ATTRIBUTI DIVINI

ATTRIBUTI DIVINI. - Sono proprietà che la mente umana suole attribuire a Dio, secondo il nostro modo di pensare. In realtà, Dio è puro e semplicissimo atto, perché è lo stesso Essere sussistente, e come tale è profondamente uno, negazione assoluta di ogni molteplicità; onde, prima di parlare dei singoli a. d. è necessario risolvere il problema del loro valore e della loro coesistenza in Dio. La questione del valore degli a. investe tutto il nostro linguaggio intorno alle cose divine, e perciò tutta la teodicea. La sua soluzione è legata al concetto e alla funzione dell'analogia, di cui si è discusso a parte sotto il triplice aspetto storico, filosofico e teologico (v. ANALOGIA), dimostrando che, supposta la creazione, le perfezioni delle crea-

treature suggeriscono a chi le contempla varie idee della perfezione del Creatore, le quali, pur non essendo adeguate, rispondono analogicamente, con maggiore o minore approssimazione, all'infinita realtà divina.

Il nostro pensiero dunque e il nostro linguaggio, attraverso la conoscenza della natura creata, attingono veramente, sebbene imperfettamente, a Dio, e perciò gli a. d. da noi formulati hanno un valore reale e non sono concetti vuoti e falsi. Con lo studio approfondito dell'analogia, la teologia cristiana supera l'agnosticismo antico e moderno, senza compromettere l'ineffabile trascendenza di Dio. Ma dall'affermazione del valore oggettivo degli a. d. sorge una grave difficoltà contro l'unità assoluta di Dio. L'antinomia salta agli occhi: Dio è essenzialmente uno, cioè indiviso, indistinto, semplicissimo: in Dio però ci sono realmente molteplici perfezioni. Se si insiste sulla prima parte svanisce il valore degli a. d.; se si insiste sulla seconda parte, si viene a negare o a porre in dubbio l'unità e la semplicità, che sono proprietà imprescindibili dell'ente infinito e cioè di Dio. Sono queste due soluzioni estremistiche, di cui la prima si riscontra nel nominalismo antico (Maimonide) e nell'agnosticismo di non pochi filosofi più vicini a noi (Kant, Hamilton, Mansel, Le Roy e i modernisti in genere), la seconda si appoggia alla scuola di Scoto. Una soluzione media è adottata da s. Tommaso e dai migliori tomisti. Essa scarta ogni distinzione reale degli a. d. (anche quella formale-attuale di Scoto, che sembra più reale che logica) e non si accontenta, come i nominalisti, d'una distinzione puramente logica, che ridurrebbe gli a. d. a vani sinonimi; ma ammette una distinzione, detta di ragione ragionata, che formalmente è nel nostro pensiero, ma ha un fondamento reale nella cosa. In tal modo i vari a. d., come, ad es., la bontà, la giustizia, la misericordia, esprimono concetti formalmente distinti in Dio; hanno però un fondamento in quella divina realtà, che nella sua trascendente semplicità è infinitamente ricca e non può essere concepita ed espressa da un intelletto finito se non con molteplici concetti, nei quali imperfettamente si riflette come nella molteplicità delle cose create. Senza distruggersi, gli a. d. si identificano nella semplicissima e ineffabile essenza propria di Dio, che i teologi chiamano la «Deità». E così il pensiero e l'amore, la bontà e la giustizia, l'onnipotenza e la misericordia, tutte le proprietà divine, per la loro identità con quella essenza misteriosa, sono realtà tali che l'una si può bensì concepire distinta dalle altre, ma oggettivamente le include tutte.

Fin qui può scrutare il nostro intelletto con le sue forze naturalmente limitate. Meno arduo è il suo compito nell'esame razionale dei singoli a. d. Ma a questo esame è opportuno premettere una rapida sintesi dei dati della Rivelazione. Per una semplice ragione didattica gli a. d. sogliono dirribruirsi in due categorie, l'una detta degli a. dinamici, che riguardano l'azione di Dio (scienza, volontà, potenza, provvidenza e predestinazione), l'altra detta degli a. statici, che riguardano Dio nel suo modo di essere (semplicità, perfezione, bontà e santità, infinità, immensità e ubiquità, immutabilità e eternità, unità, ecc.). Gli a. dinamici saranno singolarmente trattati a parte sotto le rispettive voci: qui si tratta soltanto degli a. statici tutti insieme.

