ASSURDO

ASSURDO. - Dal lat. absurduus che in senso pro- prio aveva lo stesso valore di absonus (ab privativo, sonus, suono) stonato, dissono, discorde (cf. Cicerone, Tusc., II, 4; Divinat., I, 9). In italiano è rimasto il solo senso traslato in cui già erano comunemente usate le due espressioni latine. A. vien così trasferito a significare una dissonanza nel campo del pensiero e indica propriamente, tralasciando il significato al-quanto più largo e inesatto che la parola assume nel-l'uso corrente, tutto ciò che offende le norme e leggi logiche, i principi della ragione. Sarà quindi a un'idea quando sia costituita di elementi logicamente incompatibili, a un giudizio quando miri ad una sin-tesi di soggetto e predicato, impossibile dal punto di vista delle leggi del pensiero razionale. L'a. ha quindi un campo di riferimento più ristretto che non il falso cui possono riferirsi idee e giudizi in contrasto bensì con la realtà o l'ordine delle cose esi-stenti, ma non con le pure esigenze o principi della ragione. Se non tutto ciò che è falso è a., è però vera la proposizione inversa: per ogni filosofia che difenda l'oggettività della ragione, ciò che è a. è anche falso, sia pure, per sé, in un ordine puramente for-male. La scuola empiristica e lo psicologismo che hanno negato o posto in dubbio la oggettività dell'a. razionale, riducendo le norme logiche alla contin-genza e relatività delle leggi psicologiche, debbono

conseguentemente giungere alla negazione della scienza come valore universale. Senza peraltro avvertire che la loro stessa negazione, in quanto giudizio che si pone, non è assoluto valore, implicava l'universalità dell'oggettività della ragione. In realtà l'oggettività di principi razionali è un'esigenza intrinseca della natura del pensiero che non può essere altrimenti intesa se non come espressione dell'essere e dei suoi rapporti, primo fra essi quello di non-contraddizione; nella cui negazione, in fondo, direttamente o indirettamente ogni a. consiste.

In rapporto ai metodi di argomentazione è noto fin da Aristotele l'argomento per a. che prova la verità o falsità di una proposizione dalla falsità di una conseguenza. Comprende due forme diverse: la prima, detta propriamente prova per a., dimostra la verità di una proposizione dalle false conseguenze che derivano dalla sua contraddittoria, metodo d'uso frequentemente nelle matematiche fin da Euclide; la seconda, meglio detta riduzione ad a. (Aristotele, ἀπαγωγὴ εἰς τὸ ἄδυσαντον, «reductio ad impossibile», Anal. Pr., I, 7, 20 a, 30; ibid., 6, 28 b, 21) dimostra la falsità di una proposizione mettendo in luce le conseguenze false o a. cui essa logicamente conduce. Tale forma indiretta di argomentazione, quando sia rigorosamente condotta, è di indubbio valore apodittico: «riduere una proposizione a l'absurdité c'est démontrer sa condottiero» (Leibniz, Nouve. Ess., IV, c. 8, § 2).

BIBL.: G. Vailati, A proposito d'un passo del Teeteto e di una dimostrazione di Euclide, in Riv. di filosofia e scienze affini, 6 (1904), fasc. maggio-giugno, tradotto in francese sotto il titolo Sur une classe remarquable de raisonnements par réduction à l'ab-surde, in Revue de métaphysique et de morale, 11 (1904) pp. 705-807; e riprodotto in Scritti di G. Vailati, Firenze 1911, pp. 516-527; M. Dorolle, La valeur des conclusions par absurde, in Revue philosophique de la France, 86 (1918), pp. 309-13; F. Enriquez, Sul procedimento di riduzione all'a., in Boll. della Società Malatestina, Bologna 1919.