ATTO E POTENZA. - La dottrina dell'a. e della p., coi principi e le applicazioni che ne derivano, costituisce la caratteristica e il fondamento della metafisica di Aristotele.
I. NOZIONI
Le nozioni di a. e p. sorgono dall'analisi fenomenologico-metafisica del movimento, inteso nel suo significato più ampio, come sinonimo di cambiamento o divenire. È questo, del cambiamento, un fatto di universale ed immediata evidenza empirica. L'essere che noi osserviamo ci si presenta, in tutti i momenti del suo sviluppo e della sua espansione, legato a un divenire molteplici e incessante per cui non è assolutamente identificabile con l'Essere uno, eterno, immobile, descritto da Parmenide. D'altra parte, ugualmente inconsistente di fronte alla ragione e all'esperienza era la posizione di Eraclito, che, affermando il primato del movimento, nel puro divenire assorbiva anche l'essere : non è infatti concepibile il cambiamento se non in un soggetto che abbia una permanenza ontologica al di là delle sue successive perfettibilità. Occorre dunque riconoscere, con la positività del divenire, la realtà dell'essere.Ora il divenire suppone, come suo principio e possibilità intrinseca, la p. Si prenda l'esempio dell'arte fìce che scolpisce la statua : perché questo nascere, questo « divenire » della statua sia possibile, occorre anzitutto ci sia nell'arte fìce un potere reale, un principio dinamico che, messo in esercizio, trarrà all'essere la statua ; è questa la p. attiva. Inoltre anche nel marmo ci dev'essere una possibilità, un potere a divenire statua sotto lo scalpello dell'artista ; è questa la p. passiva. Entrambe, la p. attiva e la passiva, costituiscono il « terminus a quo » del movimento che per esse si realizza, mentre trapassano all'a. : è in a. l'artefice quando esercita la sua arte, è in a. la statua quando è balzata fuori dalla possibilità, inerte per se stessa, del blocco di marmo. Così l'a. è la realtà o la perfezione, il fine e il termine del cambiamento ; la p. attiva ne è il principio dinamico ; la p. passiva è la capacità di passare all'a. ; il movimento o cambiamento è il passaggio dalla p. all'a., o, meglio, l'a. dell'essere in p., in quanto è in p. ». A. e p. sono, come si vede, nozioni prime e elementari che non ammettono definizioni propriamente dette, ma si impongono chiaramente al pensiero dall'analisi del divenire e/o nell'esperienza.
Dai megarici in poi si è inclinato spesso a non riconoscere se non l'a., e a negare l'esistenza della p. Ma è chiaro che un architetto, anche quando non sta costruendo, è diverso da chi ignora l'art e di fabbricare, ed è diverso proprio perché egli ha il potere di fabbricare bene ; come un violinista non cessa di essere un artista, anche quando ha cessato di suonare. Vi è più : se tutto fosse a., senza p., tutto starebbe fermo, non ci sarebbe più nessun movimento, nessun cambiamento, nessun progresso, nessuna evoluzione. Non sarebbe dunque sopprimere poco, il sopprimere la distinzione della p. dall'a. (Aristotele, Metaphi., IX, 3, 7).
II. PRINCIPI
I principi che scaturiscono dalle nozioni di a. e di p. e che reggono tutto il campo dell'essere sono molteplici ; eccone i principali.1° L'a. e la p. dividono l'ente : cioè, ogni ente è solo a. o è composto di p. e di a. Poiché si parla di ente, infatti, si parla di una realtà che è, e che conseguentemente ha almeno la perfezione di essere : è dunque un a. Se ora quel medesimo ente rimane capace di progredire, di cambiare, di muoversi, si trova dunque in p. al termine di quel progresso, di quel cambiamento o movimento qualsiasi. È dunque composto di a. e di p. Se l'a. fosse tutto attualità, sarebbe tutto perfezione, tutte le perfezioni, Dio ; Dio solo è a. puro. Ogni altro ente è composto di a. e di p. Si può parlare di una p. pura (così vien descritta la materia prima dagli scolastici), ma essa non è affermata come un ente, bensì come puro principio dell'ente materiale, insieme con l'a. forma (v.).
