BALMES, JAIME

BALMES, JAIME. - Filosofo, apologista, sociologo e politico, n. a Vich, in Catalogna, il 28 ag. 1810, e il 18 ag. 1814. Compiuti gli studi di lettere (1817-22), di filosofia (1822-25) e un corso di teologia (1825-26) nel seminario della città natale, si trasferì all'Università di Cervera, unica allora in tutta la Catalogna. Dopo altri otto anni di studi, durante i quali attese quasi esclusivamente all'approfondimento del pensiero di S. Tommaso, conseguiti nel 1835 la laurea in teologia. Ordinato sacerdote a Vich il 20 sett. 1834, vi insegnò le matematiche, dedicandosi in pari tempo alla letteratura e alla poesia.

La sua vita di pubblicista cattolico può dividersi in due periodi. Nel primo, incominciato a Vich e finito a Barcellona dove dimorò ordinariamente dal 1841 al 1844, scrisse le sue più note opere apologetiche: Memoria o Reflexiones sobre el celibato (Madrid 1839), Observaciones sobre los bienes del clero (Vich 1840, Barcellona 1840) e soprattutto El protestantismo comparado con el catolicismo en sus relaciones con la civilización europea (4 voll., Barcellona 1842-44), contemporaneamente tradotta in francese, tedesco e italiano. Nello stesso tempo andava pubblicando saggi apologetici e sociali nelle riviste barcellonesi La religión, La civilización (1841-43), in collaborazione con Roca y Cornet e Ferrer y Subirana, e La sociedad (1843-44), fondata e scritta da lui solo.

Il secondo periodo, durante il quale il B. risiedette generalmente a Madrid, va dal 1844 al 1848 e comprende gli scritti d'ordine prevalentemente filosofico e politico: El criterio (Barcellona 1845); Cartas a un escéptico (1846), di carattere apologetico e filosofico insieme; Filosofia fundamental, in 4 voll., dove espone i punti fondamentali del suo pensiero filosofico, subito tradotta in francese e in italiano, e ristampata nel 1848; Filosofia elemental, in 3 voll. (1847) di cui curò personalmente la traduzione latina per l'insegnamento nei seminari. A Madrid fondò il periodico politico El pensamiento de la nación che mirava ad una pacificazione e unione della Spagna, mediante il matrimonio della giovane regina Isabella II con don Carlos de Borbón, capo dei carlisti, ciò che avrebbe contribuito al consolidamento del trono, e resa possibile un'evoluzione politica senza i pericoli della rivoluzione. Il B. s'interessava pure di politica estera e principalmente degli avvenimenti di Roma, e scriveva l'opuscolo Pio IX (Madrid 1847) in difesa delle riforme del nuovo Papa. L'opposizione incontrata in questo campo da parte dei cattolici e lo scacco del progettato matrimonio reale, lo decisero a lasciare Madrid. Tornò a Barcellona e poco dopo moriva a soli 38 anni.

Come apologista, il B. fa capo ad una scuola catalana, cui appartengono, insieme con lui, i citati due compagni, de La civilización, Joaquim Rubió y Ors, i maiorchini Tomás Aguilar e J. M. Quadrado. Tutti dipendono quanto alle idee dagli apologisti francesi, con molti dei quali, ad es., Ozanam, Lacordaire, Dupanloup, il B. ebbe personali rapporti nei tre viaggi che fece a Parigi.

