BENEDETTINA, ARTE

BENEDETTINA, ARTE. - In senso stretto il termine designa, ed è per questo usato da buona parte della critica moderna, un moto di arte che ha avuto il suo centro nell'Italia meridionale e centrale fra il IX ed il XII sec. D'altro canto l'enorme importanza religiosa, politica, sociale che l'Ordine benedettino ebbe in specie nel medioevo si riflettuta su tante e tanto varie manifestazioni artistiche improntandole di un suo particolare carattere, imprimendo un suo proprio accento a diversi linguaggi figurativi, che è d'uopo farne cenno anche sotto questo rispetto.

Già fin dalle origini per la tempra morale e intellettuale del suo fondatore, per le personalità presto accorse nelle sue file, l'Ordine appare come il più valido custode della tradizione culturale romana ancora vivente che, in fatto d'arti figurative, equivale ormai ad arte paleocristiana. L'avvento al papato di s. Gregorio Magno, stringendo i legami fra l'Ordine e la Sede romana, lo rafforza e ne allarga, nell'attività missionaria, la funzione non solo religiosa ma anche culturale. L'a Evangelia o miniatore che si conserva a Cambridge, inviato in Inghilterra da papa Gregorio a mezzo del monaco benedettino Agostino che sarà vescovo di Canterbury, è un chiaro esemplare di questo perpetuarsi di spirito e di forme paleocristiane.

Queste prime missioni romano-benedettine immettono (pur non volendosi negare limitati contributi di cultura orientale da parte del monachismo siriaco o tebatico) una vena di tradizione paleocristiana, in un terreno ricco di altre antiche tradizioni - la cultura celtica; e ne suscitano e richiamano altre copiose sorgenti, coinvolgendosi assieme nel grande rivo dell'arte anglosassone e dell'arte irlandese; delle quali ora si torna a disputare quale abbia la precedenza (Masai), ma, entrambe, potentemente originali ed aventi entrambe nella ricca e stupida produzione miniaturistica e in quella affine, ma più modesta, delle croci scolpite, origine e carattere prevalentemente, per non dire esclusivamente, monastico e più precisamente benedettino.

Come in gran parte monastici sono gli "scriptoria", nel periodo carolingio e poi anche nell'ottomano; ed è perciò dai monasteri benedettini di Metz, di Tours, di S. Gallo ecc. ecc. che escono i più insigni codici miniati.

Nell'Italia meridionale, attorno alla abbazia madre di Montecassino e nelle minori che le fioriscono intorno, ferve il lavoro delle officine librarie, mentre sorgono le chiese e si adornano della decorazione di vasti cicli pittorici, impiegando così vere e proprie maestranze di pittori e di minatori dipendenti dell'Ordine.

Nella chiesa del montano cenobio di S. Vincenzo al Volturno una serie di affreschi evangelici, databili al sec. IX, hanno un vigore schietto e popolaresco che li riconduce sempre alla solita fonte tardo-romana.

Ma è soprattutto al tempo del grande abate Desiderio (1058-86) e dei suoi lavori di rinnovamento e di abbellimento del monastero e della chiesa di Montecassino, che si può ricondurre quel movimento definibile come "a b. s. stricto sensu".

Distrutti i musicai di Montecassino, ne restano invece cospicua testimonianza da un lato la serie dei codici miniati, dall'altro quella di affreschi. Fra questi, importantissimi quelli di S. Angelo in Formis, fra quelli una Vita s. Benedicti alla Vaticana, un Regestum di S. Angelo in Formis (biblioteca di Montecassino) EXULTET (v.) ecc.

Si discute intorno al valore e all'originalità di questa arte, specialmente nei confronti dell'arte bizantina metropolitana. Mentre il Bertaux tende ad accentuare il carattere bizantino, il Van Marle, riconosciutivi il saldo e continuo legame stilistico tra le manifestazioni del IX e quelle dell'XI sec., inclina a giudicarla piuttosto dipendente dall'arte corologia e ottoniana. Maggiore indipendenza riconosce il Laduve, e così il Lavagnino.

