CANNIBALISMO

CANNIBALISMO. - I. STORIA DELLE CONO-
SCENZE E DISTRIBUZIONE. - Il termine, sinonimo di
antropofagia, deriva dal nome Caribales, Canibales
(Caribi), con cui vennero indicati gli abitanti delle
Piccole Antille, scoperte da Colombo nel 1493. Questi
isolani, oggi estinti, furono sospettati di cibarsi di
carne umana; donde la estensione del loro nome etnico
a indicare genericamente gli antropofagi del nuovo
mondo, e quindi degli altri continenti. Nell'età che
precedette i grandi viaggi di scoperta, il c. era noto
in Europa soltanto attraverso le nebulose notizie
degli autori classici, o per accenni sporadici di qual-
che viaggiatore che, come Marco Polo, ne aveva
constatato l'esistenza in lontane regioni.
Gli accenni omerici (Od., IX, 285 sq.; X, 116 sq.) al-
l'antropofagia dei Ciclopi e dei Lestrigoni sono ancora del
tutto leggendari; ma già in Erodoto è un tentativo di
notizie più precise: Massageti e Issedoni, abitanti a
oriente del Caucaso, uccidono i loro congiunti per
mangiare le carni (I, 216; IV, 26); i Padei, i Kalati ed
altre genti dell'India, usano uccidere gli ammalati e gli
stessi loro genitori, quando invecchiano, per divorarli
(III, 38, 99). Analoghe accuse muove Strabone agli Ir-
landesi (IV, 5, 4), ai Carmani ad occidente dell'Indo (XV,
2, 14) e agli abitanti del Caucaso. Notizie del genere sono
riportate da Aristotele, Diodoro Siculo, Tolomeo ecc.
Fra gli autori latini, Cesare informa del c. praticato da
Cimbrì e Teutoni assediati dai suoi eserciti (VII, 77):
Giovane descrive con sdegno un atroce caso di antro-
pofagia collettiva fra gli Egizi di Tentyra, scusando quasi
al paragone il c. dei Guasconi affamati per un assedio
(Sat., XV). Plinio conferma il c. degli Sciti (Jazigi), c.
lo segnala sull'alto Nilo (Nat. hist., VII, 12; VI, 195);
Silio Italico lo denunzia fra i Cantabri; e per la Gallia
si ha, in pieno iv sec., la testimonianza oculare di s. Gero-
lomo, che constatò l'uso nei suoi macabri particolari fra gli
Scoti, gente britannica colà immigrata (Contra Jovin.,
II, 7).

La romanizzazione del mondo antico, e la diffusione
del cristianesimo, dovettero indubbiamente far sparire per
tempo il c. da molte regioni europee e mediterranee, se
pure vi fosse ancora praticato, così da farne quasi perdere
il ricordo. Attraverso il medioevo europeo, e fino al Rina-
simento, lo si ritenne sopravvissuto in casi eccezionali,
connesso ad altre pratiche nefande e diaboliche di streghe,
fattucchieri e licantropi, in pressoché tutti i paesi d'Europa.
La scoperta e la graduale esplorazione di nuovi conti-
nenti rivelò agli Europei la presenza di interi popoli tut-
tora dediti al c. in forma palese e spesso addirittura pubblica,
e fece man mano conoscere nella loro realtà i costumi, i
riti e le concezioni ad esso collegati. La constatazione di
un'antropofagia così diffusa produsse sulle menti degli
Europei dell'epoca un'impressione fortissima: si venne a
determinare così l'inizio della decadenza per il c., sotto
il duplice influsso delle leggi repressive imposte dai colo-
nizzatori bianchi e della predicazione cristiana. Gli studi
recenti hanno comunque portato a ritenere che, indipenden-
temente dall'azione dei bianchi, l'antropofagia fosse già
in fase di declino presso più d'uno dei popoli che ancora
la praticavano. Oggi, sotto l'impulso delle forze dette, e in-
direttamente come conseguenza dell'indebolimento delle
concezioni sociologiche ed animologiche che si connettono
all'antropofagia, questa è ovunque in via di sparire: presso
numerosi popoli, già cannibali, di varie parti dell'ecume-
ne, essa è divenuta repugnante alla mentalità stessa delle
giovani generazioni.
Nonostante ciò, la natura stessa del costume ci con-
sente di tracciare con sufficiente completezza la carta di
distribuzione del c. nel globo quale era alcuni secoli or
sono. Infatti, a differenza di altri elementi culturali che po-
terono, specie in passato, sfuggire all'attenzione di osserva-
tori impreparati, il c. colpiva a tal punto la mente dei viag-
giatori anche più superficiali, che si può ritenere essere stato
segnalato ovunque si presentasse. Anche casi sporadici o
non bene accertati, o addirittura semplici sospetti e di-
cerie, furono raccolti e generalizzati a carico di popoli