Benché l'apologetica del B. si trovi dispersa in due opere principali, le Lettere ad uno scettico e Il Protestantismo, e in molti opuscoli ed articoli a parte, essa costi

tuisce tuttavia un corpo organico di dottrina. Tre punti egli sviluppa con maggior ampiezza: lo scetticismo religioso, il valore umano della Chiesa cattolica, e quello del clero. Tre questioni ch'erano allora di viva attualità. Prima ancora che nelle Lettere, piuttosto filosofiche, il B. aveva combattuto in singoli articoli l'ateismo razionalistico del Settecento e i due principi fondamentali del liberalismo religioso dell'Ottocento. Le Cartas a un escéptico, piuttosto che un'opera sistematica, sono una raccolta di amichevoli conversazioni intorno ai temi più vivi a metà del sec. XIX: la causa della molteplicità delle religioni positive, l'inferno, la filosofia dell'avvenire, i martiri come argomento della divinità della Chiesa, la tolleranza, lo spiritualismo filosofico francese e l'idealismo tedesco, il Vangelo, la necessità del Battesimo per salvarsi, il culto dei santi, gli Ordini religiosi...

Invece Il Protestantismo è un libro sistematico, nel quale, di fronte alla sterilità del protestantesimo, prova la divinità della Chiesa cattolica appunto dai suoi valori umani nello sviluppo della civiltà europea. Finalmente alle solite accuse contro il clero cattolico, tanto diffuse nell'Europa dell'Ottocento, il B. rispose ampiamente nei suoi scritti sul celibato, sui beni della Chiesa, sull'istruzione moderna del clero, e sugli Ordini religiosi. Come esempi poi di apologetica popolare bisogna ricordare il diffusismo opuscolo La religión demostrada al alcance de los niños (Barcellona 1841) e la Conversa d'un pagès de la muutanya sobre lo papa (Barcellona 1842), uno dei pochi suoi scritti nella materna lingua catalana, allora rinascente.

Come filosofo, benché abbia alcuni punti di contatto con la scuola filosofica catalana del suo tempo, rappresentata soprattutto da Martí d'Exialá e assai vicina alla tendenza scozzese del common sense, il B. si connette piuttosto allo scolasticismo eclettico dell'Università di Cervera, formatosi ivi prima dell'esplosione dei Gesuiti, e trapiantato in Italia soprattutto dai due fratelli Baldassarre e Giuseppe Antonio Madsen, maestri di V. Buzzetti.

Alla base di tutta la filosofia del B., c'è, senza dubbio, s. Tommaso, anche se spesso è accettata l'interpretazione di Suárez come, p. es., nella questione della distinzione fra essenza ed esistenza. Avversario deciso dei sensisti e degli idealisti, egli mostra una certa predilezione per Descartes e per Leibniz, e conserva verso gli scolastici una costante deferenza, anche quando se ne allontana come nella teoria illemorfica, e nella dottrina dell'atto e potenza. Il suo pensiero filosofico si deve ricercare soprattutto nella Filosofia fundamental, opera insieme critica e costruttiva, tutta fondata sullo spirito ampiamente umano di El criterio, che, se forse gli impedisce di essere un pensatore ardito, lo fa però una guida solida e sicura.

Il primo problema fondamentale della filosofia è quello della certezza, che il B. intende risolvere con il ricorso alla coscienza, alla evidenza e al senso comune, inteso come «istinto intellettuale» e non sentimentale o sensibile, come in Reid o in Hamilton. Allontanandosi dalla terminologia scolastica il B. sostenne che «il principio dell'evidenza non è evidente». Quest'affermazione suscitò un certo scalporre, ma a torto, poiché se il senso comune è un istinto intellettuale, rientra nell'ampio concetto di evidenza proprio della scolastica. Comunque, la tesi suddetta, insieme con alcune idee di tendenza cartesiana riguardo l'anima dei brutti, provocarono contro il B. una petizione, che però non ebbe seguito, di condanna della Filosofia fundamental. Nel problema dell'origine delle idee, il B., pur riconoscendo un influsso «misterioso» da parte delle sensazioni, abbandona la teoria aristotelico-tomista dell'intelletto agente. In metafisica non ammette un unico principio filosofico, ma tre ugualmente necessari, percepiti come tali dal senso comune: quello dell'esistenza, quello dell'evidenza e quello di contraddizione.

Insieme con la parte costruttiva, degna di rilievo nell'opera filosofica del B. è la discussione critica, condotta sempre con chiara acutezza, particolarmente