CARBONERIA

CARBONERIA.- Società segreta politica e pseudo-religiosa che, apparsa agli inizi del sec. XIX, ebbe in Italia una vasta espansione ed una notevole influenza. Come la massoneria anch'essa si circondò di remote e leggendarie origini, ma è certo che non sorse prima degli inizi di quel secolo, o al massimo alla fine del precedente: quando precisamente, come e dove, svariatissime sono le opinioni e le ipotesi. V'è chi la fa discendere dalla massoneria napoletana, o da altre sette affini, trasformatesi sotto la dominazione francese in club di novatori e di intellettuali; chi dalla massoneria inglese, intesa a creare ostacoli a Napoleone; chi dalla reazione legittimista del 1799 in combutta con vecchi giacobini e con agenti inglesi in opposizione alla politica del Primo Console. Sarebbe stata creata come un succedaneo della massoneria, supinamente asservita alla Francia. Ora, dopo i magistrali studi del Martin Saint-Léon sul compagnonnage in Francia, l'opinione più accreditata la fa discendere da una di tali associazioni che fioriva nella Franca Contea nella seconda metà del sec. XVIII, con il nome appunto di charbonnerie, e con riti, statuti, iniziazioni, segreto, che hanno non poche affinità con quelli della c. Si suppone che detta società sia servita a camuffare sotto forme innocenti delle mene politiche antinapoleoniche, e sia quindi passata con le truppe francesi a Napoli, dove si sarebbe trasformata e adattata al nuovo clima. Il generale Giuseppe Rossetti, in un documento pubblicato dal Sorigi, afferma d'essere stato affiliato alla c. nella Franca-Contea nel 1802. Il Pardi ha scovato documenti che ne farebbero risalire l'esistenza nel regno di Napoli almeno al marzo 1804. Il Colletta, il quale con la c. ebbe strette relazioni, attesta invece che prima del 1807 non dette segni di vitalità. Certo i suoi progressi furono assai rapidi, e in pochi anni era non solo penetrata in quasi tutte le regioni del regno, ma aveva guadagnato terreno anche in Sicilia, nello Stato del Papa e altrove. Se fosse attendibile ciò che scriveva nel 1809 Gioacchino Murat a Napoleone, fin da quel tempo avrebbe avuto ramificazioni in quasi tutte le principali città d'Italia, e

andava macchinando piani di sollevazione in senso borbonico e antifrancese.

L'organizzazione, i riti, il simbolismo, i giuramenti, ecc., mostrano evidente affinità con la massoneria, ma è difficile dire se tutto ciò le provenga come eredità immediata, o si debba spiegare con le comuni origini nel compagnonnage e nelle antiche corporazioni di mestiere, come vuole il Martin Saint-Léon. Nettamente distinte invece sono le tendenze politiche e morali: la massoneria ha un'indole prevalentemente dottrinaria, e si rivolge di preferenza alle classi più elevate e influenti della società, conservando l'impronta naturalistica e illuministica del secolo in cui nacque, per cui tende a scalzare il cristianesimo come ogni altra religione positiva: la c., invece, ha programmi essenzialmente pratici, è aperta a tutte le classi ma di preferenza ai borghesi, ai militari, ai funzionari e popolo minuto, e conserva una mentalità molto consona con quella degli elementi sociali che accoglie, tradizionalmente religiosi e cattolici, e per istinto avversi allo spirito empio e sovvertitore del giacobinismo. Il Gran Maestro dell'Universo, che essa onora come ente supremo, va identificato con Gesù Cristo Salvatore; nei diplomi della setta è messa al posto d'onore una Croce circondata dai simboli della Passione e della Redenzione; il catechismo carbonaro è tutto pervaso di simbolismo religioso e cristiano; patrono della setta è invocato s. Teobaldo, conte di Champagne (1017-66), il quale abbandono gli agi per menar vita eremitica nei boschi esercitando l'arte del carbonaro. L'aggregazione alla setta avveniva per via d'iniziazioni e di gradi (apprendista, maestro); e la gerarchia era formata di un reggente, due assistenti, un oratore, un segretario, un tesoriere, un archivista; c'erano dei maestri esperti o terribili, cui spettava sottoporre i candidati alle prove rituali; dei copritori per la disciplina interna delle assemblee, le quali erano distinte in camere d'onore (assemblee parziali) e in baracche (generali).

Ai membri si dava l'appellativo di buoni primi o buoni cugini. Un nucleo regolarmente costituito si denominava vendita; un gruppo di vendite di una data regione costituiva una vendita madre; al vertice vi era una gerarchia suprema detta alta vendita. La terminologia propria che la massoneria derivava dall'arte muraria, nella c. era desunta dal mestiere del carbonaro: quindi sentiamo parlare di ascia, boschi, lupi, fornelli, baracche, e così via. Ciò che però soprattutto distingue la c. dalla massoneria sta nei rispettivi ideali politici. La prima ama d'influire sulla società attraverso i poteri costituiti, e perciò si studia di affiancarsi ai governanti e a persone influenti sul potere, e volentieri li appoggia; mentre la c. ha pochi ma ben definiti principi, dai quali raramente deroga, come l'abolizione del dispotismo, l'istituzione di forme democratiche e costituzionali, diritto dei popoli alla propria autodecisione, indipendenza nazionale: un programma, cioè, essenzialmente pratico, autonomo e rivoluzionario.

