BEDA, IL VENERABILE, SANTO

BEDA, il VENERABILE, santo. - Dottore della Chiesa, n. nel 672-73 sul luogo ove Benedetto Biacop fondò, nel 674, il doppio monastero di Jarrow e Wearmouth. A questo fu egli offerto dai parenti all'età di sette anni, passando poi ben presto a Jarrow ove sempre visse. A trent'anni fu ordinato sacerdote, né mai ebbe altra dignità. «In questo monastero ho passato tutta la mia vita, consacrandomi interamente alla meditazione delle Scritture, e tra l'osservanza della disciplina regolare e la cura quotidiana di cantare l'ufficio

in chiesa, ebbi sempre carissimo lo studio, l'insegnare, lo scrivere » (Hist. eccl., V, 24).

Lo studio gli fu agevolato dai molti preziosi manoscritti che gli portavano i suoi abati dai loro frequenti viaggi sul continente e a Roma: di essi si fece egli stesso copista, collatore e correttore. L'insegnamento, la fama della dottrina e degli scritti gli procurarono molte chiare amicizie, come quella dei discepoli e poi abati del suo monastero Vetberto e Cutberto, di Notelmo arcivescovo di Canterbury, Albino, abate della stessa città, Acca, vescovo di Hexham, che lo spronarono al comporre molte opere che furono poi a loro da B. dedicate, gli fornirono materiali per i suoi studi storici e tennero commercio epistolare con lui. A Egberto, vescovo di York, oltre che inviare una lunga lettera amichevole sulla dignità episcopale, fece pure una visita nel 734, ma ne tornò ammalato, né più si riebbe. A letto continuò a dettare excerptionee quasdam dalle opere di Isidoro per uso dei suoi monaci e la versione anglosassone del Vangelo di s. Giovanni. Morì il 26 maggio 735, essendo arrivato al cap. 6, V. 9.

Insieme con Isidoro, B. è la maggior figura di erudito dell'alto medioevo, e divenne uno dei padri di tutta la cultura posteriore. Il suo influsso si sparse specialmente attraverso la scuola di York, che con Alcuino trapiantò il sapere anglosassone nella civiltà carolingia e conseguentemente in quella europea. Fu tale la sua fama, che l'anno della sua morte fu registrato anche nelle cronache del continente, come un fatto memorabile.

B. seppe, oltre il latino e l'anglosassone, il greco, ed ebbe qualche conoscenza d'ebraico. Aveva familiari i trattatisti latini e gli autori della decadenza, ma lesse anche buon numero di classici; dei Padri e scrittori ecclesiastici fece uno studio continuo, raccogliendo, fin da giovane, larghissima copia di estratti dalle loro opere. I suoi scritti di materia sacra sono quasi totalmente composti con questi materiali. Parte per gusto personale, parte per i bisogni della scuola e per l'indole dei tempi egli fu un temperamento enciclopedico e perciò un poligrafo. Si può dire che possedette tutte le scienze coltivate ai suoi tempi e in grado tale da esserne ripuntato maestro eccezionale.

I suoi scritti, di cui ci ha lasciato lui stesso un catalogo in calce alla Storia ecclesiastica (V, 24), hanno quasi tutti l'origine e lo scopo nel suo insegnamento, ad eccezione di quelli storici.

1. Opere esegetiche. - Formano la parte di gran lunga maggiore della sua produzione e sono commenti a quasi tutti i libri della Bibbia (in parte sono andati perduti, come quelli sui profeti). In essi suole ripetere le interpretazioni dei SS. Padri, specialmente di Girolamo ed Agostino, scelte con criterio e illustrate da proprie osservazioni; ma quando tenta di « volare con le sue ali » diventa prolisso e smodatamente allegorico. Fu il primo a proporre la teoria dei quattro sensi: storico, morale, allegorico, mistico, divenuta poi così familiare agli scolastici. Essenzialmente commentari di tratti del Vangelo sono pure le Homiliae per le varie feste dell'anno, una cinquantina, divise in due libri. Ad esse va annesso un Libellus precum, preghiere composte di tratti di salmi secondo il Salterio geronimiano ex hebraeo.

