BALBO, CESARE. - Storico e uomo politico italiano, n. a Torino il 21 nov. 1789, m. ivi il 3 giugno 1853. Uscito di nobile famiglia, fu prima educato dal padre, Prospero, ministro di Sardegna a Parigi e, dal 1798 al 1802, esule in Spagna e Toscana. Dalla scuola domestica, in cui C. e il fratello Ferdinando ebbero compagni Luigi Provana, Luigi Ornato e altri coetanei, nacque l'Accademia dei Concordi, nella quale, oltre ad abbracciare «le universe cognizioni umane», si pensava molto all'Italia, sotto l'ispirazione dell'Alfieri, e si chiarivano opinioni e atteggiamenti politici. Sognava allora il B. di diventare un Voltaire cristiano e all'idea della religione civilizzatrice attingeva gli elementi della sua futura dottrina del «progresso cristiano».
Nominato da Napoleone I auditore al Consiglio di Stato (1807) e segretario della Giunta toscana (1808), le rampogne del «concorde» Carlo Vidua lo inducevano ad amare meditazioni e il trasferimento da Firenze a Roma quale segretario della Consulta (1809) lo turbava. «Atterrato, addolorato, disperato» di aver mano nelle usurpazioni contro Pio VII, era colpito dallo «spettacolo rimproveratore della fortezza di quei preti». Maturava la sua crisi interiore, vigila dalla fede antica della Vidua, le cui lettere lo seguono a Parigi, a Lubiana, ovunque lo spingano i suoi uffici. La morte del fratello Ferdinando in Russia, la catastrofe di Lipsia, cui assiste, le conversazioni col Giffengia e altri ufficiali italiani imprimono significato più liberale e patriottico al suo pensiero. Alla caduta dell'Impero partecipa alla campagna di Grenoble, sente il disagio del chiuso ambiente della restaurazione, col Provana preconizza nel Piemonte «il cardine della futura salvezza d'Italia» e si lega con un nuovo amico, Santorre di Santarosa. Sono allora nuovi studi e nuove meditazioni, specie di storia, e un tentativo incompiuto di romanzo sulla Lega lombarda. Dal 1816 al 1819 scuge il padre, ambasciatore sardo, a Madrid e qui compie ricerche sulla guerra d'indipendenza della Spagna e Portogallo, che stamperà nel '47, insistendo sulla priorità dell'idea d'indipendenza su quella di libertà. Di nuovo in Piemonte, torna alle armi: assente dal dramma del '21, ma sospettato, è punito con l'esilio e poi col confino.
Ormai tutto preso dagli studi storici, pubblica nel '30 i due volumi della Storia d'Italia dal 476 al 774. Nel medioevo cristiano riconosce l'origine della civiltà moderna, nell'azione dei Papi la difesa della libertà: l'ideale neoguelfo è già in questa inscindibilità tra cristianesimo e civiltà. Deluso nelle sue aspirazioni di vita pubblica anche da Carlo Alberto, angosciato dalla morte della moglie (1833), gli studi diventano sempre più il suo conforto e la sua ragione di vita. Dal '33 al '38 è tra i promotori del risorgimento storiografico piemontese; nel '39 pubblica la Vita di Dante, pur nel travisamento del protagonista («l'Italiano più italiano che sia stato mai») così calda ed efficace; abbozza tra il '40 e il '41 i Pensieri sulla storia d'Italia; nel '42 stende le Meditazioni storiche, tentativo di filosofia della storia ispirato al concetto della historia magistra. Esponente della scuola cattolica-liberale, il B. partecipa al grande dibattito sulle funzioni del Pontefice nell'auspicato risorgimento italiano. Le Speranze d'Italia (1844), in cui l'indipendenza è sentita come il porro unum e la missione del Piemonte guerriero è esposta con passione, fanno del B. uno dei maggiori rappresentanti del libera-lismo moderato. Il mirabile Sommario della storia d'Italia (1846) vuol essere, non senza sforzo, la dimostrazione lungo i secoli della necessità dell'indipendenza e dell'unione contro lo straniero. Nell'ora dell'azione si fa giornalista politico e collabora al Risorgimento del Cavour, del quale ha scritto il programma (15 dic. 1847).
Presidente del primo ministero costituzionale (16 marzo 1848), gli toccò in sorte di dichiarare la prima guerra per l'indipendenza. Ma gli eventi furono più forti di lui e, dopo Custoza, si dimise. Come è stato rilevato dal Valeri non riusciva a sanarsi in lui la contraddizione tra l'esigenza moralistica del conservatore e la libera mente del figlio del secolo. Con il dolore recente della perdita di un figlio a Novara, andò per incarico del cugino M. D'Azeglio a trattare col Papa e l'Antonelli a Gaeta (maggio-luglio 1849), ma la speranza di guadagnare di nuovo Pio IX alla causa costituzionale fallì. Relatore sul trattato di pace con l'Austria (1850) e su provvedimenti in materia eccle-sistica e culturale (era favorevole all'assoluta libertà d'insegnamento), avversò recisamente le leggi Sic-cardi, sostenendo l'opportunità di nuove trattative con Roma e la necessità del consenso di questa. Tentato invano di formare un ministero di destra dopo le dimissioni dell'Azeglio (nov. 1852), si chiuse fino alla morte nel campo dei suoi studi prediletti. Il figlio Prospero curò la pubblicazione delle nuove e la ri-stampa delle opere più antiche.
BALBACCHINO - Particolare della Processione in piazza S. Marco, Quadro di Gentile Bellini (sec. XV). Venezia, galleria dell'Accademia.

Baldacchino - Particolare della Processione in piazza S. Marco. Quadro di Gentile Bellini (sec. xv). Venezia, galleria dell'Accademia.
appesi si trovano anche di quelli fissi al muro dietro l'al-tare, dei quali si hanno interessanti esemplari lignei dipinti dei secc. XII-XIII, di scuola catalana nei musei di Barcellona e di Vich.
Il patrono di una chiesa non può alzare in essa il b. (can. 1455); altrettanto si dica per il vicario capitolare, benché vescovo, nella cattedrale (can. 435). Nella cappella Sistina, durante il conclave ogni cardinale siede sotto un b.; avvenuta l'elezione i b. si abbassano, ad eccezione di quello del neo eletto.
Del b., posto sull'altare per ripararne la mensa, parlano Durando e vari statuti diocesani, del sec. XIII, ricordati dal p. Braun. Del b. portatile, trattano l'Ordo del canonico Bernardo (ca. 1143), l'Ordo di Cencio (ca. 1200) e Inno-cenzo III, il quale si diffonde sul suo simbolismo. L'uso di portarlo nella processione col S.mo Sacramento risale al sec. XIV.
Il b. è raccomandato sopra l'altare dove si conserva il S.mo Sacramento, ed è obbligatorio negli oratorii quann-do, per indulto della S. Sede, sono situati sotto un vano adibito a dormitorio. - Vedi Tav. XLVI.
Guglielmo Federico Volbach - Silverio Mattei