I. SACRA SCRITTURA

Le proprietà essenziali di Dio sono rilevate, nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, attraverso i nomi divini o per via di concetti espliciti.

Nomi principali: El, donde il plurale maiestatico Elāhim, suggerisce l'idea della potenza (forse dalla rad. 'jl «esser forte»). Adāmaj (forse da una rad. 'du «signoreggiare») equivale a Signore che domina e governa. Rā'eh (rad. 'rh «vedere») è il Veggente per eccellenza, cui nulla sfugge e che è presente dappertutto. Eljān (rad. 'lh «ascendere») indica l'ente supremo che tutto trascende. Saddaj (d'incerta radice) va inteso più probabilmente come l'essere eccelso che basta a se stesso e di nulla ha bisogno. Qāḍāš è il Santo, il Puro; 'Ab è il Padre universale.

Ma il nome che compendia e potenzia tutti gli altri è senza dubbio quello che Dio rivelò a Mosè come suo proprio (Ex. 3, 12 sgg.); questo nome è il celebre terragramma (composto di 4 lettere): jh vh, Jahweh, imperfetto 3ª pers. forma qal del verbo huj o hjh «essere», ossia «Egli è». Questa fragile parola racchiude il mistero della natura di Dio (v. SCIENZA DIVINA), che è puro essere, senza limiti e senza condizioni, e quindi semplice, infinito, immenso, immutabile, eterno, unico. Ma le proprietà divine sono espresse in concetti formali tanto nel Vecchio quanto nel Nuovo Testamento.

1. Semplicità e spiritualità. – Dio è l'Essere sussistente (Ex. 3, 12 sgg.), invisibile (Ex. 19, 16-19; Iob 38, 1) che scruta e pondera gli spiriti (Prov. 16, 2 e 21, 2), che infonde nel corpo di Adamo un'anima spirituale che dovrà tornare a lui dopo la morte (Gen. 2, 7; Eccl. 12, 7); «Spirito è Dio e quelli che l'adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Io. 4, 24; cf. Is. 31, 3; Sap. 1, 6; 6, 24; 9, 17). Né fanno difficoltà le espressioni bibliche, che presentano Dio metaforicamente, come un uomo che cammina, parla, ecc. (v. ANTROPOMORFISMO).

2. Perfezione e infinità. – Quanto di bellezza e di grandezza è nell'universo è pallido riflesso della perfezione trascendente di Dio, perché da lui tutto deriva per creazione: «Se attratti dalla bellezza delle cose (gli uomini) le hanno credute divinità, sappiano quanto sia più bello di esse il loro Signore; poiché tutte queste cose le ha create il Generatore di bellezza» (Sap. 13, da leggere per intero). Nei Ps. 145 e 147 si leggono queste esclamazioni: «Grande è il Signore e assai degno di lode, e di sua grandezza non si giunge in fondo»; «Grande è il Signore e somma è la sua potenza e la sua sapienza è senza misura». Cf. Eccl. 43, 29. S. Paolo esalta specialmente l'incomprensibilità dell'infinità sapienza divina (Rom. 11, 33).

3. Immensità e ubiquità. – «Forse conoscerai tu le orme di Dio e arriverai a comprendere la perfezione dell'Onnipotente? Egli è più alto del cielo, che cosa farai? È più profondo dell'inferno, come lo conoscerai? La sua misura è più lunga della terra e più larga del mare» (Iob 11, 7 sgg.). Bella la testimonianza del Ps. 138, 7-9: «Dove potrei sottrarmi al tuo spirito e dove fuggire la tua presenza? Anche se salissi al cielo, ivi sei tu, se discendessi nell'inferno, eccoti là. Se mi afferrassi ai lembi dell'aurora o abitassi l'estremo occidente, ivi pure mi accompagnerebbe la tua mano e la tua destra mi accoglierebbe...». In Ier. 23, 24 si legge una espressione molto efficace: «E che forse non riempio io il cielo e la terra, dice Jahweh?». S. Paolo nel discorso dell'Areopago in Atene asserisce energicamente: «In lui (Dio) viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Act. 17, 28).

4. Immutabilità ed eternità. – Nel Ps. 102: «Da principio tu fondasti la terra e opera delle tue mani sono i cieli. Eppure vanno deperendo e tu rimani; essi tutti si logorano come un panno... ma tu rimani

lo stesso e i tuoi anni non avranno fine». In Iac. 1, 17 si parla di Dio, Padre degli astri, nel quale «non c'è mutazione né ombra di movimento» e s. Paolo (I Tim. 1, 17) inneggia al «Re immortale dei secoli, invisibile, unico Dio».