che, nel loro complesso, non praticarono il c.; di qui la necessità di cautela nel vagliare le informazioni. Rare sono inoltre le testimonianze oculari. Paura e ribrezzo da parte degli osservatori, diffidenza da parte degli indigeni, impedirono spesso un'esatta valutazione dei fatti e delle concezioni loro connesse.
La distribuzione geografica del c. - pur con l'avvertenza che l'ambiente non è di per sé fattore determinante del costume - dimostra che questo è più intensamente diffuso nelle zone equatoriali e tropicali. In Africa, l'area di massima intensità coincide con la fascia centrale del continente. L'Asia è sostanzialmente esente da c. nella sua parte continentale, mentre se ne hanno più frequenti segnalazioni per le zone peninsulari e insulari. Assai più intensa è la diffusione in Oceania, e particolarmente in Melanesia e in molte isole della Polinesia, ivi compresa la Nuova Zelanda; in Australia, le aree di massima intensità sono le regioni centrali, orientali e sud-orientali. Nelle Americhe, altra area di intensità è il bacino delle Amazzoni e la zona occidentale della Colombia, nonché varie regioni dell'America centrale.

II. I MOVENTI DEL C

Solo in epoca recente, col rendersi possibile lo studio critico e comparativo di una ingente quantità di osservazioni su popoli di tutti i continenti, si è giunti a considerare da un lato la natura intrinseca dell'antropofagia nelle sue cause e nel suo spirito informatore, dall'altro le sue origini, la sua diffusione e il suo sviluppo in senso storico-culturale. Nel più esauriente studio finora compiuto in materia - che però riguarda solo il primo degli aspetti menzionati - il Volhard (1939) ha ravvisato le seguenti forme fondamentali:
1) c. profano, il cui motivo determinante consiste nella brama o necessità fisiologica di cibarsi di carne umana, sia per la carenza di altri alimenti (c. per fame o per necessità), sia per depravazione del gusto, che rende appetibile in sé la carne umana per il suo particolare sapore (c. « gastronomico »). Vittime ne sono per lo più schiavi, nemici catturati, stranieri in generale: è perciò una forma prevalentemente « esocannibalica ».
È notorio che l'estrema necessità ha spesso provocato casi aberranti di antropofagia, in occasione di guerre, carestie ecc., anche presso i popoli europei ed in età recenti.
2) c. giudiziario: ha le sue radici nella volontà collettiva di dare risalto estremo ai sentimenti di odio e di esecrazione provati dalla comunità verso individui criminali o resisi comunque colpevoli di gravi infrazioni all'etica tribale. Così nella Nuova Caledonia i malfattori, specie gli individui convinti di stregoneria, sono giustiziati e poi mangiati dal capo; analogamente vengono puniti nelle Nuove Ebridi i ladri, e fra i Batak di Sumatra, oltre a questi, anche i debitori insolventi. Fra certe tribù del Congo sono mangiati spesso gli individui che, sospettati di magia nera, soccombettero all'ordalia del veleno. Forma attenuata di c. giudiziario è l'uso, conservatosi fra popoli amicini islamizzati (Berberi del Marocco, Begia) di bere ritualmente il sangue del colpevole condannato a morte. È forma per lo più « endo-cannibalica ».
