BOEZIO, ANICIO MANLIO TORQUATO SEVERINO. -
I. VITA
B. n. a Roma dalla nobile stirpe degli Anici, verso l'anno 480 quando il regno di Odoacre stava per soccombere sotto i colpi degli Ostrogoti. Mortogli il padre quando ancora era in tenera età, fu educato probabilmente in casa dell'amico Aurelio Memmio Simmaco, console, di cui in seguito sposò la figlia Rusticiana. Entrato ancor giovane nella vita pubblica, a 25 anni era già senatore, nel 510 console senza collega, onore piuttosto raro, anche per un protetto di Teodorio. Alla dignità del consolato furono pure elevati nel 522 i suoi due giovanissimi figli Simmaco e Boezio. Pur tra gl'impegni dei pubblici uffici, B. attese con passione agli studi, particolarmente della filosofia greca cui si era dedicato fin dalla giovinezza. Le vicende politiche vennero purtroppo a troncare assai presto quella vita già tanto feconda e ricca ancora di grandi promesse. Nel 523, per aver difeso il senatore Albino accusato di segreta intelligenza con l'imperatore Giustino ai danni diTeodorico, B. venne coinvolto nella stessa accusa, esiliato e chiuso in carcere, e infine processato e condannato a morte il 23 ott. del 524. A questa tragedia non sembra estraneo il motivo nazionale e religioso, giacché Teodorico era barbaro e ariano, mentre B. era un paladino del cattolicesimo e della romanità. Dalla tradizione B. fu sempre venerato come martire. Leone XIII ne approvò il culto per Pavia con decreto della S. Cong. dei Riti del 25 dic. 1883. Se ne celebra la festa il 21 luglio a Pavia dove fu ucciso e a Roma nella chiesa di S. Maria in Portico a Campitelli che, secondo la leggenda, ha speciali rapporti con la famiglia di B. per essere stata dotata dalla cognata s. Galla.
Il. Opere. - B., autentica tempra di studioso e innamorato della cultura classica pur senz'aver studiato ad Atene come da qualcuno erroneamente fu asserito, lasciò un gran numero di scritti, nonostante le distrazioni della politica e la brevità della sua vita. Abbiamo di lui dei trattati sull'aritmetica, sulla musica e una dubbia Institutio geometrica, per quanto sia certo, come ne fa fede il contemporaneo ed amico Cassiodoro, che B. scrisse anche di geometria. Vengono poi le versioni dell'Isagoge di Porfirio e di vari trattati logici di Aristotele, nonché di commenti a Porfirio stesso, ad Aristotele ed ai Topici di Cicerone. Ma soprattutto vanno notati i lavori originali che sono cinque trattati e questioni di logica, gli opuscoli teologici ed il capolavoro De consolatione philosophiae. Gli opuscoli teologici che ebbero grandissima voga in tutto il medioevo, sono: 1) Liber de sancta Trinitate, ovvero: Quomodo Trinitas unus Deus ac non tres Diu; 2) Utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantia-liter praedicentur, in forma di lettera al diacono Giovanni; 3) Quomodo substantiae in eo quod sint, bonae sint, cum non sint substantiaia bona, risposta ad un quesito del diacono Giovanni intorno alla bontà delle sostanze. È il notissimo opuscolo detto dagli scolastici De hebdomadibus per l'allusione che B. vi fa a un suo lavoro (andato perduto) sulle Settimane; 4) De Fide catholica, che oggi però non è ritenuto autentico; 5) finalmente Liber contra Eutichem et Ne-storium, detto anche nel medioevo Liber de persona et duabus natura. La paternità boeziana di questi opuscoli non può ragionevolmente essere messa in dubbio sia per l'unanime tradizione dei codici, sia per la testimonianza di Cassiodoro che attribuisce espressamente a B. un libro «de sancta Trinitate et capita quaedam dogmatica et librum contra Nestorium» (Ancedoton Holderi, ed. H. Usener, Bonn 1877, p. 4). La cronologia di questi scritti è molto incerta; sembra tuttavia doversi riportare all'ultimo periodo della vita di B. e probabilmente all'anno 520. Il testo si può trovare in PL 64; edizioni critiche, dopo quella generale di Venezia (1491-92), quella di Lipsia curata da R. Peiper nella collezione Teubneriana (1871) e quella di H. F. Stewart (Londra 1926), con la traduzione inglese a fronte.
