CALABIANA, NAZARI LUIGI, conte di. - Vescovo, n. il 27 luglio 1808 a Savigliano, m. il 23 ott. 1893 a Milano. Eletto, il 12 apr. 1847, vescovo di Casale, fu elemosiniero di re Carlo Alberto. Alla alta dignità episcopale «lo avevano scorto - come disse il presidente del senato Farini nella commemorazione pronunciata a palazzo Madama il 23 nov. 1893 - vita esemplare, dottrina, pietà; sempre più lo innalzarono mansuetudine evangelica, apostolico zelo».
Il 3 maggio 1848 fu nominato senatore. Di sentimenti patriotici e pronto ad accogliere le nuove idee entro i limiti in cui la fede cattolica e la libertà della Chiesa lo consentissero, si trovò ben presto costretto a far sentire la sua voce in difesa dei diritti dalla Chiesa, in sede di discussione del progetto di legge Siccardi per l'abolizione del foro ecclesiastico. «Il legale - egli disse nella tornata dell'8 apr. 1850 - io chiamo quella riforma che si opera da civile governo indipendentemente dalla Romana Sede sopra quelle materie le quali, oltre di essere ecclesiastiche per natura e regolate da speciali leggi canoniche, sono state definite col mutuo accordo dei due poteri»; gravi saranno le conseguenze di questo atto unilaterale del Governo sardo; ne sorgerà un conflitto tra la Chiesa e lo Stato, «conflitto tanto più doloroso, in quanto che maggiore è ora il bisogno di un buon accordo tra il sacerdozio e l'impero; conflitto che porrà l'episcopato in angustie e timori», perché «dall'un canto bramerebbe di obbedire al Governo, e dall'altro dovrà venerare ed osservare le canoniche leggi». La deprecata frattura non fu evitata, il progetto di legge fu approvato dal Parlamento e sanzionato dal sovrano, ed altre e più aspre battaglie attendevano il vescovo di Casale, senatore del regno di Sardegna. Nel 1852 il guardasigilli Boncompagni presentò un progetto di legge sul matrimonio civile, progetto che non fu approvato dal Senato e che il governo dovette ritirare. Anche in tale occasione il C. tenne un dotto discorso, dimostrando che il cosiddetto matrimonio civile, essendo privo del crisma sacramental, doveva considerarsi, secondo i canoni tridentini, un vero e proprio concubinato. Degna di particolar nota è l'azione svolta dal senatore C. contro la soppressione di comunità religiose e di stabilimenti ecclesiastici proposta dal Cavour e dal Rattazzi alla Camera nel 1854. Dietro suggerimento di reverito Emanuele II e di vari senatori contrari alla soppressione dei conventi, il vescovo di Casale dichiarò in disposto, il 26 apr. 1855, che l'episcopato del regno era disposto ad assumersi l'onere della somma annua iscritta nel bilancio dello Stato a favore del clero e del culto, in attesa che di comune accordo con la S. Sede si procedesse alla conclusione di un nuovo concordato per dirimere la controversia. L'offerta non fu però gradita dal Cavour, che presentò al re le dimissioni del ministero.
Apertasi la crisi, ed impostata la questione su un terreno esclusivamente politico e non finanziario, quale era quello di concedere allo Stato la facoltà di procedere d'autorità in materia ecclesiastica, indipendentemente da accordi con la Chiesa, la crisi stessa si conclude a favore del Cavour, e di lì a poco questa legge «ingiusta, illegale, antireligiosa, inumana» venne approvata. D'allora in poi il C. non partecipò più alle sedute del Senato. Fece solo una rapida comparsa nel 1865, in sede di discussione del progetto di legge per l'unificazione legislativa, combattendo di nuovo il matrimonio civile, come aveva fatto tre lustri prima. Il 27 marzo 1867 da Casale fu trasferito alla sede arcivescovile di Milano.
Il C. si trovò qui di fronte ad una situazione difficile e scabrosa. Praticamente la cattedra di s. Ambriglio era vacante dalla morte del Romilli, perché al Ballerini, proposto nel Concistoro del 20 giugno 1889 a ricoprire l'alta dignità, era stato impossibile esercitarla per la sua fama di austriacante. Clero e fedeli erano divisi in due parti: dall'una, gli intransigenti che non ammettevano in alcun modo il nuovo stato di cose venutosi a creare in Lombardia con la cessazione del dominio asburgico; dall'altra, i liberali, i quali erano ben disposti verso casa Savoia, e credevano in una equa e non lontana regolamentazione dei rapporti tra il regno d'Italia e la S. Sede, tra la Chiesa e lo Stato. Era portavoce degli intransigenti un giornale battagliero e violento, l'Osservatore
cattolico di don Albertario, che non risparmiava nei suoi attacchi neppure figure di presuli degni di ogni rispetto come il Bonomelli e lo Scalabrini, sol perché avevano il torto di usare forma più misurata e conciliante. L'opera del C. fu lungimirante: con tanto, ma anche con fermezza ove fosse necessario, riuscì un po' alla volta ad ottenere una distensione negli animi, contribuendo efficacemente con la sua azione al ritorno di un clima più sereno che facilitò in seguito l'inserimento delle forze cattoliche nella vita politica della nazione.