Che l'abate Desiderio abbia commesso opera di orfeeria e di intaglio a Costantinopoli, che ne abbia fatto venire maestri di musicaio e di tarsia risulta dai noti passi della Cronaca di Leone Ostiense. Ma tutto lascia credere che questo intervento di elementi stranieri sia stato operato assai più nel campo tecnico che in quello stilistico. Acquisto di oggetti rari e preziosi, opera ed insegnamento di maestri specializzati in operazioni difficili e complesse delle quali si era perduta la tradizione, piuttosto che artisti creatori. E se anche vi sia stata partecipazione di qualche artista (l'a imaginarius o oltre che il "maestro"), la sua opera è stata limitata; scarso e di brevissima durata il suo influsso; sicché i suoi allievi locali assunsero subito una posizione autonoma. La imponente decorazione di S. Angelo in Formis ne offre la prova. Poiché in essa, che evidentemente riflette le vicende della scuola cassinese al tempo della venuta di codesti greci, solo pochi brani, sull'esterno della facciata sotto il portico ed in specie l'Angelo e la Madonna sulla porta hanno un puro e squisito accento bizantino, nella raffinata decoratività, nella rigidezza araldica, nell'astratta solennità degli aspetti. Mentre invece mediante successivi sviluppi di gusto e di stile, con varie mutazioni di toni sentimentali rivelanti il succedersi di altrettanti diversi maestri, dalle Storie di eremiti, ancora all'esterno, dall'enorme Giudizio Universale sull'interno della facciata,

attraverso alle numerosissime storie bibliche ed evangeliche lungo le pareti delle navate, si arriva ad atteggiamenti di un robusto, quasi violento espressionismo nel Redentore dell'abside che tradisce legami con l'arte ottoniana. Ma, fra questi due estremi, si stende la massa più cospicua di codeste pitture, e in specie la serie delle «storie bibliche ed evangeliche», che ha un carattere suo proprio, di grande efficacia rappresentativa ed espressiva nelle composizioni, nella vivacità degli atteggiamenti, nella semplice e perspicua drammaticità della mimica; una ispirazione di vena fresca e copiosa, un sentimento maschio e schietto; un piglio popolaresco ma per nulla plebeo, un dipingere svelto a macchie di colori sul bianco dell'intonaco con preferenze di toni freddi (e celesti, violacei, rossi amaranto, bruni), entro contorni vigorosi ed in compendi serrati. D'altronde anche l'iconografia si distacca da quella orientale; p. es., il Cristo, in persona, nella scena del Giudizio, in luogo del trono vuoto dell'Etimasia. Un artista questo, con i suoi collaboratori, tra i maggiori, senza dubbio, del medioevo. Queste medesime qualità sia pur trasposte nel formato del «passo ridotto» rivelano i migliori codici cassinesi, in specie la Vita s. Benedicti. E qualcuno degli Exultet; anche se taluno di questi (quello di Salerno, p. es., per la rifinanza della fattura; quello di Bari per talune scritte in greco) presenti una qualche maggiore accentuazione di bizantinismo.

La qualità scadente di taluni di essi non deve meravigliare, quando si pensi che non tutti provengono da vere e proprie officine librarie e miniaturistiche, ma sono copie, per l'uso corrente, tratte dagli esemplari più di riguardo ed evidentemente per risparmiare questi. Essi non possono quindi giudicarsi alla stregua delle opere d'arte, ma piuttosto come produzioni manuali di disegnatori occasionali, dilettanti privi di preparazione tecnica; e perciò troppo severo appare il giudizio del Bertaux sulla «barbarie» del secondo esemplare di Gaeta, copia letterale ma rozza, ad opera di un calligrafo inesperto di disegno, dell'altro esemplare che è invece opera di artista dotato di notevole personalità e tipica di questo indirizzo.

Che queste così varie e numerose manifestazioni di a. b. delle quali è ricca l'Italia meridionale, abbiano avuto un loro particolare carattere differenziato appare ovvio anche per ragioni storiche, poiché non è dubbio che il monachismo occidentale benedettino tendeva se non a contrapporsi certo a distinguersi dal monachismo orientale pur diffuso specialmente in Puglia e in Calabria con i cosiddetti Basilian.