Un enorme particolare merita il De consolatione a cui è legato nei secoli il nome e la fama di B. La Consolatio philosophiae, o meglio Philosophiae consolationis libri V, è un poema filosofico, misto di prosa e versi, che B. compose in carcere (523-24) a sollievo delle sue calamità. Già nel De hypotheticis syllogismis B. aveva dichiarato di riporre la suprema consolazione della vita negli studi di filosofia. Ecco ora come egli sviluppa questo suo pensiero.
Nel I libro B. si duole fortemente con la Filosofia, che gli appare in veste di bellissima matrona, delle sue sventure di cui rifà la storia. Nel II la Filosofia mostra a B. che a torto egli si lamenta della fortuna che è instabile per natura. Del resto, prosegue la Filosofia nel III libro, la vera felicità non consiste nei beni terreni né è dato provata quaggiù. Il sommo Bene è soltanto Dio e Lui solo è la vera beatitudine; rivolgiamo dunque i nostri sguardi al cielo. Il IV e il V libro sono consacrati a sciogliere le principali obiezioni che B. fa alla Filosofia argomentando dall'esistenza del male e dal libero arbitrio.
La Consolazione, che ebbe una fortuna immensa, commenti e traduzioni senza numero fino ai nostri giorni, è un'opera sui generis che porta fortemente impressa tutta la ricca personalità del suo autore. Né esclusivamente filo-
sofica, né esclusivamente letteraria, vi confluiscono i più svariati motivi: filosofici, artistici, intellettuali, morali, e vi si armonizzano in un modo tutto particolare che non può dirsi che boeziano. È sbagliato perciò considerare la Consolazione come la sintesi del pensiero filosofico di B. È piuttosto la sintesi di tutto il suo ideale scientifico, che non si restringe naturalmente alla sola filosofia e nel quale rientra anche un nobile intento pratico. Insomma la Consolazione è B. stesso con la sua cultura, la sua scienza, il suo amore all'arte e alla filosofia, la sua mente, il suo cuore, la sua dirittura morale. E contro l'Usener, che rientra il capolavoro boeziano poco più di una compilazione, bisogna dire che originalità c'è nella Consolazione; e consiste appunto nell'aver saputo fondere insieme in maniera personalissima i più disparati elementi fino a farne uscire un tutto organico, vario e coerente che ha resistito al logorio dei secoli ed ancor oggi si legge con vero diletto spirituale. La Consolazione è quindi un'opera originale che non ha precedenti, come non ebbe che scarsi ed infelici imitatori.
Non altrettanto può dirsi della filosofia di B. Anzitutto non crediamo si possa parlare di un sistema filosofico boeziano e nemmeno di una filosofia propriamente boeziana. B. è piuttosto un concordista che ha voluto conciliare, com'egli stesso ci dice nel commento al De interpretatione di Aristotele, i due essi della filosofia greca: Platone e Aristotele: Plato nostre, Aristotele meus fa dire spesso B. con compiacimento alla Filosofia. E Platone che di tanto in tanto assume volentieri il colorito (se non lo spirito) neoplatonico, prevale nella Consolazione, Aristotele invece nelle opere logiche e teologiche. Non poteva mancare però un lievito più strettamente latino, e questo affiora di preferenza nell'etica boeziana, a sfondo storico-romano.
