ATTENZIONE

ATTENZIONE. -

I. FILOSOFIA

Dal latino ad e tendere, è coscienza (v.) sopra qualche oggetto del mondo sia esterno come interno. A seconda della natura delle forze psichiche che la causano si distingue una a. cosciente e una incosciente, volontaria e involontaria, sensitiva e spirituale. Nella psicologia positiva l'a. era al centro della vita psichica e il suo funzionamento si riduceva alla risposta, di carattere riflesso o associativo, che il soggetto dava allo stimolo sensoriale a cui corrispondeva esattamente; nella psicologia più recente l'a. non si spiega tanto in funzione della natura fisica dello stimolo, quanto, sia del valore reale dell'oggetto (biologico o spirituale), sia delle condizioni operanti in un dato momento nel campo totale della coscienza. Ma poiché esiste anche un'a. involontaria, e non è esclusa neppure (anche se il termine sembra contraddittorio) un'a. incosciente in quanto che, mentre la coscienza attuale si dirige ad un oggetto definito, altri oggetti possono parimenti farsi presenti ma non essere avvertiti che in seguito, come ricordi o fenomeni di «già veduto», così l'a. assume un significato più vasto, coesistente e solidale quasi con tutta la vita conoscitiva e affettiva. Nell'a. cosciente l'avvertenza della presenza dell'oggetto è condizionata da definite quantità minime e massime nell'energia dello stimolo (soglia dell'a.) al di qua o al di là della quale l'a. riesce impossibile come aveva riconosciuto lo stesso Aristotele (De Sensu et Sensato, 6, 445 b 2 sgg.). La teoria fisiologica dell'a. fa ricorso alla distribuzione e all'intensità dell'energia nervosa (Titchener), la teoria psicologica fa appello piuttosto alle costellazioni d'immagini, d'idee, di sentimenti che possono essere concepite o come associazioni più o meno complesse (associazionismo) o come totalità e forme (Ganzheiten, Gestalten) immediate e originali secondo la psicologia più recente (Scuola di Wertheimer delle Gestalten, Scuola di F. Krueger della Ganzheit). In realtà la natura dell'a. è da intendersi in funzione della natura stessa della coscienza, della molteplicità dei suoi campi e della diversità delle sue attività, e non come un'attività unica e uniforme.

BIBL.: Fr. Iodl, Lehrbuch der Psychologie, 3ª ed., Stoccarda e Berlino 1924, specialmente t. II, p. 86 sgg.; J. Fröbes, Lehrbuch der experimentellen Psychologie, II, 3ª ed., Friburgo in Br. 1929, cap. 1, sez. 7; H. Gruender, Experimental Psychology, Milwaukee 1932, p. 213 sgg.; K. Koffka, Principles of Gestalt Psychology,

Londra 1936, specialmente p. 318 seg.; W. B. Pilsbury, The Fundamentals of Psychology, 3ª ed., Nuova York 1937, specialmente p. 357 seg.; W. Metzger, Psychologie, Dresda e Lipsia 1941, pp. 78 seg., 98 seg., 186 seg. Cornelio Fabro

II. PSICOLOGIA E PEDAGOGIA

Da un punto di vista descrittivo e sperimentale si possono distinguere le seguenti forme principali di a.: concentrata quando è polarizzata su di un solo contenuto di coscienza (come nel caso dello scienziato assorto in un solo oggetto e distratto per tutto il resto); distribuita, allorché si applica «contemporaneamente» a più contenuti (come nel caso di Giulio Cesare dettante più epistole nel medesimo tempo); oscillante o fluttuante, quando si porta con una certa rapidità da un contenuto all'altro (come nel caso di un guidatore di veicolo rapido); aspettante, allorquando è volta verso un oggetto non ancora in suo possesso, ma previsto e atteso - tipico il caso di chi attende una data percezione rappresentandosi in anticipo (prepercezione) - o, nel campo della patologia mentale, di certi illusi e certi allucinati che attendono alcunché di preveduto, di temuto; alcuni fenomeni cosiddetti «spiritici» o di suggestione in ipnosi o in veglia si spiegano come effetti di tal forma di attenzione - cosciente o subcosciente - eccitata dallo sperimentatore nel soggetto sopra cui opera); vigilante, quando è tesa nell'attendere uno stimolo ancora assente, cui si prepara a reagire (come nel caso dell'individuo in agguato).

Come ogni forma di attività psichica, anche quella attentiva è accompagnata da fenomeni organici, nella circolazione (congestione dei centri cerebrali in azione, parallelamente a decongestione alla periferia), nella respirazione (accorciamento delle inspirazioni, allungamento delle espirazioni), nel sistema muscolare (minima caratteristica, adattamento immediato di alcuni organi e mediato del corpo, inibizione spontanea dei movimenti contrari all'a.). Ma con ciò non si può ridurre l'a. ad un meccanismo fisiologico, considerandola un risultato delle modificazioni somatiche: lungi dall'essere la conseguenza di queste, ne è la provocatrice. Per cui l'a. ci rivela una delle più evidenti e rilevanti influenze della psiche sul soma. Il «perché» dell'a. è fondato sulla «legge dell'interesse», la quale, biologicamente considerata, è la legge stessa della vita. Gli oggetti attirano l'a. non già per il loro valore oggettivo (per ciò che sono in se stessi), bensì per il loro valore soggettivo (per ciò che sono per noi). Pertanto, in ultima analisi, il determinismo dell'a. è da ricercarsi in noi, non fuori di noi; e l'a. è essenzialmente un fenomeno di autodeterminazione.

