dei movimenti della sfera terrestre sono nozioni generali indispensabili. Le conseguenze geografiche di questi fatti sono molteplici, e mentre uno dei meriti essenziali di Humboldt è quello di avere, nella pratica dell'osservazione, ricondotto la g. allo studio della realtà, il primo elemento di successo di E. Reclus e della sua felice influenza sulla diffusione del gusto della g. fu il suo senso profondo di quella attività che anima di una specie di vita fisica la superficie del globo terrestre.
È solo del sec. XIX la costituzione definitiva su basi scientifiche della morfologia terrestre. Questa, vivificata dalla concezione storica sviluppata dal geografo americano W. M. Davis e dalla sua scuola, si baserebbe sulla continua trasformazione delle forme della superficie, trasformazioni che determinerebbero la distinzione del rilievo in cicli morfologici, classificabili a seconda del terreno e dell'agente modellatore. La scuola morfologica americana è stata combattuta, specialmente in Germania, ove si è dato risalto alla descrizione scientifica, quindi razionale e comparata, del « paesaggio » (Landschaft), nei suoi aspetti fisici e antropici.


a) Morfologia terrestre (geomorfologia). - Si occupa dei grandi lineamenti della terra (costituzione geochimica del globo, distribuzione delle terre e delle acque), ricerca la genesi dei rilievi sulle terre emerse in rapporto alla loro localizzazione e alle cause determinanti, ritrova gli effetti della dinamica esogena sul modellamento, studia la topografia litorale, l'influenza delle rocce e quella tettonica sul rilievo, di tutti i fattori quindi che incidono sui lineamenti essenziali dell'aspetto geografico.
b) Oceanografia. - Approfondisce la ricerca dei caratteri fisici del mare, la composizione delle acque e la distribuzione della salinità, della temperatura, della trasparenza delle acque, si occupa dei moti, del rilievo sub-oceanico, del livello del mare, delle ricerche batimetriche; studia il mare dal punto di vista fisico-chimico (talassografia), la natura e lo sviluppo degli esseri viventi (talassobiologia). I primi studi sono dello scienziato bolognese Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), membro dell'Accademia delle Scienze di Parigi, che nel 1725 pubblicò la sua Histoire physique de la mer. Da allora questa branca di studi ha avuto un notevole sviluppo sia in Italia che all'estero.
c) Meteorologia. - Studia le proprietà dell'atmosfera e i fenomeni che in essa si svolgono; ricerca le leggi gene-

d) Sismologia. - Si occupa dei movimenti rapidi e violenti della crosta terrestre (terremoti), prodotti dal passaggio di onde elastiche trasmesse da regioni ove si è verificato un disturbo meccanico, degli effetti, della distribuzione sulla superficie terrestre, dei segni precursori e concomitanti, dei periodi sismici, dei movimenti microsismici e di quelli epirogenetici in genere.

f) Glaciologia. - S'interessa dei ghiacciai, della loro struttura, delle oscillazioni, dei cicli, dei movimenti, della loro distribuzione geografica; questi studi, che s'iniziarono con intenti scientifici solo alla fine del sec. XVIII (il geologo e fisico svizzero Horace
Benedict de Saussure [1740-99] fu il pioniere dell'alpinismo scientifico), mirarono poi a classificare i ghiacciai in tipi, a segnarne le caratteristiche, a studiarne le parti, i bacini collettore e ablatore, la registrazione, ecc.
g) Potamologia. - Studia l'azione delle acque superficiali, fiumi in particolare, dei loro elementi, dei fenomeni di erosione, deiezione, ecc. e dei cicli dei bacini idrografici.
h) Limnologia. - Mira a studiare la natura, l'origine, la vita dei bacini lacustri, il rilievo, la idrologia, gli scandagli, le carte batimetriche, i movimenti, la temperatura, la trasparenza, la composizione delle acque, le influenze climatiche e topografiche, le oscillazioni ecc. Branca accessoria dell'oceanografia, la limnologia ha gli stessi problemi, che risolve con gli stessi metodi. Gli studi sistematici in questo ramo si sono molto sviluppati in questi ultimi tempi.
Branche tutte della g. fisica, pur facendo parte integrante della medesima, esse mirano ad una certa autonomia, la quale, peraltro, non potrà prescindere dalla consistenza basilare della fisiogeografia, prima parte della g. vera e propria, e che, pur astraendo dall'opera dell'uomo, forma la base della g. umana, ramo, a sua volta, della g. organica o biologica.
2. G. antropica. - Studia la ripartizione degli uomini sulla superficie terrestre e le loro attività, indaga sui caratteri e le variazioni quantitative (densità, distribuzione della popolazione) e qualitative (differenziazione in razze [tipi] costituenti tutte indici di serie di fatti d'ordine fisico, biologico ed economico tra loro connessi).
