BAILLIE, JAMES. - Filosofo inglese, n. il 24 ott. 1872, m. a Weybridge il 9 giugno 1940. Dal 1902 al 1924 fu professore di filosofia morale nell'Università di Aberdeen e dal 1924 al 1938 vice-cancelliere dell'Università di Leeds. Appartiene alla scuola neo-hegeliana inglese (idealismo assoluto a tinte religiose), ma con una nota personale, specie nella seconda fase del suo pensiero, in cui si allontana dall'hegelismo puro (rappresentato dalle opere The origin and significance of Hegel's logic, Londra-Nuova York 1901; An outline of the idealistic construction of experience, ivi 1906), ed è portato a meditare sul problema della natura e del destino dell'uomo concreto, colto nella sua problematicità e nei suoi limiti, senza il presuposto della universale razionalità del reale (Studies in human nature, Londra 1921). Di Hegel tradusse la Fenomenologia dello spirito (ed. riveduta, ivi 1931).
La filosofia, secondo il B., è «il tentativo di raggiungere un'unica e piena visione dell'uomo e del suo mondo» che stanno in rapporto di relazione attiva e reciproca. A tale relazione si riduce l'intera esperienza umana in tutte le sue forme, ognuna delle quali (esperienza sensibile, morale, scientifica, ecc.) non determina l'altra e non esaurisce l'uomo e il suo mondo nella sua totalità. La verità per l'uomo è conquista graduale, rischiosa, sempre incompleta. Nessuna forma può sfuggire ai pericoli dell'errore o rappresentare la pienezza dell'individualità anche se una forma la realizza meglio di un'altra. La religione intesa come «coscienza della relazione con il trascendente», in cui l'individuo attinge una maggior pienezza, rappresenta la forma più elevata di esperienza.