2. Opere didascaliche. - Alcune sono di indole elementare. Tali il De metrica arte, compendio di precetti tratto dai grammatici antichi e confortato con esempi di autori cristiani; il De schematibus et tropis Sacrae Scripturae, diviso in due parti secondo il titolo. Anche qui è la terminologia degli antichi retori applicata alla Scrittura. Il De orthographia è un dizionarietto di parole con brevi note grammaticali e lessicali e, soprattutto, distinzioni sinonimiche:

miche: dipende specialmente da Carisio. Il De temporibus tratta brevemente delle varie divisioni del tempo, della lunazione e del ciclo pasquale e finisce con una breve cronaca delle sei età del mondo; dipende dalle Etimologiae di Isidoro, con qualche prestito da Plinio e Macrobio. Fu composto nel 703. Dalle stesse fonti dipende essenzialmente il De natura rerum, che svolge concisamente in 50 capi la cosmografia celeste e terrestre.

Di carattere scientifico vuole essere invece il De temporum ratione, composto per i suoi monaci, che trovavano i precedenti trattati breviae multo digestos esse quam vellent, maximeque ille de Temporibus (prefazione). È del 725. Non solo vengono sfruttate più a fondo le fonti precedenti (Isidoro, Plinio e Macrobio), ma utilizzati anche tutti i cronografi cristiani. Così egli compose un ampio sistema di tutta la cronologia che fece testo per tutto il medioevo, ed ebbe anche per risultato di far entrare nell'uso comune l'era dionisiana, cioè il calcolo delle date dall'anno della nascita di Gesù. Anche la cronaca universale dell'ultimo capitolo secondo le sei età del mondo prende qui grande sviluppo e viene continuata fino al 725, formando l'ossatura obbligata per la parte antica di tutte le cronache universali del medioevo.

3. Opere storiche. - Formano la parte migliore, più personale e stilisticamente più pregevole della sua eredità letteraria. L'Historia sanctorum abbatum monasterii in Wieremitha et Giryum, Benedicti, Ceolfridi, Eostercini, Sigfridi etque Hscaetberthi ha per argomento l'opera di fondazione di Benedetto Biscop e lo zelo da lui spiegato per elevare il suo monastero al livello della civiltà italica. È scritta con gusto, sano giudizio storico e, per essere la prima storia di un monastero inglese, ci dà un quadro interessantissimo dello stato della cultura a quel tempo.

La Vita Cutbertii, il grande vescovo di Lindisfarne m. nel 687, fu da lui redatta prima in esametri tra il 705 e il 726, e poi, prima del 721, più diffusamente, in prosa. I capitoli sono, in tutte e due le redazioni, quarantasette, ma la materia in parte è cambiata. Si tratta però quasi sempre di miracoli operati in vita e prodigi dopo morte, e di notizie attinte ad una vita anonima anteriore ed a tradizioni lindisfarnesi. Lo scopo non è tanto storico quanto di edificazione, e a ciò è specialmente da attribuire l'enfasi del tono.

Carattere simile ha la Vita s. Felicis, riduzione in prosa dell'opera poetica di Paolino da Nola, per quelli che non leggevano i versi, condotta sull'esempio di una simile anonima riduzione dell'inno di Prudenzio su s. Cassiano. È andato perduto il Liber vitae et passionis s. Anastasii « male de graeco translatus et peius a quodam imperito emendatus, prout potui ad sensum correctus ». Anche il Liber de locis sanctis non è che un epitome in 17 capitoli dell'opera di Adammano (anteriore al 731).