La g. antropica ha dei sottogruppi:
a) G. ecologica. - Applica il principio della correlazione, per cui l'uomo è influenzato dall'ambiente circostante. È qui che la g. si serve della ecologia, occupandosi propriamente dello studio delle relazioni degli organismi viventi con il mondo circostante e dei popoli componenti l'umanità attuale, basandosi su dati linguistici, culturali e sociali dell'uomo come modificatore dell'ambiente (per cui da un paesaggio naturale o immodificato si passa ad un paesaggio umano o modificato), servendosi di risorse minerarie, animali o vegetali.
b) G. economica. - Giovandosi della merceologia e dell'economia, scienze autonome che si occupano particolarmente della distribuzione dei prodotti, del loro valore commerciale, ecc., studia l'utilizzazione delle risorse terrestri da parte dell'uomo. Parti della g. economica possono essere considerate: la g. commerciale, che studia i fenomeni economici in relazione al suolo (e che può essere suddivisa in g. della produzione e g. del consumo); e la g. industriale, che si interessa della distribuzione delle materie prime e delle possibilità di trasformazione in pro-
(da Images de Grande-Bretagne, British Council s. a.)
GEOGRAFIA - Colata di lava basaltica clivaggiata a prismi colonnari, Irlanda del Nord.
dotti utilizzabili, con lo sfruttamento di quelle forze naturali che dipendono dai fattori climatici e geomorfologici.
c) G. politica. - Esamina le modifiche che l'uomo apporta sulla superficie terrestre per il fatto di vivere raggruppato in società complesse (Stati), determinando le frontiere, le opere protettive, di sviluppo, di conservazione.
d) G. etnografica. - Investiga le cause e i processi formativi dei popoli e delle loro lingue, i modi di vita umana, l'incremento naturale, le migrazioni.
Studio particolare della g. etnografica è quello delle ripartizioni delle religioni, che, per la loro complessità e influenza sulle altre attività umane, hanno dato motivo alla formazione della g. delle religioni.
e) G. dell'incivilimento. - Riguarda tutte le manifestazioni dell'attività umana che modificarono lo stato naturale della superficie terrestre, plasmando il paesaggio artificiale della civiltà nella ripartizione di grandi tipi: g. delle sedi, g. delle comunicazioni, g. del traffico. Allo studio geografico della città si dà il nome di g. urbana.
3. G. estetica. - Si parla anche di g. estetica, della quale possono essere considerati campioni A. von Humboldt, F. Ratzel e G. Pennesi, allorché, nel descrivere le opere dell'uomo nella loro coesistenza regionale, gli argomenti geografici sono trattati, sinteticamente e artisticamente, ma in pari tempo con rigore assolutamente scientifico.
4. G. turistica. - Capitolo a sé potrebbe essere costituito dalla g. turistica, la quale coordina gli elementi geografici che rappresentano il fattore dominante del problema del turismo internazionalmente e socialmente inteso.
5. G. storica. - Ha lo scopo di mettere in luce i mutamenti avvenuti in epoche passate. Essa si vale anche della toponomastica, che è l'elaborazione glottologica dei nomi propri dei luoghi e delle regioni storiche che denotano particolari condizioni naturali e umane.
Occorre però attingere a queste scienze in maniera discreta, senza perdere di vista il principio di localizzazione e di estensione, proprio della g. principio che, inosservato, le farebbe perdere parte del suo carattere di scienza autonoma.
Nutrirsi, crescere, riprodursi, attraversare fasi di esistenza e morire è comune agli individui viventi. Quella parte della g. che rivendica il compito di cercare le cause dei processi di trasformazione delle piante e degli animali e la loro influenza nell'opera modificatrice sulla superficie terrestre, costituisce la biogeografia.
6. G. botanica. - Per g. botanica si intende la classificazione e distribuzione delle formazioni vegetali sul globo.
Perché si possa parlare di g. botanica propriamente detta bisognerà attendere la definizione della specie vegetale data da Linneo verso la metà del sec. XVIII. Dagli antichi erano conosciute nozioni riguardanti la provenienza e le esigenze di cultura delle piante utili; ma con Linneo si hanno le prime flore redatte secondo criteri scientifici,

Humboldt creò così i presupposti per ricerche più particolari; A. P. de Candolle (1826) suddivise la superficie del globo in regioni floristiche naturali; J. Schouw descrisse le relazioni fra forme di vegetazione e stazione.