Ben presto la c. napoletana cominciò ad essere travagliata da opposte correnti, l'una massonica e murattiana, asservita alla politica del Murat; l'altra anglo-borbonica, con l'intento di riportare Ferdinando IV sul trono di Napoli. Grazie all'abilità di lord Bentinck, il quale seppe persuadere il Borbone a farsi incontro alle aspirazioni carbonare camufandosi da re costituzionale e paladino dell'indipendenza e unità italiana sotto lo scettro borbonico, questa seconda corrente prevalse, fondendo insieme rivendicazioni liberali e tendenze reazionarie, e facendo della c. un'arma formidabile in mano dell'Inghilterra contro il governo del Murat. Questi reagì con misure di estremo rigore nell'editto di proscrizione in data 14 apr. 1814, donde seguirono inquisizioni, processi e non poche sentenze capitali. Con la caduta di Napoleone, i principi spodestati ristabiliti dal Congresso di Vienna provvidero immediatamente con leggi d'eccezionale rigore a sal-

varsi le spalle dalle società segrete, e dalla c. in per-
ticolar modo, che era già diffusa in quasi tutta la
penisola, e considerata la più pericolosa di tutte.
Anche il card. Pacca, prosegretario di Stato di Pio VII,
il quale confessa (cf. Il mio secondo ministero, in A.
Quacquarelli, La ricostituzione dello Stato pontificio,
Città di Castello 1945, p. 168) che al suo giungere a
Roma ignorava della c. perfino il nome, il 15 ag.
1814 emanò un editto di condanna: «si seppe con
nostra grande sorpresa, egli dice, che si faceva dai
carbonari circolare un preteso breve del Papa, in
cui la loro società segreta era approvata. Fu neces-
sario adunque smentire una tale impostura e di met-
tere i popoli in guardia». Seguirono quindi le prime
emigrazioni, per lo più volontarie, di carbonari, fat-
tisi così disseminatori ed apostoli della setta in quasi
tutti i paesi mediterranei, specie in Francia, Spagna
e Portogallo. Delusa nelle sue speranze dal Borbone,
la c. napoletana si gettò di nuovo in braccio al Mu-
rat e lo secondò nella sua folle impresa di farsi re
d'Italia. Al tragico epilogo di quella avventura, seguì
una severa reazione, e il principe di Canosa, nomi-
nato ministro di polizia, «osò proporre in pieno con-
siglio di favorire la setta dei calderari, perché fa-
cesse da contrappeso a quella dei carbonari» (W. Ma-
turi, Il principe Canosa, Firenze 1944, pp. 129-33).

Il Congresso di Vienna che avrebbe dovuto sa-
nare le piaghe d'Italia aperte dal governo francese,
non fece che arrecarle nuove ferite. Mettendo la
penisola alla mercé dell'Austria, offrì ragioni giuste
di scontento, e incentivo alle cospirazioni; le quali
si circondarono ora di una luce più seducente, in
quanto apparivano circonfuse di nobili e generosi
ideali che seducevano popoli e perfino sovrani. Fi-
lippo Buonarroti (1761-97), vecchio cospiratore e
massone, provvide in Ginevra a riallacciare le file
della c., a riunire le innumerevoli congreghe, a raf-
forzarne la disciplina, il ritualismo, il segreto con
tremende sanzioni. Essendo egli a capo dell'alta
vendita suprema, l'influenza massonica, illumini-
stica e anticlericale, si fece con lui più accentuata;
e la c. a poco a poco prese una certa forma di inter-
nazionalità. Dovunque c'erano rivendicazioni po-
litiche o civili da promuovere, come in Spagna così
in Francia, in Grecia e in più lontani paesi, più o
meno larvatamente si radicava la c. e si affiancava
alle altre società.

Dalla c. si procrearono innumerevoli sette, dalle più
svariate denominazioni, fra le quali primeggiano la con-
federazione latina, diffusa e potente nelle legazioni; la
federazione, nei paesi subalpini; l'adelfia, soprattutto ne-
gli Stati ecclesiastici; la guelfia, creduta ispirazione del
Bentinck. Non tardarono i tentativi di insurrezione su
vasta sfera, specie in paesi già predisposti a più infiam-
mabili moti, come le Romagne, le Marche, gli Abruzzi,
e il regno di Napoli: più notevoli quelli scoppiati fra
il 1816 e il 1817 nelle Marche e quelli del 1817 in Terra
d'Otranto. Il successo della rivoluzione di Spagna in-
fuse alla c. italiana maggiore ardire; e ne furono effetto
la rivoluzione di Napoli nel 1820 e del Piemonte nel
1821. Ma la difficoltà di coordinare forze diagegate ed
eterogenee, e insieme la inesperienza degli uomini che
si trovarono a capo del movimento, rese facile all'Austria
il compito affidatole dalle grandi potenze adunate a
Troppau, di soffocare quei moti e di ristabilire governi
assoluti. Così andarono a vuoto i frutti, non in tutto ri-
provevoli, di quel primo periodo di cospirazioni.

