CAPRO EMISSARIO. - Uno dei principali riti prescritti da Mosè per il gran giorno dell'espiazione (v. cf. inoltre Lev. 16, 5-26 ed il trattato della Mišnšh \mathcal{J} δ m α^{′}). Al mattino si sorteggiavano due capri offerti dalla comunità istaelitica: l'uno da immolare a Jahweh, l'altro come c. e., destinato cioè ad essere cacciato nel deserto (Lev. 16, 8: «una sorte per Jahweh, l'altra per ' d z α^{′} z δ^{′} ) ). Essi costituivano un solo sacrificio, nel quale il carattere espiatorio aveva la sua significazione più espressiva. Propriamente l'espiazione rituale era dovuta alla virtù del sangue sacrificale (venivano immolati, per i riti di purificazione, un giovenco ed il primo capro, e con il sangue si aspergeva il Propisiatorio ed il Santuario); ma il rito del c. e. esprimeva sensibilmente agli occhi di tutto il popolo il pieno effetto dell'atto espiatorio, ossia la cancellazione completa dei peccati. Il sommo sacerdote, compiuti i riti nell'interno del Santuario, imponeva le mani sulla testa del c. rimasto vivo, "confessando sopra di lui tutte le colpe e tutti i peccati degli Israeliti " (Lev. 16, 21; cf. la formula in \mathcal{J} δ m α^{′ ′}, VI, 2 ). Con quest'atto s'intendeva trasferire sull'animale i peccati di tutto il popolo, di modo che, divenuto carico di peccati e quasi la personificazione del peccato, venisse fatto scomparire e con lui scomparissero pure i peccati del popolo (cf. Lev. 16, 22).

Capri - Lunetta affrescata del portale della chiesa della Certosa (fine sec. xiv); i fondatori, conti Arcucci, sono ai piedi di Maria S.ina.
Per ciò stesso il c. era contaminato, e tutti quelli che lo toccavano per via restavano contaminati, ed anche l'uomo addetto a spingerlo nel deserto doveva purificarsi dalla contratta impurità (ibid., 26) : questa contanazione legale, come già il rito dell'imposizione delle mani, rendeva palpabile agli occhi d'Israele il trasferimento dei peccati e ne garantiva la completa sparizione. In fine il c., fatto segno ad improperi e maledizioni, veniva cacciato nel deserto sopra un dirupo (secondo \mathcal{J} δ m α^{′ ′}, VI, 4-6 nel deserto di Ṣùq a 12 miglia da Gerusalemme) e di là precipitato, si da morire sfracellato.
J. Wellhausen ed i critici razionalisti, per i loro noti principi aprioristici, rimandano comunemente all'età postesilica tutti i riti dell'espiazione descritti in Lev. 16. Tra i cattolici, S. Landesadorfer ritiene che sia posteriore all'esilio la parte riguardante il c. e. (Lev. 16, 8-12.22. 26-28). Ma a torto, poiché l'unità del capitolo non può essere contestata; le cerimonie in Lev. 16 sono in stretta connessione tra loro, e soprattutto il c. e. simboleggiviva nel modo più espressivo la virtù espiatrice dei riti sacrificali. Si aggiunga che questa pratica eminentemente popolare trova riscontro in riti analoghi presso molte altre religioni. S.H. Langdon ha raccolto e confrontato numerosi esempi di c. e. nella religione babilonese, e J. G. Frazer presso le altre religioni. Ma le somiglianze col rito biblico sono soltanto esterne e superficiali, mentre le differenze, profonde e sostanziali, fanno risaltare l'incomparabile superiorità di questo per la nobiltà del significato simbolico e la purezza delle nozioni religiose. J. D. Prince vede il prototipo del c. e. biblico in un rito magico sumerico, in cui il re per ordine di Ea e di Marduk colpisce con la freccia un capro, riversando così su di esso tutti i malanni che affliggono i suoi soldati. Ma le differenze sono tante che è impossibile stabilire una dipendenza o un legame tra i due riti. Un altro rito babilonese (in un frammento di Rituale pubblicato nel 1911 da P. Diorme) presenta maggiori riscontri con la cerimonia levitica: al principio del nuovo anno, il 4° o 5° giorno, il madmolu (sacerdote che compie i riti magici) entra nell'ezido (la parte più sacra) del tempio di Nebo e vi compie i riti d'aspersione; quindi fa tagliare la testa ad un ariete, servendosi della vittima per esorcizzare il tempio; infine va a gettare il cadavere nel fiume Nala: un uomo del popolo compie la stessa operazione con la testa della vittima, e tutti e due devono restare fuori delle mura una settimana per la contratta impurità. Sono innegabili i punti di contatto con la cerimonia biblica. Ma le differenze sono anche più numerose, al semplice raffronto dei riti (A. Médebielle, p. 111 sg.). Nella cerimonia levitica il c. e. ha soltanto un valore simbolico: ciò l'innalza di molto al disopra dei riti grossolani di altre religioni, dalle quali inoltre esula ogni idea di espiazione collettiva e nazionale.