3) c. magico. Questa forma, in cui la carne umana viene consumata perché ritenuta conferire qualità soprannaturali, oppure trasmettere a chi se ne ciba determinate virtù del defunto, è assai più diffusa delle precedenti, e si trova praticata da parte di streghe e di fattucchieri anche presso popoli non cannibali. Nell'Australia meridionale, gli stregoni debbono mangiare carne umana per acquisire la forza magica; in talune regioni dell'India, le streghe sono ritenute attingere le loro doti sopranaturali ai cadaveri di cui nottetempo si cibano. Quivi, come in Birmania, in Malesia e in molte parti dell'Africa, il c. è creduto fornire a streghe e maghi la facoltà di trasformarsi periodicamente in belve (tigri, iene, leopardi ecc.). Talora, la carne umana è considerata avere magiche virtù medicinali: così i Wahehe (Tanganyika) ritengono che il cibarsene renda invulnerabili; casi constatati di simile c. terapeutico, suggeriti da stregoni, si hanno dall'Abbisinia. Diffusismo movente di c. magico è poi la credenza che il cibarsi di un determinato organo del corpo umano trasmetta le virtù reputate in esso risiedere: gli Ascianti dell'alta Guinea, gli Ovambo dell'Africa sud-occidentale mangiano il cuore dei nemici uccisi onde assimilarne il coraggio, mentre altrove è scelto allo stesso scopo il fegato; in Polinesia è spesso preferito l'occhio, considerato sede della vita o del « mana ».
4) c. rituale. Un tutt'altro complesso psicologico e animologico sta alla base di questa forma, in cui la carne umana è mangiata a causa di un obbligo rituale e in relazione ad un processo culturale. Il c. diviene qui non più un'azione compiuta a libido di chicchessia, bensì un costume obbligatorio, implicante un dovere, legato a rigide pratiche di rito. I casi più ovvi sono quelli in cui il c. costituisce parte essenziale del culto di una divinità concepita come antropofaga. Così a Tahiti « mangiatori di uomini » è sinonimo di « dèi » poiché questi sono ritenuti di-vorare le anime dei defunti. Ben nota è la forma che assume il c. nel Messico pre-colombiano, collegato a complesse concezioni astrali: come il sole divora al suo sorgere gli astri del firmamento, e come l'aquila, simbolo della divinità solare, si nutre del cuore dei prigionieri nemici, così i sacerdoti divoravano ritualmente la carne delle vittime, il cui cuore veniva offerto al Dio-sole. Più spesso che non al culto di esseri divini, l'antropofagia rituale è collegata a quello manistico, che costituisce, ad es., elemento fondamentale nella religione di molti popoli cannibali africani. Fra gli Jaga dell'Angola, nel corso delle cerimonie funerarie viene decapitata una vittima umana, il cui sangue è lasciato colare sulla tomba per estinguere la sete del defunto: i presenti bevono anch'essi parte del sangue, mentre delle carni una porzione viene sepolta presso la salma, il rimanente è mangiato dagli astanti. A tale concezione ne sono legate altre, secondo cui il c. ha nessi profondi con il successo dei raccolti, i riti di maturità dei giovani, le facoltà precative dell'uomo e della donna, il ciclo vitale e mortale delle piante e degli esseri umani. A ideologie simili è connesso presso numerosi popoli l'uso di cibarsi per dovere di pietà delle carni dei parenti defunti. Fra gli Ango della Nigeria i vecchi sono uccisi e mangiati per scioglierne lo spirito da ogni malattia. Così pure in Australia, e in certe regioni dell'Asia sud-orientale. Fra i Botocudos del Brasile, che pure hanno gran senso di affetto famigliare, è proprio il padre che sentendosi morire, prega i figli piangenti di ucciderlo e mangiallo.
III. IL C. NELLA SUCCESSIONE STORICA DELLE CULTURE. - Agli albori della scienza etnologica, a lungo si dibatté il problema se il c. dovesse essere considerato come un costumbre proprio a tutta l'umanità in un qualche antico stadio del suo sviluppo. Gli studiosi non giunsero ad un accordo sulla questione, ma l'impostazione stessa di tale questo ne dimostra l'ispirazione evoluzionistica: un'usanza così barbara e repellente agli occhi dell'uomo moderno si prestava infatti bene a far parte di quell'ipotetico patrimonio di costumi ferini che i materialisti dell'indirizzo evoluzionistico attribuivano in blocco all'umanità primitiva. Questa