Nuovi aspetti della g. botanica furono poi scoperti, come la struttura fisica e la composizione chimica del suolo, il concetto di formazione vegetale, la ricostruzione della vegetazione nei periodi geologici precedenti alla attuale. A. Engler quindi formulò il metodo sistematico-genetico, servendosi di dati e notizie provenienti da tutte le parti del globo. A. W. Schimper sostenne invece un metodo più particolare delle reazioni biologiche delle specie vegetali, classificando le formazioni vegetali dei climi più vari e utilizzando i progressi della sistematica, della g. fisica, della paleontologia del quaternario, metodo che ha fornito nozioni sui processi di trasformazione dei paesaggi vegetali.
Dal concetto di flora, che è il complesso di famiglie vegetali in rapporto ai loro caratteri ecologici o d'ambiente, rapporto da cui si denominano le regioni floristiche (la oloartica euroasiatica o americana, la mediterranea, la desertica nord-tropicale dell'antico continente, la intertropicale, l'australe), si passa al concetto di formazione delle zone vegetali. Un'associazione di piante con caratteri biologici comuni costituisce le formazioni (foreste, steppe, tundre), che possono essere acquatiche o terrestri. Tra le zone di vegetazione sono da annoverarsi quella dei climi caldi, con la foresta vergine equatoriale (mantello quasi continuo di vegetazione arborea impenetrabile) e la savana; quella dei climi subtropicali, con la foresta e la macchia mediterranea (con il duplice periodo di riposo vegetativo), la steppa, la foresta cinese; quella dei climi temperati, con la foresta boreale a latifoglio e conifere, con


(dall'Universa, Riv. Ist. Geog. med. gen. feb. 1858, tur. fuori testo p. 161)
Tra i fattori geografici della distribuzione delle piante vanno considerati quelli climatici: luce, calore, umidità, vento, variamente distribuiti; i fisici, per le condizioni fisico-chimiche del suolo sui cui vivono le piante; gli organici per quelle condizioni di vita di saprofitismo, commensalismo o simbiosi di piante a vantaggio o svantaggio di altre con cui vivono.
7. G. zoologica. - Esamina in modo particolare i caratteri della fauna che presentano le varie regioni della terra, divide la terra in regioni e sottoregioni, rilevando le affinità zoogeografiche.
Tra le divisioni che hanno carattere scientifico si ricorda quella fatta da Ph. L. Sclater (1857). Numerosi furono i tentativi di classificazione delle regioni zoogeografiche. Tra le più riuscite fu quella di A. R. Wallace (1876), che riconobbe le seguenti regioni: paleartica (con le sottoregioni europea, mediterranea, siberiana e manciuriana), etiopica, orientale (indiana, cellonica, indo-cinese, indomale), australiana (austro-malese-polinesica, neozelandese), neotropicale (cilena, brasiliana, messicana, antilleana), neartica (californiana, canadese, delle Montagne Rocciose).
Tra gli altri classificatori delle regioni zoogeografiche si distinsero F. E. Beddar (1895) ed L. Trouessart (1922); G. Colosi, H. Woodnard e A. Günther delimitarono le regioni zoogeografiche marine.
Considerando gli animali che popolano la superficie del globo, si distinguono tre grandi domini ecologici: l'alabio o marino, il limnobio o d'acqua dolce e l'aerobio o terrestre. Nel primo, dove si ritiene abbia avuto origine la vita, ritrovandovisi le condizioni di ambiente meno lontane da quelle che avrebbero confermato questa opinione, vivono i rappresentanti di tutti i tipi del regno animale.
Gli altri due domini possiedono generi e famiglie a loro esclusive; la sistematica delle loro faune dà un notevole apporto alla genesi marina degli elementi che le costituiscono. Relativamente alle aree di distribuzione, vi sono raggruppamenti che occupano vastissime estensioni, come ve ne sono altri confinati in aree ristrettissime.
VI. LA G. SCIENTIFICA E COME SCIENZA DI COORDINAZIONE. - Con il nome di g. scientifica si è voluto designare tutta la parte speculativa e teorica di questa scienza, per distinguerla da quella che si potrebbe
dire la g. esploratrice, che per essere sperimentale conserva il suo carattere empirico. Un gruppo di geografi inglesi ebbe a chiamarla «studio delle correlazioni locali», mentre in Italia G. Dalla Vedova affermava che «alla g. appartiene il momento distributivo e corologico delle scienze». Tra la fine del sec. XVIII e la prima metà del XIX il dualismo tra i due distinti indirizzi, naturalistico e storico, aveva tardato il costituirsi della g. scientifica; il dissidio tra la g. fisica generale e la corografia riguardante l'uomo (nella quale storia regionale e Stati formano la parte centrale) scompare o almeno accenna a scomparire con la nuova evoluzione della scienza geografica, nella quale domina l'indagine causale; l'unità del punto di vista geografico vuole che la G. sia così riconosciuta come scienza unitaria, scienza «monistica».