Ove la Volgata traduce hircus emissarius, nell'ebraico leggiamo 4 volte ' d z α^{′} z δ^{′} (Lev. 16, 8. 10. 26). Molto si è discusso su questa difficile parola, che non ricorre altrove nella Bibbia; ed ancora non si è d'accordo sul suo significato.
Le spiegazioni si possono ridurre sostanzialmente a tre: 1) Alcuni rabbini pensarono che ' Ā z α^{′} z δ fosse un nome di località presso il Sinai, ove il c. sarebbe stato cacciato la prima volta nell'istituzione del rito: la denominazione sarebbe poi restata ad indicare il luogo destinato per l'emissione del c.; quest'opinione è comunemente scartata (l'ammette ancora S. Landesadorfer), anche perché nella Bibbia non c'è traccia di una località di questo nome. - 2) ' Ā z α^{′} z δ designerebbe un cacodemone, un principio malefico o addirittura Satana principe dei demoni, opposto a Dio e dimorante nel deserto: anche nell'apocrifo Enoch, ' Ā z α^{′} z δ è nome d'un demone o di Satana (8, 1; 12, 13; 13,1: 15.9); si aggiunga che nella S. Scrittura il deserto è spesso raffigurato come immagine della desolazione e della morte e come l'abitazione dei demoni (Is. 13,21; Bar. 4,35; Tob. 8,3; Mt. 12,43; Apoc. 18,2; cf. Enoch, 10,4: { }^{′} Ā z α^{′} z δ^{′} legato nel deserto di Dudael). Quest'opinione, che già si riscontra in Origene (Contra Celsum, VI, 43) e negli gnostici (cf. Epifanio, Haer., 36), ha incontrato il favore di
numerosi esegiti, cattolici e razionalisti, i quali però dissennano circa il significato della destinazione del c. «ad 'azaz'el».
Lev. 16, 6 sembra appoggiare questa spiegazione: vi si dice difatti che nel gettare le sorti su i due capri, una era «per Jahweh», l'altra «per 'azaz'el»: ora l'opposizione tra Jahweh e 'azaz'el sembra esigere che il secondo termine sia, come il primo, un essere personale. L'argomento però non è costringente, e dalla dottrina dell'apocrifo Enoch (po-steriore di ca. 15 sec.) non si può dedurre che gli Ebrei al tempo di Mosè designassero sotto quel nome un demonio o Satana. In ogni modo, anche ammessa l'identificazione, sarebbe assurdo pensare, come pretendono molti critici razionalisti (K. Marti, A. Sabatier, B. Stade, B. Duhm, ecc.) che il c. venisse offerto in sacrificio ad 'Azaz'el: poiché per l'imposizione delle mani anche il c. e., come il primo capro, era sacro a Jahweh, e tutti e due facevano parte del medesimo rito di espiazione. Si può tuttavia ammettere, con diversi esegiti cattolici (L. C. Fillion, F. X. Kort-leitner, B. Welte, J. Smith, ecc.) che il c. e., carico dei peccati di tutto il popolo, venisse trasferito come a proprio padrone ad 'Azaz'el: dunque nessun omaggio o tributo a Satana, ma piuttosto un anatema o uno scherno: gli si rilasciava una preda ignobile, degna di lui. In questo senso sono state escogitate le più svariate etimologie:
per es., «Dio forte», da 'azaz'el, residuato d'un nome divino andato in disuso e adoperato in senso spregevole; «forte decaduto», da 'azaz'el; «forte fallito», dalla trascrizione della Pésitta, 'azaz'el, ecc. (cf. A. Médebielle, p. 155 sg.). - 3) Nome concreto o astratto, 'azaz'el significa: «cerebbe e ammesso», o «rimozione», «emissione»: la Volgata si fonda sull'etimologia 'az' (capra) o «capro» e 'az'el (andare) o «condurre via»). Così in sostanza i Settanta (ἀποποιητικός, 2 volte) e, con altre parole, Aquila e Simmaco; le altre 2 volte i Settanta traducono col sottanitivo (εἰς ἀποποιητὴν, εἰς ἄκρην): «per la rimozione, l'allontanamento»: cf. Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., 111, 10,3). Dunque le antiche versioni stanno per il senso di «emissione», «rimozione». Soltanto si può discutere se la parola debba derivarsi da una doppia radice ('εἰς 'az'el) o dalla sola radice 'az'el («andare via») o 'az'el (arabo: «rimuovere», «portare via»); così pure si può discutere se sia una forma sostantiva o una forma verbale: secondo W. Gesenius può essere una forma intensiva, pilpel, di 'az'el, con significato intransitivo («che viene portato via», «emissione» o transitivo («che rimuove», «porta via», sottintendendo «i peccati»). E questa spiegazione, specialmente secondo l'interpretazione della Volgata, sembra ancora la più probabile. Quindi può così tradursi Lev. 16,8: «...e getterà sopra di loro le sorti, una per Jahweh, l'altra per l'emissione» (cioè per costituire il capro in questa qualità di emissa-rio): in tal senso si spiegano facilmente anche i vv. 10 e 26.