Considerando l'a. nel suo aspetto positivo, appare tutta la sua importanza strumentale per la conoscenza: essa infatti è la convergenza della persona psichica verso l'oggetto, al fine - cosciente o subcosciente - di conoscerlo. Nel campo pedagogico va dunque data all'a. massima importanza, utilizzandone i meccanismi e a questi adeguando i metodi. Nella educazione intellettuale di grande aiuto sarà sempre la felice congiunzione dell'a. volontaria con la spontanea, specie contro le distrazioni e le divagazioni intellettuali. Ma in primo luogo è da porre l'educazione dei sentimenti mediante l'a. affettiva, così di rado giusta e sana. Circa l'educazione morale, come circa quella religiosa, la sua base è costituita dalla razionale formazione dell'abito attentivo ad oggetti sani e disattentivo nei confronti di quelli insani; al che si perviene polarizzando le energie psichiche verso un ideale morale (e di qui l'importanza dell'a. nella preghiera, che è l'espressione più facile ed abituale del sentimento religioso). Nella vita morale, uno fra gli aspetti essenziali della lotta del dovere contro la passione è la lotta dell'a. volontaria per un ideale contro l'a. spontanea per le attrattive inferiori.

BIBL.: Oltre la parte notevole dedicata all'a. in tutti i trattati di psicologia (spec. James, Wundt, Ebbinghaus, Höfling, Titchener, Baldwin, De Sanctis, Dumas, Baudin, Lindworsky), v.: Th. Ribot, Psychologie de l'a., Parigi 1889; G. Calò, La psicologia dell'a., Firenze 1907; Vachide-Meunier, La psychologie de l'a., Parigi 1910; J. P. Vayrac, Physiologie et psychologie de l'a., ivi 1914; E. Rignano, Psicologia del razionamento, Bologna 1920; A. Binet, Etude expérimentale de l'intelligence, Parigi 1922. - Per la parte patologica, v.: S. De Sanctis, La pathologie de l'a., Parigi 1910. - Circa l'a. nella preghiera, v.: S. Tommaso, Sum. Theol., 2°-2°, q. 83, a. 13; id., In IV Sent., dist. 15, q. 4, n. 2. Gislero Flesch

III. TEOLOGIA

In campo teologico l'a. si considera specialmente rispetto all'orazione e ai Sacramenti, e si divide in interna ed esterna. La prima è l'avvertenza della mente all'azione che si compie, ed esclude la distrazione o divagazione della mente alle cose estranee. La seconda esclude la distrazione esterna e consiste nell'evitare qualunque atto esterno che non possa sussistere con l'a. interna.

I teologi sono concordi nell'ammettere che all'essenza dell'orazione una qualche a. o interna o esterna è assolutamente necessaria, e che all'orazione mentale si richiede l'a. interna, essendo essa un atto dell'intelletto. La controversia riguarda l'orazione vocale. Alcuni dicono che occorre l'a. interna, e perciò affermano che non soddisfa alla recita del Divino Ufficio chi manca di qualsiasi a. interna. Altri insegnano che l'a. interna non è necessaria. La differenza praticamente è minima e il dissenso si riduce piuttosto ad una semplice questione di parole, poiché l'a. interna, secondo i teologi, può riferirsi non solo al fine proprio della preghiera che è di onorare Dio, ma anche al senso letterale delle parole, anzi perfino alle parole prese materialmente, in quanto si pronuncino integralmente ed esattamente. Tutti i teologi richiedono per l'orazione vocale, in particolare per la recita del Divino Ufficio, questa a. almeno materiale circa la retta pronunzia delle parole, la quale importa di sua natura una certa a. interna. Le distrazioni volontarie durante la preghiera sono sempre più o meno peccaminose.

Per amministrare validamente i Sacramenti basta l'a. esterna; perciò anche il ministro distratto può validamente amministrarli. Invece per l'amministrazione lecita si richiede l'a. interna, la quale esclude la distrazione volontaria, sia per la riverenza dovuta ai Sacramenti, sia per evitare il pericolo di sbagliare. La distrazione involontaria non è peccato; la volontaria ordinariamente costituisce colpa veniale. Nel soggetto che riceve il Sacramento non si richiede, ad validitatem, l'a. Chi ha l'uso di ragione e volontariamente si distrae nell'atto di riceverlo, pecca, mancando della dovuta riverenza.

BIBL.: S. Tommaso, In IV Sent., dist. 15, q. 4, art. 2, quaestium, 4; Sum. Theol., 2°-2°, q. 83, art. 13; F. Suárez, De relig., I. IV, cap. 26, n. 3; s. Alfonso, I. IV, n. 177; F. de Lugo, De Buch., disp. 22, n. 25 seg.; F. M. Cappello, Tractatus canonico-moralis de Sacramentis, I, 4° ed., Torino 1945, nn. 51, 71, 769; D. M. Prümmer, Manuale Theol. moralis, II, 9° ed., Friburgo in Br. 1940, n. 363 seg.; A. Vermeersch, Theol. mor., III, 3° ed., Roma 1935, n. 39. Felice M. Cappello
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“ATTENZIONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), p. 208. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/attenzione.