5. L'unità di Dio è l'idea fondamentale del Vecchio Testamento e resta ferma nell'Evangelo nonostante la rivelazione della Trinità, che nell'unica natura divina pone tre termini consostanziali (v. TRINITARI).

II. PADRI

Mentre ripetono e difendono i concetti biblici sulle divine proprietà, i Padri greci iniziano quella elaborazione dei dati rivelati che darà origine alla teologia sistematica. Ricordiamo la bella battaglia combattuta da s. Basilio e dai due Gregori di Nissa e di Nazianzo, contro gli eunomiani, in difesa degli a. d. Importante anche è la dottrina degli alessandrini, Clemente e Origene, che svolgono i germi della Rivelazione alla luce dei principi della filosofia greca, specialmente di quella platonica. Essi accentuano in modo particolare la trascendenza e quindi l'ineffabilità di Dio, unica μυνάς o ἐνάς «immutabile, impassibile, immenso, eterno» (Origene, Ιλτῇ ἄγγων, I, 1, 6; II, 1, 3; IV, 28, 29). I Padri latini dal nome biblico Jahweh deducono alti concetti intorno alla natura divina, puro essere. S. Agostino compendia in pagine mirabili tutta la tradizione: «Deus vero multipliciter quidem dicitur magnus, bonus, sapiens, beatus, verus et quidquid aliud non indigne dici videtur; sed eadem magnitudo eius est, quae sapientia... et eadem bonitas quae sapientia et magnitudo et eadem veritas quae illa omnia, et non est ibi aliud beatum esse et aliud magnum, aut sapientem aut verum aut bonum esse, aut omnino ipsum esse» (De Trinit., VI, 7, 8). Altrove (De Civitate Dei, VIII, 4 e 10) presenta Dio come fonte di tutte le perfezioni del triplice ordine: fisico, razionale e morale e conchiude epigraficamente che Dio è «causa constitua universitatis, et lux percipiendae veritatis et fons bibendae felicitatis».

III. MAGISTERO DELLA CHIESA

Negli antichi simboli di fede si afferma l'unità di Dio e la sua onnipotenza creatrice, che implica la sua distinzione personale dal mondo e la sua trascendenza. Attraverso i secoli la Chiesa va man mano precisando il concetto della divinità contro i vari tentativi fatti dagli eretici per adulterarlo. Così nel III Concilio di Valenza (855) si difende l'eterna prescienza di Dio in rapporto al mistero della predestinazione; nel Concilio di Sens (1140) contro Abelardo si conferma la dottrina della libertà divina; nel Concilio di Reims (1148) si ribadisce il principio della assoluta semplicità di Dio per cui Egli, essendo la sua essenza, è la stessa bontà, la stessa sapienza, la stessa eternità, ecc. Contro il manicheismo redivivo sotto varie forme nel sec. XIII il IV Concilio lateranense (1215) richiama e consolida la dottrina tradizionale intorno alle proprietà essenziali di Dio con questa formula: «Firmiter credimus... quod unus est verus Deus, aeternus, immensus et incommutabilis, omnipotens et ineffabilis Pater, Filius et Spiritus Sanctus: tres quidem personae sed una essentia, substantia seu natura simplex omnino».

Nel secolo scorso contro le aberrazioni del razionalismo, del panteismo spiritualistico e materialistico, il Concilio vaticano (1869-70) riprende questa formula e la integra con altre opportune precisazioni.

IV. LA RAGIONE UMANA

La ragione umana, col suo lume naturale, attraverso lo studio delle perfezioni del creato, si eleva non solo alla semplice conoscenza, ma anche alla dimostrazione dialettica degli a. d.

1. Dio è semplicissimo: il semplice si oppone al composto e perciò semplicissimo è ciò che esclude da sé qualunque composizione, logica, fisica o metafisica. Questa semplicità perfetta, positiva, non va confusa con quella negativa che è limite estremo della quantità come il punto, il quale resta sempre un elemento quantitativo, pur non avendo dimensioni. Dio non può essere in nessun modo composto, perché l'essere composto: a) è posteriore alle parti di cui risulta ed è, come esse, limitato; b) è sempre causato da un agente estrinseco, che deve riunire le parti in un tutto organico; c) è soggetto alla legge della disgregazione. Ora queste caratteristiche ripugnano al primo Ente e alla prima Causa. Pertanto in Dio, etto puro, c'è assoluta identità tra essenza ed essere, tra natura e personalità (v. TRINITARI), tra natura e operazione: egli è l'essere per essenza, come suggerisce la divina Rivelazione, è il suo stesso operare, pensiero e amore sostanziale, senza possibilità di divisione in sé o di composizione con altri. Dio non può essere né un tutto né parte di un tutto; di qui l'assurdità del panteismo.

