AVESTA. - È chiamata A. la raccolta dei libri sacri e canonici dei mazdei, cioè dei seguaci della religione di Ahura-mazda. Il significato, che talvolta si attribuisce al termine «avesta», cioè *upasta* «testo fondamentale», non è certo; la lingua poi, in cui sono tramandati i testi, è iranica, ma non si è d'accordo sulla regione, in cui essa era in uso; viene perciò designata dalla raccolta stessa come «avestica», e talvolta erroneamente si disse *zend*, termine questo che indica piuttosto il commento al libri sacri, il quale è scritto in lingua differente dall'avestica, cioè nel medio-persiano.
L'A. attuale non è se non una piccola parte dell'antico in gran parte perduto; è di indole soprattutto liturgica, servendo a regolare l'andamento delle cerimonie festive, dando le preghiere da recitare, esponendo le prescrizioni da seguire, ecc. Esso si divide in cinque parti, che hanno i seguenti nomi:
Yasna «preghiera», è il nucleo più importante, riguardante l'atto principale del culto: la preparazione e l'offerta dello Haoma. In questa funzione deve recitarsi tutto lo *Yasna*, che comprende 72 capitoli, e contiene preghiere e invocazioni a tutte le divinità in comune. In questa parte sono contenuti gli inni più antichi, che ci siano pervenuti, della religione mazdea, cioè le *gathā*, che vanno dal cap. 28 con qualche interruzione fino al cap. 55.
*Vispred* «tutti i capi», non è un libro per sé stante, ma piuttosto un'appendice al precedente; contiene invocazioni, che sollevano recitarsi soprattutto in determinate solennità dell'anno, subito dopo la recitazione del primo.

Aversa - Madonna con Bambino e Angeli, di Angelillo Arguecio (1468) - Duomo.
Comprende diversi capitoli, che sogliono però dividersi in modo vario: alcuni li distribuiscono in 27, altri invece in 23 oppure in 24.
Vendidàd «legge contro i demoni», ha carattere legale, ed è una specie di codice sacerdotale, in cui vengono esposte le prescrizioni di purezza legale, le norme per l'esposizione, le pene ecclesiastiche, le regole per i contratti e le mercedi; può quindi considerarsi come il codice ecclesiastico, civile e penale. Il libro si apre con due capitoli, il cui contenuto contrasta con quello dei seguenti capitoli: il primo sulle creazioni del principio buono e del cattivo, il secondo sulla leggenda di Yima, sul diluvio, sul paradiso di Yima. Originariamente il Vendidàd costituiva il 19° libro dell'A.
Yast «adorazione, sacrificio» contiene cantici, che sono rivolti ciascuno ad una divinità in particolare, soprattutto a quelle da cui traggono nome i giorni del mese mazzeto. Sono in numero di 21, ordinati secondo il calendario mazzeto; mancano quindi gli inni per i restanti giorni del mese. In questi inni appare una maggiore ispirazione poetica, con vividezza di tocchi e colore di espressione, e si cantano miti e leggende eroiche, che ricomponiano nella posteriore epica persiana.
Khorda Avesta «piccola A.», è un libro di preghiera, non tutto composto in lingua avestica, per uso dei laici.
Queste varie parti dell'A. non sono state composte d'un getto in una sola epoca storica ma in tempi diversi con intervalli di secoli. Né è facile assegnare con sicurezza alle singole parti una data, mancando nei testi qualsiasi allusione al tempo in cui furono composte, e non essendosi finora trovati altri elementi, che agevolino una determinazione cronologica. Tuttavia in base a un criterio morfologico e sintattico, oltreché linguistico, si distinguono oggi due parti, di estensione molto diversa: l'A. antica, la quale contiene pochi inni: le gathâ (cf. sopra), e l'A. recente: la prima si stacca dalla seconda per le sue forme arcaiche. A questa distinzione fa riscontro una diversità di stile e soprattutto di contenuto: lo stile della prima è stringato, conciso, astratto e abbonda di termini tecnici dal significato non sempre univoco, mentre quello della seconda è descrittivo, concreto, talvolta colorito e plastico. Il contenuto poi nell'A. antica è profondo, di una inconsueta purezza d'idee religiose e morali, e di una concezione elevata della divinità, la quale appare, in certi inni, monoteistica; nella seconda invece domina il politeismo più sviluppato. Lo spirito che domina nell'una e nell'altra è così diverso che sembra trattarsi, nonostante la costanza del vocabolario religioso, di due differenti forme religiose.