Di platonico si può notare l'insistere di B. sull'inneffabilita del primo principio, ma soprattutto la dottrina della partecipazione secondo cui tutte le cose partecipano della bontà divina e ad essa fanno ritorno. Questa partecipazione però, nonostante qualcuno, che espressione di sapore neoplatonico, si attua secondo la dottrina cristiana della creazione e non secondo l'emanatismo plotiniano. Il panteismo è espressamente rigettato da B. in più luoghi. Molto più numerosi e sostanziali sono gli elementi aristotelici che B. utilizza per la sua sintesi. In logica c'è il problema degli universali di cui B. venne a conoscenza per mezzo di Porfirio nell'Isagoge, ma la soluzione che ne dà, per quanto esitante ed oscura, resta certo orientata verso il realismo aristotelico. Un'altra teoria boeziana, celebre in tutto il medioevo, è quella metafisica dell'esse e quod est, il cui senso genuino è ancor oggi oggetto di animate discussioni. Comunque, su questo binomio dell'esse e quod est B. fonda la sua tesi metafisica della semplicità di Dio (ipsum esse, forma pura, semplice, forma essendi) e della composizione delle creature che non sono il puro essere, la forma pura, ma tutte includono parti: o materia e forma nei corpi, o qualche cosa di simile negli angeli (Liber de sancta Trin., II, 30; Stewart, p. 10).
Le creature dunque, più che l'essere, sono un'immagine, una diminuzione dell'essere. La gnoseologia boeziana è pure aristotelica, ma qua e là ricompare Platone come pure nella poesia IV del I. V della Consolazione, dove affiorano le idee innate. E il platonismo di B. si fa palese anche nella spiccata simpatia e affinità mentale ch'egli dimostra per s. Agostino, la cui stella era già alta nel cielo della filosofia. Influssi minori sono dovuti agli stoici e ai pitagorici, ma di questi ultimi B. si serve più come di motivi ornamentali e illustrativi che come materiali di costruzione.

Boezio - Dipinto di Pedro Berrumete (sec. xv). Urbino, palazzo Ducale.
Come si vede, B. non è un semplice compilatore e ripetitore, ma un intelligente tesoreggiatore di tutta la cultura precedente ch'egli ha ben assimilata e che maneggia con disinvoltura, dandole un'impronta inconfondibile, la quale gli assicura un posto ragguardevole nella storia della cultura e del pensiero.
B. fu venerato e ascoltatissimo in tutto il medioevo. Per gli scolastici, compreso s. Tommaso che ne commentò il De hebdomadibus e in parte il De Trinitate, una vera autorità; e per secoli le sue opere furono, in Occidente, quasi la sola fonte a cui si attingeva la filosofia antica platonico-aristotelica. B. fu anche il primo a insegnare agli scolastici il modo di valorizzare Aristotele, specie nella sua logica, per una sintesi razionale della Fede. Alcune delle sue definizioni (quelle della beatitudine, dell'eternità, della persona) sono addirittura classiche ed ancor oggi vive. L'Aquinate si fa un onore di citare spesso B.; secondo alcuni, Dante lo chiamerebbe suo Dottore in Inf., V, 123. Cf. l'alto elogio che fa di lui in Par., X, 121 sgg.
Al principio del sec. XVIII certa critica, specialmente tedesca, volle mettere in dubbio il cristianesimo di B. perché nella Consolazione tace completamente di Cristo e non fa appello ai conforti della fede, com'era invece naturale aspettarsi da un cristiano votato alla morte. Inoltre il poema di B. tradirebbe apertamente lo spirito pagano. Ma è facile rispondere che l'intento di B. era ben determinato e preciso: quello di mostrare che cosa possa la filosofia (non la fede e la teologia) nelle sventure della vita. Il paganesimo di B. poi, se pure c'è, è soltanto di superfice, di cultura e di forma, non di sostanza. Finalmente, ed è l'argomento principale e perentorio, il non cristianesimo di B., o un cristianesimo solo apparente, non ha nessuna base storica positiva ed è frutto di una critica miope e prevenuta. Oggi del resto nessuno pensa più seriamente a sostenere una simile tesi dopo l'esauriente confutazione.
che ne fece il Semería nel suo pregevole lavoro, purtroppo quasi introvabile, il cristianesimo di S. B. rivendicato (Roma 1900).
Umberto Degl'Innocenti