2. Dio è perfettissimo: la perfezione (dal lat. perficere «fare in maniera completa») dice completezza, ricchezza ed esclude l'indigenza, che Aristotele e gli scolastici chiamano potenza (capacità di acquisto, di sviluppo). Dio essendo puro etto e puro essere (v. DIO) è assoluta pienezza e ricchezza, perché nessuna perfezione è concepibile come esistente fuori di colui che è lo stesso Essere: il mondo con le sue meraviglie sarebbe un assurdo se si ponesse in sé e per sé, indipendente da Dio creatore. Dio com'è la fonte dell'essere, è pure l'abisso di tutte le perfezioni, e poiché il bene coincide con la perfezione e con l'essere, Dio è anche la stessa bontà, senza ombra di male, che è piuttosto privazione di essere (v. MALE), ed è la stessa santità.

3. Dio è infinito in senso positivo e assoluto: è una conseguenza logica della sua pienezza di essere e di perfezione, per cui egli è puro etto, non limitato da alcuna potenza e quindi incontenibile nelle categorie dell'essere finito. D'altroncè ogni limite o condizione imporrebbe una subordinazione estrinseca nella Causa prima, cioè un'aperta contraddizione.

4. Dio è immenso, perché la sua semplicità assoluta e la sua infinità non soffrono alcuna misura e limitazione, anzi esigono che egli non sia circoscritto a un determinato luogo, ma sia dappertutto (ubiquità). La presenza divina però in ogni luogo non va immaginata in senso estensivo, ma si attua per via di azione, secondo la natura dello spirito, che è presente là dove agisce. Ora Dio, causa universale, opera dovunque c'è una particella di essere, di realtà creata, che ha bisogno del continuo influsso divino per conservare l'esistenza. E poiché Dio è essenzialmente la sua stessa azione, là dove opera egli è presente con tutto se stesso.

5. Dio è immutabile ed eterno. La mutazione è passaggio da uno stato ad un altro e quindi è divenire, è farsi quel che non si era. Ma Dio è l'essere infinito, che ha tutto in atto e perciò egli non diventa né si fa, ma è in modo assoluto, immutabilmente. Mancando così in lui ogni ragione di divenire, ogni successione, necessariamente egli è fuori del tempo, che segue il divenire: egli è eterno. L'eternità è definita da Boezio: «Interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio» e come tale implica due proprietà essenziali: l'assenza di un principio e di una fine (interminabilis) e l'assenza di ogni successione, d'ogni acquisto (tota simul et perfecta possessio). Il tempo con i suoi momenti vertiginosi è sempre e tutto presente

all'Eterno, che non ha in sé un prima e un poi, come gli indefiniti punti di una circonferenza, pur inseguendosi successivamente tra loro, sono tutti egualmente presenti al centro di un circolo. L'eternità così concepita getta molta luce sul mistero della previsione di Dio.

6. Finalmente Dio è uno, perché è infinito. Due infinità coesistenti sono matematicamente un assurdo. Difatti siano queste ipotesi:

∞ = ∞ che sommandosi darebbero un infinito doppio dell'infinito, il che non ha senso.

∞ > ∞ uno dei due, il minore, non sarebbe infinito.

E così resta confutato il politeismo.

Conclusione. - Ragione e Rivelazione concordano mirabilmente nella formulazione di questi concetti intorno alla Divinità, di cui sono altrimenti aspetti tradotti in linguaggio umano. Gli a. d. hanno la loro ultima ragione formale nella divina essenza concepita come lo stesso Essere sussistente, con cui realmente e ineffabilmente s'identificano.

BIBL.: Sum. Theol., I, qu. 3-11 e 13; L. Lessius, De perfectionibus moribusque divinit. Parigi 1881; R. Garrigou-Lagrange, Le divine perfectioni secundo la dottrina di V. BADIA, TOMMASO, Roma 1923; id., Dieu, Parigi 1928; P. Parente, De Deo Uno, Roma 1938. Pietro Parente
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“ATTRIBUTI DIVINI.” Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), p. 236. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/attributi-divini.