Il Martyrologium « de natalitiis sanctorum martyrum diebus, in quo omnes quos invenire potui, non solum qua die verum etiam quo genere certaminis vel sub quo iudice mundum vicerint diligenter adnotare studui », è il primo dei cosiddetti martirologi storici, precursori dell'attuale Martirologio romano. La sua forma primitiva non ci è nota, perché presto molti si applicarono a farvi aggiunte; sappiamo infatti che egli lasciava vari giorni in bianco. Però si può dire che egli attinse le sue notizie alle passioni dei martiri e agli scrittori ecclesiastici antichi, e, per le semplici menzioni di nomi, dipende dal Martirologio geronimiano e dai libri liturgici. In genere fa prova, per il suo tempo, di grande esattezza e prudenza nell'uso delle fonti.

L'Historia ecclesiastica gentis Anglorum, in 5 libri, è la sua opera principale, scritta su invito dell'amico Albino e dedicata, nel 731, al re di Northumbria Ceovulfo. Premette una descrizione del paese attinta a Plinio, Orosio e Solino, segue la storia delle origini, prima secondo Orosio e poi secondo Gilda e la vita di s. Germano, sino al tempo dell'imperatore Maurizio. Di qui (I, 23) la narrazione si fa molto più particolareggiata, perché cominciava la cristianizzazione della nazione e B. disponeva di proprie fonti. Essa procede quindi per lo spazio di 135 anni sino al tempo dell'autore, unendo insieme la storia civile a quella ecclesiastica, con metodo prevalentemente biografico

ed episodico e avendo il massimo riguardo alla storia dei regni del sud e all'opera dei missionari venuti da Roma. B. è nemico dichiarato dei costumi critici (pasqua e tonsura) e quindi lascia nell'ombra o anche squalifica l'opera, pur tanto importante, dei missionari irlandesi e scozzesi.

Con tutto ciò l'opera di B. fa epoca nella storiografia moderna. Anche dopo il libro di Gregorio di Tours, a cui forse si ispirò, si può essa chiamare la prima vera storia di una nazione, degna di questo nome. Egli scelse anzitutto con cura le sue fonti sui luoghi stessi di cui scriveva e da coloro che meglio ne lo potevano fornire. Le enumera scrupolosamente (aggiungi varie vite di santi) nella sua dedica a Ceovullo, quasi per tema di impegnare troppo la propria responsabilità, oltre che per il debito di gratitudine e conclude: lectoremque suppliciter obsecro, ut si qua in his quae scripsimus eliter quam te veritas habet postia reppererit, non hoc nobis imputet, qui, quod vera lex historiae est, simpliciter ea quae fama vulgaute collegimus, ad instructionem posteritatis litteris mandare studium. Oltre a questa lealtà e schiettezza, egli presenta, per il suo tempo, notevole senso storico. Ogni evento ritenuto soprannaturale e riferito con precisione ad una fonte, e quello che racconta di propria scienza difficilmente esce dai limiti della verosimiglianza. Lenghe, per un monaco, sono le vedute per quel che riguarda la materia ecclesiastica e politica e, in generale, sicure. Sa trattare gli eventi e le persone più diverse con quella delicatezza e serenità che è di una mente superiore. In sostanza la scienza moderna non ha potuto vedere l'antica storia degli Angli in modo diverso da come lui l'ha narrata.

La sua narrazione ha l'inestimabile vantaggio di essere tutta saldamente impostata sull'era dionisiana ab incarnatione; è chiara, ben ordinata, sufficientemente proporzionata e non manca di una reale unità. Per questo è facile a leggere ed a seguire. La rendono anche gradevole e spesso avvincente le doti dello stile. B. vuole e suole essere sem-

plice, cioè sobrio e modesto, né cerca mai gli effetti retorici; ma spesso si anima e sa dipingere al vivo e narrare efficacemente scene che colpiscono per la loro freschezza e per il carattere di verità e immediatezza, seppure ancora semibarbariche. Anche la notevole purezza del linguaggio aiuta grandemente la trasparenza del dire. L'Historia ebbe pronta diffusione: alla fine del sec. VIII Paolo Discono già se ne serviva.