2° La p. e l'a. sono realmente distinti : infatti, se la p. in un ente non si distingue essere realmente ma solo concettualmente dall'a., quell'ente è realmente tutto a. e solo a., e dunque realmente non ha un principio reale di cambiamento : si ricadrebbe nell'errore dei megarici.
3° Connesso coi precedenti ed applicato poi in molti casi è il principio che l'a., nell'ordine in cui è tale, non viene limitato o moltiplicato se non è ricevuto in una p. reale, dimodiché nell'ordine in cui esso è puro, è infinito ed unico. Eccone la ragione : l'a. non si limita da se stesso, perché nel suo concetto non entra la limitazione. Si pensi, ad es., la bellezza, e si supponga che ciò che è pensato in quel concetto venga realizzato separatamente, senza determinarsi in una cosa bella, ma rimanendo la bellezza stessa : è chiaro che la bellezza stessa è una sola, e che non è bella in certo grado, ma contiene in sé la fonte di tutti i gradi di bellezza. Per pensare la bellezza limitata o moltiplicata, occorre metterla in diversi soggetti, i quali sono tante p. reali a riceverla, e ricevendola a limitarla secondo la loro capacità.
Questa concezione è sostanzialmente quella che informa i dialoghi di Platone ; nel Fedone dove egli dice che il bello è ciò per cui le cose belle sono belle (100, d.) o nel Simposio, dove, trasmesse le bellezze inferiori, egli parla di una bellezza che sta in sé e per se stessa, eternamente unita con sé sola, mentre le altre cose sono belle per partecipazione di essa (211, b.) ; è la concezione implicita nella dottrina dell'a. puro di Aristotele e specialmente nella sua identificazione del primo Essere con l'a. d'intelligenza in sé sussistente (Metaphi., 12, 7) ; è la concezione di s. Agostino quando afferma : « Si potersi sine illis quae participatione boni bona sunt, perspicere ipsum bonum cuius participatione bona sunt... perspexeris Deum » (De Trinitate, VIII, c. 3, n. 5), ossia : « Est itaque bonum solum simplex et ob hoc solum incommutabile, quod est Deus. Ab hoc bono creata sunt omnia bona, sed non simplicia, et ab hoc mutabilia » (De Civitate Dei, XI, c. 10, n. 1) ; è quella che s. Tommaso così scolpisce : « Nullus actus invenitur finiri nisi per potentiam quae est eius receptiva » (Commentum Theologiae, c. 18).
I due ultimi principi non sono però ammessi da tutti gli scolastici. Molti di essi col Suárez pensano che un a. possa esso stesso essere p. relativamente ad un grado superiore del medesimo a. e che l'a. possa essere limitato senza entrare in composizione con una p. reale distinta, bastando a tale sua limitazione il carattere di contingenza. Tra gli altri principi, citiamo ancora che l'a. è anteriore alla p.; che l'a. e la p. sono
ATTO E POTENZA - ATTO EROICO DI CARITÀ
nello stesso genere; che da due enti in a. non può farsi un ente che sia uno: queste ed altre asserzioni sono richieste dalle stesse nozioni sopra esposte.