Testo e origine. — Sul testo intero che esisteva ancora al sec. IX d. C. si hanno le seguenti notizie, soprattutto dal Denkart, un libro medio-persiano. Il testo constava di 21 libri, e oltre ad esso si aveva anche un commentario alla maggior parte di essi. Dal sommario di ogni libro, che ci è pervenuto, si rileva che solo del 1. XI non esisteva allora né il testo, né il commento. Di questi 21 libri solo il Vendidàd ci è pervenuto nella sua interezza; degli altri restano solo brani più o meno lunghi. Il testo antico non conteneva solo materie e dottrine strettamente religiose, ma anche narrazioni di eventi sia religiosi sia profani: ad es., la vita di Zarathustra, quella di Kavi Vištaspa, suo protettore e seguace, la storia delle stirpi e dei reami iranici e dei rispettivi sovrani a cominciare dalla creazione, ecc. Le narrazioni analoghe, che si ritrovano poi nell'epica iranica e negli storici arabi, che si occupano della Persia, provengono dalle tradizioni, tramandate dall'A.
Quanto all'origine dell'A. le tradizioni sono ugualmente del sec. IX, quindi di data recente e in parte leggendarie. Ci vien detto che l'A. (compreso persino il commentario) sarebbe stato scritto da Kavi Vištaspa, discepolo di Zarathustra, mentre secondo una variante Vištaspa avrebbe dato ordine di scriverla al suo ministro Giampaspa. Il testo sarebbe stato fissato su 12.000 pelli bovine, con lettere d'oro e in doppio esemplare, ciascuno dei quali venne custodito in due località differenti. Altri esemplari meno preziosi vennero messi in corso. Una tradizione differente attribuisce tutto questo all'achemenide Dario III. Durante l'invasione di Alessandro Magno uno di questi esemplari perill'incendio di Persepoli, mentre l'altro fu asportato dai Greci e poi tradotto nella loro lingua. Quando l'Iran scosse il giogo dei Macedoni, un re arsacide, Vologeso, ordinò di far ricerche dei libri religiosi e di ricostruire in tal modo l'antico testo. Nella dinastia arsacide appaiono cinque re, che hanno nome Vologeso e si discute quindi di quale di questi si tratti: alcuni ritengono che sia Vologeso I, altre invece stanno per Vologeso II, che ebbe un lungo e pacifico regno (148-91), e condizioni quindi favorevoli a tale lavoro. Sostituita la dinastia arsacide con quella sassanide, il fondatore di questa Ardashir (226-41) incaricò un certo sacerdote Tansar di raccogliere le parti disperate dell'A., riunirle in un corpo e, dopo esame, dichiararle canoniche; suo figlio poi, Sapore I (241-71), ordinò di cercare anche le parti che riguardavano l'astronomia e la medicina e le scienze. Sapore II (300-79) per mettere un argine alle scissioni e alle eresie pullulanti nel regno, ordinò una revisione definitiva, che fu fatta da Arturpat i Mahraspandan, il quale, dopo essersi sottoposto alla prova del fuoco, dichiarò ancora una volta canonica la collezione dei libri.
Caduto l'Iran sotto il dominio arabo, molti dei suoi abitanti passarono all'islamismo, e, rimasto esiguo il numero dei fedeli, i libri sacri antichi caddero in disuso e si sperdettero. E nel sec. IX, Artur Farnbag, quegli che ci ha trasmesso le notizie sopra riferite, si diede ancora una volta a raccogliere le disperse membra del testo e il relativo commentario in medio-persiano. Ma come si è visto, ben poco cosa ci è pervenuta della sua raccolta.
La notizia che Kavi Vištaspa abbia scritto o fatto scrivere l'A. è un puro anacronismo: ai tempi di Zarathustra gli Irani non conoscevano la scrittura, e gli antichi inni, che ci sono pervenuti, hanno dovuto esser tramandati per tradizione orale; quanto al resto ci sono senza dubbio elementi veramente storici, ma non sono sempre controllabili. Che un esemplare sia stato asportato dai Greci non è inverosimile, tanto più che si ha notizia in Plinio, Hist. nat., XXX, 1, 3, che Erimppo, bibliotecario della biblioteca di Alessandria dopo Callimaco, scrisse e fece il catalogo degli scritti di Zoroastro. E poiché difficilmente avrà conosciuto il persiano, i libri sacri dei mazdei dovevano essere stati anche tradotti.