Esse d'altronde appaiono in stretta parentela – e anche questo è ovvio per ragione storiche – con la pittura che si sviluppa a Roma fra il sec. IX-XII. Come la più antica Ascensione (databile fra l'8.17 e l'8.55) e poi le mirebili Storie di s. Clemente e di s. Alessio nella chiesa inferiore di S. Clemente anteriori al 1084, nelle quali il peculare carattere del linguaggio pittorico romano medievale, basato prevalentemente sul valore decorativo di una linea sottile, vibrante, si manifesta in modi squisitamente eleganti, in tono di aulica raffinatezza, quali pure si trovano, se pure in grado minore, in altri cicli affrescati, specialmente in S. Elia a Nepi, opera di Stefano, Giovanni, Niccolò (inoltre Farfa, Tuscania).

Mentre pur sempre in questa corrente ma con una vena di più rude sentimento, in atteggiamenti quasi dialettali si possono annoverare altri cicli affrescati laziali con storie del Genesi (S. Maria in Vescovo, S. Giovanni a porta Latina a Roma) in parallelo alle illustrazioni di talune Bibbie atlantiche (Toscana).

Romani e benedettini insieme sono gli affreschi della chiesa benedettina di S. Maria in Pallara sul Palatino e la grande e rarissima tavola con il Giudizio Universale, da poco entrata nella Vaticana, firmata da Giovanni e da Niccolò, e databile, come giustamente afferma il Redig de Campos, alla fine del sec. XI piuttosto che al sec. XIII come vorrebbe il Paeseler.

Se come a. b. si può designare propriamente codesta pittura dell'Italia centro-meridionale anche gran parte di tutta la produzione artistica in genere nel

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periodo fra il IX sec. (e anche prima) ed il XIII anteriormente all'affermarsi dei nuovi Ordini mendicanti, si può ricondurre sotto l'attività multiforme dell'Ordine benedettino, che ricopriva con le sue potenti e fiorenti abbazie tutta l'Europa civile e in via di civilizzazione da Ripoll a Fulda, da Durehm a Nonantola, da Durrow a Einsiedeln.

Ed è soprattutto Cluny che, con il prestigio della sua religiosità, della saggezza e fermezza dei suoi ordinamenti diviene un centro singolarmente vivo e attivo per l'assimilazione, l'elaborazione, la propagazione di correnti artistiche e in specie di tipi architettonici, nei periodi che corrispondono ai tre abati: Berno (1100-127), Maiolo (1154-94) e Ugone (1049-1109) e alle rispettive costruzioni della chiesa abbaziale, relativamente modesta quella di Bernone (il cosiddetto Cluny I), maggiore quella di Maiolo (II), di una sontuosità ed imponenza eccezionali quella di Ugone (III), nella quale si affermano con vigoria nuova e si chiariscono motivi architettonici, già timidamente apparsi altrove: come specialmente la pianta a croce arcivescovile con doppio transetto e doppio coro (per potere allegare il grande numero dei monaci) e l'ambulacro attorno all'altar maggiore, coronato da una serie di piccole cappelle o conche absidali; mentre vi fa una delle primissime, se non forse la prima apparizione l'arco acuto nelle pareti portanti lungo le navate. Motivi che si diffondono largamente ed anche, se pur più raramente, in Italia, dove gli esempi più notevoli di deambulatorio con conche absidale di tipo cluniacense, sono il duomo di Aversa fondato dai duchi normanni, e la chiesa abbaziale di S. Antimo presso Siena.

Ma bisogna tener presente che i legami di Cluny con Roma e quindi anche con Montecassino rimasero sempre saldi e tenaci; se vediamo i Pontefici visitare frequentemente l'abbazia e Urbano II consacrarvi gli altari del coro nel 1095, e Innocenzo II nel 1130 la intera nuova chiesa fondata da Ugone e proseguita da Ponzio (Pons) di Mergueil (1109-122) e finita da Pietro il Venerabile (1122-56).

Parallelamente al crescere dell'abbazia centrale cluniacense e di altre viciniori in Borgogna nella Linguadoca e sempre a stimolo di quella centrale di Cluny, altre ne sorgevano che furono ricchissime d'arte e famose come la Daurade a Tolosa e soprattutto, ad opera degli abati Duvand (1048-72) e Ansquetil (1085-1115), quella di Moissac.