S. Paolo (Hebr. 9) espone minutamente il senso figurativo dei riti dell'espiazione, con riferimento al sacrificio di Cristo: ma non fa menzione del c. e., mentre accenna espressamente al primo capro (9, 12 sg.; 13,11). Ma forse tiene presente l'immagine del c. e., quando scrive di Gesù: «Colui che non conosceva il peccato, per noi (Dio) lo ha fatto peccato» (II Cor. 5,21).
Gaetano Stano
CAPSA. - Dal greco καύφα, propriamente cassa per libri; poteva dirsi anche scriminare; per lo più circolare, in legno, se molto piccola, capella, se in bronzo, cista. Nella passio dei martiri scillitani del 17 luglio dell'a. 180, il giudice Saturnino domanda: «quae sunt res in capsa vestra?» (cf. BHL, 7527). Il Wilpert ha riconosciuto una rappresentazione di c. per libri in una pittura del cimitero di Pretestato della integrata (Wilpert, 19).
C. veniva anche chiamato il piccolo recipiente che conteneva gli elementi che dovevano servire alla celebrazione eucaristica: capsa cum sanctis apertas (ma V. PISSIDE). Gli archeologi hanno dato il nome di capsele ai numerosi reliquiari di legno, d'avorio, di terracotta, di pietra, d'argento rinvenuti negli altari e contenenti reliquie.
Tali, ad es., i reliquiari di Brescia, di Grado ecc., quello di fattura egiziana della prima metà del sec. VI, proveniente dal Sancta Sanctorum, ora nel museo Sacro della biblioteca Vaticana (C. R. Morey, Gli oggetti di avorio e di osso del museo Sacro Vaticano, Città del Vaticano 1936, p. 58, n. A. 59). Tipico il reliquiario illustrato da G. B. De Rossi rinvenuto nella basilichetta di Ain Zirara a 8 km. da Ain-Beida in Numidia tra Tebessa e Costantina. È d'argento, di forma ellittica, sul coperchio è effigiato un martire che regge con le mani la corona d'alloro gemmata; in alto la mano divina sporge dalle nubi e sta per porre sul capo del Santo la corona. Ai piedi del martire sporgono i quattro fiumi del paradiso, mentre ai lati ardono due torce. Nelle facce esterne della c. da un lato otto pecore uscenti dalle due città si dirigono al centro dove è l'agnello divino dietro il quale sta la croce latina. Dall'altro lato sopra una rupe sta il Signum Christi; al di sotto sgorgano i quattro fiumi ai quali accorrono a dissetarsi due cervi (G. B. De Rossi, La
capsella argentea africana offerta al sommo Pontefice Leone XIII dell'e.mo card. Lavigerie arcivescovo di Cartagine, Roma 1889).
I reliquiari rinvenuti a Henchir-Akhrib in Numidia sono databili tra il 580 e il 581 (S. Gsell, Chapelle chrétienne d'Henchir-Akhrib, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 [1903], pp. 3-25).
L'Africa ha restituito moltissime di tali capselle che sono veri e propri reliquiari. Infatti nell'umile reliquiario in terracotta rinvenuto nel territorio dell'antica Lamasha nella Numidia, presso l'attuale villaggio indigeno di Kṣar-Belezma in Algeria, si legge l'iscrizione: in isto vaso congregabuntur membra Cliristi (J. Gagé, Eglise et reliquaire d'Afrique, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 44 [1927], pp. 103-18).
CAPUA, ARCidiocesi di. - In Campania, a breve distanza dal punto in cui nell'Appia s'innesta la via Latina, C. dovette ricevere ben presto il messaggio cristiano.
La chiesa di C. ebbe i suoi martiri, ricordati nel Martirologio germiniano: Prisco, Lupolo, Sinoto, Marcello, Rufo, Agostino e Felicita; gli ultimi due avrebbero sofforto il martirio sotto Decio. Nell'odierno paese di S. Prisco, presso C., furono ritrovate numerose iscrizioni sepolcrali cristiane della seconda metà del sec. iv, e ivi presso era la via Aquaria, sulla quale il 1° sett. si festeggiava s. Prisco, dato dalla tradizione come primo vescovo di C. Il Lib. Pont., c'informa che Costantino fondò in C. una basilica, dotandola di suppellettile liturgica e di ricchi possedimenti. Nella chiesa di S. Prisco si conservarono, fino al 1766, i musaici del sec. v, che decoravano l'abside e la cupola. Nell'abside erano effigiati, in atto di portare le corone, apostoli, martiri, e i santi locali Prisco, Sinoto, Lupolo, Rufo, Marcello, Agostino, Felicita; nella vòta la simbolica colomba in mezzo ad otto volumi simbolo dei Vangeli e di quattro profeti. Nella cupola, al centro, il