III. APPLICAZIONI
I concetti di a. e di p. sono utilizzati dagli scolastici in molte posizioni così filosofiche che teologiche. L'uso di essi però è diverso secondo che si ammette o che si rigetta il principio che l'a. non si limita e non si moltiplica se non è ricevuto in una p. reale. Alla luce di questo principio difatti viene, tra le altre, illustrata la dottrina della creazione, dottrina che la filosofia antica forse ignorò, o tutt'al più appena intravide, e sulla quale gli scolastici fecero, dopo s. Agostino e s. Tommaso la più diretta e la più decisiva applicazione dei principi dell'a. e della p. Il passaggio dall'uno ai molti, la coesistenza dell'infinito o perfetto col finito, la possibilità di esserli contingenti diventano in qualche modo intelligibili. L'a. di essere è in Dio puro da ogni potenzialità, uno e perfetto, ma può venire comunicato ad esseri molteplici e limitati, secondo i diversi gradi di potenzialità che entreranno nella loro costituzione. È concepibile una gradazione ontologica, al vertice della quale sta l'a. puro, trascendente, infinitamente distinto dall'universo di cui è causa immobile; e a Lui subordinati, in scala discendente, a misura che hanno meno di a. e più di p., gli altri esseri, dallo spirito puro o angelo ai corpi inanimati. È la concezione platonica della partecipazione, ma chiarita e completata, come l'hanno permesso le analisi dei principi aristotelici e come l'ha suggerito o confermato la rivelazione cristiana.Spiegata dalla teoria della p. e a. è pure un'altra dottrina importante nella filosofia tomista: la distinzione reale tra l'essenza e l'esistenza negli esseri creati. L'esistenza essendo la suprema attualità, se il suo a. non venisse ricevuto in una p. che lo limiti, sarebbe unico ed infinito; sarebbe lo stesso Essere assoluto e perfetto, Colui che è, Dio. Ogni essere limitato dunque è necessariamente composto dall'a. di essere e dalla p. e capacità di essere che conviene alla sua natura, cioè è composto di essenza e di esistenza. Parimente lo stesso principio conduce ad assegnare nel mondo dei corpi come principio d'individuazione quell'elemento dell'essenza che è la materia prima. Essendo i corpi moltiplicabili nella stessa specie, l'a. che dà la determinazione specifica, cioè la forma sostanziale, si trova moltiplicato ed in ciascuno dei molti in cui esiste vien limitato. È dunque necessario che esso attui una p. od un soggetto potenziale, il quale lo limiti e ne permetta la moltiplicazione. Tale soggetto potenziale è nella filosofia aristotelico-tomista la materia prima, la quale, ricevuta la quantità, si può dividere in molti soggetti potenziali di altrettante forme della medesima specie.
Altra conseguenza importante: la distinzione reale ammessa nella filosofia tomista tra l'anima e le sue facoltà. L'anima è in a. poiché è l'a. del corpo vivente. Se fosse identica alla sua facoltà, anche le facoltà sarebbero in a. Ma una facoltà in a. sta nell'esercizio del suo agire. Ora l'esperienza dimostra che le nostre facoltà non sono sempre in a. ma che passano dalla p. all'a.; sono dunque distinte dall'anima, la quale è sempre in a. L'essere che è la sua facoltà è anche il suo a., ed è a. puro.
La semplicità di Dio, malgrado l'unione in Lui di tutte le perfezioni, s'illumina alla considerazione delle esigenze dell'a. puro. Ciascuna perfezione deve trovarsi in Dio puramente a.: se non lo fosse, ri- terrebbe in sé quella p. passiva che non può trovarsi in Dio, che è l'a. puro. Ma quello che è puramente a. non è altro che l'a. puro. Se dunque ciascuna perfezione s'identifica in Dio con l'a. puro, una perfezione s'identifica realmente con tutte le altre, e non entra nella natura divina, nell'ordine dell'assoluto, nessuna distinzione reale: Dio dunque è semplice.
Nel mistero dell'Incarnazione, molti teologi riten- gono che l'assunzione della natura umana da parte della persona del Verbo si spiega con l'attuazione di questa natura dall'Essere personale del Verbo o almeno che quest'attuazione segue necessariamente all'assunzione; e ciò, sia che l'attuazione introduca una qualunque realtà creata o che risulti soltanto dall'unione con l'a. incroato. Questi esempi (altri potrebbero venire elencati) dimostrano di quante conseguenze e applicazioni siano fecondi, in filosofia e teologia, i principi circa la p. e l'a.