Ed anche è da tener presente che tra i maggiori di questi promotori e costruttori benedettini è da annoverarsi quel Guglielmo da Volpiano nativo del Lago d'Orta, fondatore di un'abbazia in Piemonte (Fruttaria), monaco a Cluny sotto l'abate Maiolo e fondatore della chiesa di S. Benigno a Digione; quindi chiamato dal re normanno Riccardo II a fondare l'abbazia di Fécamp; Guglielmo da Volpiano, che introdusse certo nell'architettura normanna e borgognona risultati di esperienze, motivi di gusto, elementi costruttivi e decorativi di origine lombarda. Così come è probabile che sia stato apportatore di usanze e pratiche lombarde in Inghilterra l'abate Lanfranco creato arcivescovo di Canterbury.

La serie degli stupendi capitelli già nel deambulatorio (ora al museo Octav) di Cluny sulla cui datazione si disputa (Kingsley Porter 1095, Michel 1130-40, Aubert 1109-1130 e 1113-18), trovano riscontro per il gusto già goticheggiante e la sottigliezza della fattura in esemplari del duomo modenese: non tanto nelle «storie bibliche» di Wiligelmo sulla facciata, quanto nei capitelli con dro-

leries al sommo delle lesene sul fianco. Mentre piuttosto all'arte di Wiligelmo sembrano accostarsi da un lato il timpano con il Giudizio di Congues (ca. 1130-135) dall'altro le Storie evangeliche di Moissac. E a Moissac, il sublime timpano del Giudizio, come a Souillac l'altro timpano famoso, evocano strani, mal definiti, ma sicuri echi di arte del lontano Oriente con atteggiamenti stilistici e particolari iconografici, che richiamano l'India e la Cina.

Tra le pitture, la serie di storie bibliche sulla volta della navata nonché altri affreschi del portico e dell'abside nella chiesa abbaziale di St-Savin-sur-Gartempe, nel Poitou, mostrano grande analogia nel disegno e nella composizione con S. Angelo in Formis, pur differenziandosene per la gamma accordata sui toni caldi di orce gialle, di rossi, di verdastri, e per una certa più sviluppata eleganza. Maggiore è l'affinità, anche in tema iconografico, fra S. Angelo in Formis e il gruppo di affreschi di una delle chiese della «Dives Augia» sul lago di Costanza: S. Giorgio in Obergell a Reichenau, come ha già riconosciuto il Kraus.

La pittura cluniacense vera e propria della quale, distrutta la decorazione della chiesa di Cluny nota solo per vecchie descrizioni, possiamo conoscere una diretta derivazione a Berzé-la-Ville in Borgogna, sarebbe, secondo il Mercier e il Focillon, più vicina ai modi bizantini che a quelli romanici di St-Savin e altri, per una maggiore raffinatezza tecnica nella delicatezza e continuità del modellato, nella pienezza e ricchezza del colore. Ma questi affreschi di Berzé-la-Ville hanno anche sorprendenti affinità con taluni della cripta di Anagni (figure di Ippocrate e Galeno ecc.).

Una nuova ondata di diffusione dell'a. b. latu sensu si ha con la riforma cistercense, tanto efficace nel propagare agli inizi del XIII sec. modi di un gotico austero fino alla nudità; ma non per questo meno espressivo e suggestivo. I cui motivi fondamentali,

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(per cortesia del dott. B. Degenhart) Benedettina, arte - Pagina coinlata dell'Honillarium copiato dal monaco Leone nel 1072: l'abate Desiderio, Leone e Giovanni, arciprete della Chiesa marsicana - Montecassino, ms. 99.

BENEDETTINA, ARTE - Deambulatorio della chiesa della basi di S. Antimo (scc. XII) - Castelnuovo dell'Abate presso Moltalcino (Siena).

nella loro essenzialità costruttiva, si andranno più tardati adottando, ma con sostanziali modifiche e adattamenti che ne alterano il significato, dai due grandi Ordini mendicanti dei Francescani e dei Domenicani.