B. è già salutato dal Concilio di Aquisgrana dell'836 (Mansi, XIV, 726) venerabilis et modernis temporibus doctor admirabilis, ma, come epiteto stabile di lui, il titolo venerabilis comincia ad apparire solo sui cataloghi del sec. XI. Fu venerato come santo in patria subito dopo la morte e poi accolto dal Baronio tra i santi del Martirologio romano; nel 1879 Leone XIII lo proclamò dottore della Chiesa universale. Festa il 27 maggio.

Le opere di B. si trovano già nel sec. IX nelle grandi biblioteche di Reichenau, St. Riquier, Lorsch, Sangallo ecc.; perciò ne sono numerosissimi i manoscritti. Però manca una buona edizione complessiva; scadente quella del Giles, in 6 voll., Londra 1843, riprodotta in PL 90-95: vol. I, prolegomeni e operette didascaliche; II-IV, esegetiche; V, omelie, poesie e opere agiografiche; VI, la storia. Buone edizioni critiche sono quelle dell'Historia, della Vita sanctorum abbatum e della Lettera a Egberto di C. Plummer, Baeda opera historica (2 voll., Oxford 1896); della Metrica e Orthographia in H. Keil, Grammatici latini, VII (Lipsia 1880, pp. 219 e 261); del De schematibus et tropis in C. Halm, Rhetores latini minores (Berlino 1863, p. 607) delle due forme della cronaca (nel De temporibus e nel De ratione temporum) di Th. Mommsen in MGH, Auct. antiq., XIII, p. 223 sgg.; del De locis sanctis di P. Geyer in CSEL, XXXIX, p. 301.

Il nome, originariamente Baeda, già al tempo del nostro si scriveva preferibilmente Beda; dipoi fu spesso latinizizzato Bedanus. Cf. H. Zimmer, Zur Orthographie des Namens B., in Neues Archiv, 16 (1891), p. 599. I dati della vita sono essenzialmente quelli di lui lasciati in calce alla Historia, gonfiati in una retorica Vita anonima (PL 90, 42) e rielaborati, dopo il Mabillon e i Bollandisti, soprattutto dal Plummer nel prolegomeni all'edizione citata. B. parla delle sue opere come di « annotazioni tratte ex opusculis venerabilium Patrum » e delle loro citazioni raccomanda ai copisti di tener conto nelle copie con indicazioni marginali (PL 94, 698). Naturalmente ciò fu fatto solo eccezionalmente in alcuni manoscritti, di cui cf. E. F. Sutcliffe, Annotations in the Ven. Bedry Commentary on S. Mark, in Biblica, 7 (1926), p. 428 e Some Footnotes to the Fathers, ibid., 6 (1925), p. 205. Le fonti sogliono essere i quattro dottori latini. Una lista delle citazioni di autori profani è stata redatta dal Plummer, loc. cit. e, per la cronaca, dal Mommsen. A. Wilmart ha identificato una raccolta di tali estratti da S. Agostino per un commento su S. Paolo, La collection de Bède le vénérable sur l'Apôtre, in Reu. bénéd., 36 (1926), p. 16 sgg. - Sulle opere didascaliche e quelle storiche vedi specialmente M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, I, Monaco 1911, p. 70 sgg., e i prolegomeni delle edizioni citate, particolarmente del Plummer. La Historia ecclesiastica fu già tradotta in anglosassone dal re Alfredo il Grande (849-901); ed. J. Schipper, Lipsia 1899. Nulla invece resta delle versioni in anglosassone fatte da B. stesso.

B. attesta di aver composto Librum hymnorum diverso metro e Librum epigrammatum heroico metro sive elegiaco. Ne resta solo l'inno abecedario di 27 distici per S. Editrido, inserito da lui nella Storia, IV, 18, due parafrasi poetiche dei salmi 41 e 42 e altri inni meno sicuri che G. Dreves, Aualecta hymnica, 50 (1907), p. 96 sgg. fa salire a sedici. A parte sta il De die iudicii (PL 94, 633), in esametri, il più notevole dei suoi carmi. Cf. Manitius, loc. cit. p. 86; W. Meyer, Poetische Nachlese aus dem sogenannten Book of Cerne in Cambridge und aus dem Londoner Codex Regius 2 A XX, in Gött. Nachr., 1917, p. 598 sgg. e J. E. Raby, Christian Latin Poetry, Oxford 1927, p. 145 sgg.