Resta così il merito alla g., a differenza delle altre scienze le quali non contemplano la unità materiale e ideale della terra, di riconoscere in essa un nuovo ufficio di riferimento, di controllo e correlazione tra le varie scienze, le quali, fino allora separate e autonome, erano rimaste senza possibilità di sintesi.
Scienza di coordinazione, la g. non è geologia; non è statistica, non è storia, non è topografia, non è biologia. Essa deve avere il suo posto tra le scienze unificatrici e alla geologia, alla statistica, alla storia, alla topografia, alla biologia essa fornisce l'elemento spaziale, sede dell'uomo e teatro delle sue attività: la superficie terrestre. L'universalità della g. permette che questa si addentri nella ricerca delle ultime cause della natura, come la filosofia intende raggiungere le ultime cause dell'idea senza peraltro confondersi ma rimanendo la prima nel campo speculativo-pratico, in più immediato contatto con le scienze sperimentali, sociali e storiche.
VII. LA G., LE SCIENZE AFFINI E AUSILIARIE. - La g. è di per sé scienza completa: essa studia al tempo stesso storia, fisica, chimica, zoologia, botanica, metereologia, ecc., abbracciando un campo vastissimo che, dalle scienze etiche (storia, politica, ecc.), si estende a quelle prontamente scientifiche e naturali (geologia, chimica, botanica, ecc.). Non vi è altra scienza, come la g., che ne sintetizzi tante e di tante scienze ausiliari abbia bisogno.
Nella moderna g. come organismo scientifico non rientrano più la cosmografia e la cartografia, appartenendo ora queste al gruppo delle discipline fisiche o matematiche sia per il loro fine che per i metodi di studio: esse trattano materie che un tempo, e ancor oggi in parte, erano oggetto della g. matematica o g. astronomica; questa considera la terra come corpo celeste avente forma, dimensioni e moti determinati, studia la sua posizione nel cosmo e soprattutto i suoi rapporti con il sistema solare. La g. intesa in senso moderno si avvale delle nozioni preliminari di ciò che costituisce la g. astronomica e della conoscenza dei procedimenti diretti alla costruzione delle carte geografiche (v. SORA, III).
Ma il geografo deve essere in possesso di nozioni di altre scienze affini e ausiliarie della g.
La statistica, disciplina matematica e sociale, raccoglie, esamina, elabora, classifica i dati numerici delle popolazioni e delle loro attività, segnando l'andamento dei fenomeni demografici e fornendo materia di lavoro alla g. che studia, tra l'altro, la distribuzione degli esseri viventi sulla terra.
La fisica terrestre studia la costituzione, i caratteri e le proprietà fisiche (forma, dimensioni, misura di gravità della terra, ecc.) dei bacini del mare (rilievo suboceanico, moti del mare, circuiti oceanici, ecc.), dell'atmosfera (le condizioni termiche, i movimenti, la circolazione, i regni ecc.), soprattutto in funzione del geode, come corpo a sé e su basi di ricerca di ordine essenzialmente fisico.
geologia (v.) investiga la costituzione e la struttura della crosta terrestre, nella quale agiscono fenomeni fi-

(da G. R. Johnson, Peru from the air, American Geographical Society, Publication No. 12, Nueva York 1936)
La litologia studia l'origine e la natura delle rocce che formano la crosta terrestre.
La paleontologia si occupa dello studio degli organismi fossili contenuti nella superficie corticale, determinando, attraverso un processo comparativo, l'epoca a cui appartenero.
La tettonica e la stratigrafia sono peculiari nello studio delle disposizioni dei materiali, per la correlazione dei principi di azione e reazione.
L'antropologia descrive i caratteri razziali dei vari gruppi umani distribuiti sulla superficie terrestre.
La paleontologia e l'etnologia si occupano dei caratteri culturali, dei costumi e delle abitudini di vita dei vari popoli; di essi la prima studia la cronologia preistorica, dando i quadri delle diverse forme attraverso cui ebbe sviluppo la civiltà umana.
Nel corteggio delle scienze ausiliarie sono da annoverare la storia, la politica, l'etica, il diritto, l'economia, la filologia, la glottologia, l'archeologia, la psicologia, la mineralogia, la zoologia, la botanica, la matematica, la chimica, la merceologia, la medicina ecc., le quali, pur non avendo relazione diretta e immediata con la g., tuttavia hanno con essa necessaria connessione logica e pratica. - Vedi tavv. IV-V.
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