Secondo l'opinione più diffusa, ma recentemente contraddetta dal Serafini, una lunga serie di abbazie, filiazione l'una dell'altra, segnerebbe in Italia il diffondersi insieme della Regola cistercense e delle architetture esemplate su quelle di Cîteaux e di Clairvaux: Fossanova, Casamari, S. Maria di Arbon, S. Galgano da Siena e via via altre tante fra le quali le molte Chiaravalli in onore di s. Bernardo. Non senza che tale influsso si sia potuto esercitare anche in chiese secolari, quando troviamo nomaci di S. Galgano alla testa della fabbrica del duomo di Siena, a proposito del quale l'esistenza originaria di un deambulatorio di tipo cluniacense derivato dall'esempio di S. Antimo supposta dal Lusini ed accettata dal Salmi è contraddetta dalla critica più recente (Carli).

Tipica negli esemplari di chiese cistercensi italiane più vicine all'origine è la pianta a tre navate con transetto largo e cappelle terminali quadrate attestate al transetto.

Il rapido fiorire degli Ordini mendicanti segna la decadenza dei Cistercensi, ma, come s'è detto, i nuovi Ordini assumono, in parte, lo stile architettonico di quelli.

Di recente, ad un nuovo movimento artistico benedettino si è tentato Beuron (v.), monaci pittori e decoratori della quale operarono anche largamente a Montecassino (Cripta) al principio del secolo. Ma questo stile sembra piuttosto un programmatico compromesso fra una cultura volutamente arcaizzante e un gusto piuttosto incerto quale era quello di quel tempo tra il « floreale » e il prerafaelita.

BIBL.: Per l'a. b. propriamente detta: L. Coletti, I Primitivi, I, Novara 1942 (con la bibl. precedente); in contrasto con l'indirizzo da questi seguito: R. Longhi, Giudizio sul Duecento, in Proporzioni, II, Firenze 1948; inoltre: M. Avery, The Exultet Rolls of South Italy, Princeton 1936; F. Masai, Sur les origines de la miniature irlandaise, Bruxelles 1938; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de St Benoit, II, Maredsous 1942, pp. 207-309; - Per la pittura in Francia: P. Mercier, Les primitifs français. La peinture chinoise, Parigi 1931; H. Focillon, La peinture romane en France, ivi 1938; G. Gaillard, Les fresques de St-Savin, ivi 1944. - Per l'architettura e scultura: C. Enlart, Origines françaises de l'architetture gothique en Italie, Parigi 1894; E. Bertaux, Histoire de l'art di A. Michel, I, ivi 1905; G. T. Rivoira, Le origini dell'architettura lombarda, Roma 1907; V. LUCINA, Il duomo di Siena, Siena 1911; V. Terret, La sculpture bourguignonne au XIIe et XIIIe siècles, Parigi 1914; A. Kingsley Porter, Lombard architecture, Nuova Haven 1917; id., Romanesque sculpture of the Pilgrimage Roads, Boston 1923; E. Mâle, L'art religieux du XIIIe siècle en France, Parigi 1923; C. Oursel, L'art roman de Bourgogne, Boston 1928; M. Salmi, L'architettura románica in Toscana, Milano 1928; M. Aubert, L'art français à l'époque romane, Architecture et sculpture, Parigi 1929-32; R. Rey, La sculpture romane languedocienne, ivi 1936; J. K. Conant, The third church at Cluny, in Medioeval studies in memory of A. K. Porter, Cambridge 1930, pp. 327-57; G. de Francovich, Vitigelmo da Modena e gli inizi della scultura románica in Francia e Spagna, in Riv. dell'ist. di Archeologia e st. dell'arte, 7 (1940), pp. 225-94; P. Deschamps, Les sculptures de l'église de St-Foy de Couvent et leur décoration peinte (Monuments et mémoires, 38), Parigi 1941; E. Carli, Vetrata ducecsa, Firenze 1946. - Per la scuola di Beuron: G. Prezzolini, La teoria e l'arte di Beuron, in Vita d'arte, 1 (1908, IV), pp. 205-20 e 1 (1908, VIII), pp. 39-55. Luigi Coletti.