Anche il Liber epistularum ad diversos è andato sostanzialmente perduto. Ne restano solo sedici, raccolte in PL

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(fot. Enc. Cott.) BEDA IL VENERABILE - Explanatio Apocalypsis, Lib. I (sec. XI). Biblioteca Vaticana, cod. lat. 641, fol. 5v.
94, 655 sgg. - Sulle Omelie cf. G. Morin, La liturgie de Naple au temps de s. Grégoire et deux évangéliaires du VIIe siècle, in Revue bénéd., 8 (1891), p. 481 sgg., e Le recueil primitif des homélies de Bède sur l'Évangile, ibid., 9 (1892), p. 316 sgg.; I. Chapman, Notes on the Early History of the Vulgata Gospel (Oxford 1908), p. 76 sgg. - Sul martirologio H. Quentin, Les martyrologes historiques du Moyen Age (Parigi 1908) e il suo articolo Bède, in DACL, VII, coll. 395-402.

Molte opere, certo apocrife, corrono tra quelle di B. nei manoscritti e nelle vecchie edizioni. Sono raccolte dal Giles in fondo a ciascuna classe di quelle ritenute autentiche. Da notare che non sono di B. le quattro orazioni che chiudono il Libellus precum; il De ratione computis (PL 90, 579) è un estratto posteriore del De temporum ratione. I commenti

a Matteo e Giovanni sono parimenti posteriori, il primo tolto da Rabano Mauro e il secondo in parte da Alcuino, e così pure quello In Genesim; cf. Schönbach, Über einige Evangelienkommentare des Mittelalters (Sitzungsberichte der Wiener Akad., 146, iv), Vienna 1903. Invece P. Lehmann, Wert und Echtheit einer B. abgesprochenen Schrift (Abhandl. der Bayr. Akad., iv), Monaco 1919, tende a ritenere autentico il Liber quaestionum (PL 93, 455) che va tra le opere spurie. Il Morin, Notes sur plusieurs écrits attribués à B. le vénérable, in Rév. bénéd., 11 (1894), p. 289 sgg., riconosce i Capitula lectionum in

Pentateuchum Moysi, Iosue, Iudicum nel cod. Parigino lat. 2342, semplici estratti da Isidoro, e inclina ad attribuire a B. gli argumenta e le explanationes contenuti nell'apocrifa In psalmorum librum exegesis (PL 97, 478). Il De Bruyne, Note sur les uns, et les éditions du commentaire de B. sur les Proverbes, in Journal of Theolog. Studies, 28 (1926-27), p. 182 sgg., ha ritrovato il commento di B. a Prov. (frammenti in PL 91, 1051). Bedae Venerab. Expositio Actum et Retractatio ed. M. L. W. Laistner (Medieval Academy of America Publications, xxxv). Su B. interprete della Scrittura vedi Cornely, Introductio in utriusque Testamentibus libros sacros, I, Parigi 1885, p. 465 e F. Plaine, s. V. nel DB, I, col. 1538.

BIBL.: K. Werner, B. der Ehrwürdiges und seine Zeit, 2e ed., Vienna 1881; F. Plaine, Le vénérable B., docteur de l'Église, in Revue Anglo-Romaine, 1896, p. 49 sgg.; G. F. Browne, The Venerable B., Londra 1919; J. E. Raby, s. V. in DHG, VII, col. 395 sgg.; A. Hamilton Thompson, B. His Life, Times and Writings, Oxford 1935; B. Capelle, M. Inguanes, B. Thum, S. B. Venerabilis (Studia Anselmiana, fasc. VI), Roma 1936. Antonio Ferrua
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“BEDA, IL VENERABILE, SANTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), p. 664. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/beda-il-venerabile-santo.