teoria, enunciata dal Vogt (1873) fu sviluppata, fra altri, dallo Steinmetz (1896), il quale cercò di dimostrare come un indiscriminato e generale endocannibalismo fosse assegnabile all'uomo originario, cui sarebbero mancati "tutti i motivi che trattengono uomini più altamente evoluti dal pascersi di cadaveri». Analoghe illazioni aprioristiche si ritrovano ancora nel Mac Culloch (1912). E da notare però che anche taluni esponenti autorevoli dell'evoluzionismo si dimostrano scettici circa la pretesa universale diffusione del c. presso la più antica umanità: così, ad es., il Tylor, il quale concludeva che "i selvaggi preistorici erano sotto questo aspetto come quelli dei tempi moderni, né esenti da c. né praticanti questo universalmente».
Mancavano in realtà agli evoluzionisti, almeno in un primo tempo, da un lato sicure conoscenze di fatto circa la presenza o meno del c. nella preistoria (le testimonianze più notevoli e discusse in proposito sono dovute a scavi recenti), dall'altro lato un criterio obiettivo per determinare la maggiore o minore antichità etnologica dei primitivi viventi, criterio che fu introdotto dalla scuola storico-culturale soltanto agli inizi del sec. xx.
Per ciò che riguarda la preistoria, va avvertito che i reperti da maggiore antichità non sono abbastanza numerosi né abbastanza sicuri da giustificare per ora generalizzazioni pro o contro la tesi dell'esistenza di un diffuso c. paleolitico. Nei resti umani di Krapina (Jugoslavia), di La Quina (Francia meridionale), di Taubach Ehringsdorf (Germania), di Monte Circeo (Italia), di Ngandong (Giava), e recentemente di Whaley (Inghilterra meridionale) si è creduto ravvisare indizi di antropologia; ma non tutti gli autori sono concordi al riguardo. Quando, d'altra parte, si esaminano gli attuali popoli cacciatori-raccoglitori, ai quali si suole attribuire un'antichità etnologica corrispondente al paleolitico, si constata che, tolti rari casi (forse dovuti a prestito), il c. è ad essi quasi sconosciuto. Il massimo sviluppo del c. si trova invece fra popoli ad uno stadio ulteriore di cultura, specialmente fra gli agricoltori matriarcali, e secondariamente fra i totemisti e fra popoli aventi culture miste matriarcali-totemiche. Con il tardo matriarcato, si giunge alle forme spinte della "caccia alle teste" (Dayak a Borneo, Marind-anim ecc.).
E dunque accertato che il c. è un fenomeno culturale relativamente tardo, e non affatto connesso a presente forme di primordialità bestiale. Ciò è anche confermato dalla ricchezza e complessità delle concezioni sociologiche e ideologiche sopra viste che ad esso vanno per lo più unite, e che sono estranee alle culture veramente primitive. Questa constatazione era stata inconsciamente fatta da uno studioso non sospetto, il Lubbock, a proposito dei cannibali del Pacifico: "la mente è colpita da meraviglia e terrore quando considera il miscuglio di complicati e accuratamente congegnati sistemi politici, maniere altamente raffinate, e cerimoniosa cortesia, con una ferocia e pratica di vizi selvaggi che non hanno probabilmente paralleli...". Va infine ricordato che le forme più semplici e bestiali dell'uso (c. profano) che alcuni vollero interpretare come indici di estrema primitività, sono ora state giudicate dal Vellhard come forme tarde, aventi perduto solo secondariamente il loro fondo magico o spirituale.

BibL.: R. Andree, Die Anthropophagie, Lipsia 1873; R. S. Steinmetz, Endokannibalismus, in Mitt. d. anthrop. Ges. Wien, 26 (1896); E. B. Tylor, Cannibalism, in Enc. Brit., IV, pp. 8er.-8og; R. Thurnwald, Kannibalismus, in Ebert, Reall. der Vorg., VI; E. Vellhard, Kannibalismus, Stoccarda 1939; P. M. Schulien, rec. a E. Volhard, op. cit., in Annali Lat., 4 (1940), p. 345 sgg.; P. J. Henninger, Kannibalismus in Arabien?, in Anthropos, 25-36 (1940-41); A. C. Blanc, Studi sul c., in Studi e materiali di Storia delle Relig., 19-20 (1943-46); R. Boccassino, L'Etnalisi ecc., in Boll. palere, ital., 1947; V. L. Grottanelli, Antropofagia reale ed imaginaria nel mondo comitico, in Ann. Ist.Univ. Or. Napoli, nuova serie, 3 (1949).
Vinigi Grottanelli