Una potente reazione, diretta dal Metternich,
valse a scompaginare e a disperdere le file settarie e
gettò buon numero di compromessi sulla via del-
l'esilio. L'affiliazione settaria fu dall'Austria equipa-

rata a delitto di alto tradimento punibile con le pena
di morte. Il mite Pio VII, insistentemente sollec-
tato dalle corti a romperla con Napoli e a coadiuvare
la loro azione repressiva con l'ausilio delle pene spi-
rituali, non annui; e solo a cose fatte, il 13 sett. 1821,
emanò la bolla Ecclesiam, con cui la c. fu nomina-
tamente condannata, rinnovandosi contro di essa la
scomunica e le altre pene sancite contro la masso-
neria, con la dichiarazione che la condanna non era
ispirata da motivi politici, ma dal carattere pseudo-
religioso che la setta ostentava, e perché sotto sem-
bianza di «una singolare osservanza e certo affettato
favore per la cattolica religione e per la persona e
dottrina di Gesù Cristo» inculcava dottrine e pra-
tiche empie, e deprimeva il rispetto di ogni religione
positiva, propugnava una religione individuale se-
condo le opinioni e i gusti di ciascuno. La S. Peni-
tenzieria apostolica poi, rispondendo a quesiti del-
l'episcopato napoletano, l'8 nov. 1821, dichiarò che
«attesi gli scellerati dogmi e precetti di tale società,
e in particolare di dare ad ognuno una grande li-
cenza di formarsi la religione a capriccio», la c.
doveva considerarsi quale «una setta temeraria ed
cretica», e pertanto la condanna papale doveva es-
sere intesa nel senso più rigoroso. La condanna venne
poi confermata da Leone XII con la bolla *Quo gra-
viora* del 13 marzo 1825, da Pio IX con l'enciclica
Qui pluribus del 9 nov. 1846, da Leone XIII con
l'enciclica Humanum genus del 20 apr. 1884, e inse-
rita nel can. 2335 del CIC, con la scomunica *simpli-
citer reservata* ed altre pene spirituali.

Alla riorganizzazione della c. attese di nuovo il
Buonarroti, insieme al Passano, costituendone a Parigi
la congrega centrale, dalla quale emanarono da allora in
poi ordini e direttive. Dopo la rivoluzione di luglio (1830),
che ebbe in Italia, come in tutta l'Europa, ripercussione
fortissima, si ritentò un'azione generale. Ebbe principio
a Modena il 4 febbr. 1831, per opera di Ciro Menotti,
che finì sul patibolo; quindi l'insurrezione da Bologna
e dalle Romagne si estese alle Marche e all'Umbria, fin
quasi alle porte di Roma. Gli agitatori, avendo procurato
di attrarre al loro programma i due figli di Luigi Bona-
parte, già re di Olanda, Luigi Napoleone, futuro impe-
ratore dei Francesi, e Napoleone Luigi, con il miraggio
di un trono, furono tosto soverchiati dai numerosi vete-
rani delle guerre napoleoniche, i quali ne presero in
mano le redini, e dettero a quei moti una fisionomia tutta
propria. Eletto papa, Gregorio XVI invitò l'Austria a
ristabilire l'ordine e in breve la rivolta fu domata. L'in-
successo procurò alla c. una profonda depressione; Giu-
seppe Mazzini, il quale dal 1827 militava nelle sue file,
dai fatti recenti svoltisi sotto i suoi occhi, e dalla espe-
rienza del passato, riportò la persuasione che la c. re-
cesse in se stessa, cioè nella deficienza di idee, di un
programma ben definito e di giovani e fattive energie,
le cause del proprio fallimento, né fosse più suscettibile
di riforma. Gli uomini sui quali la c. si appoggiava,
quali un Barthe, un La Fayette erano ormai vecchi e
superati. Decise quindi di fondare la Giovine Italia,
che ebbe principio in luglio 1831 a Marsiglia, e rapida-
mente attrasse a sé i migliori elementi, dando così alla
c. un colpo mortale.

Sono però esagerate le affermazioni di molti sto-
rici, che dopo il '31 la c. sia scomparsa. Essa in Francia
e nei più importanti centri di emigrazione, Corsica,
Malta, Corfù, Tunisi, e in talune piaghe d'Italia,
ricostituì i suoi ranghi e riprese a cospirare, a fianco,
e quasi sempre in spirito di antagonismo, con la
Giovine Italia, spesso distruggendo l'una ciò che
l'altra costruiva. Tuttavia nei moti di Romagna del
1843 e in quelli di Rimini del 1845 esse operarono di
concerto. Una ripresa carbonara in Calabria, per

opera dei fratelli Romeo, suscitò nel 1847 quei moti calabro-siculi, che con la rivolta di Palermo furono la squilla della diana dell'insurrezione nazionale del '48. Essa, però, dice il Cattaneo, s'era lasciata trascinare da abili emissari sardi, fra i primi il d'Azeglio, dietro la causa carlo-albertina; e forse fu proprio «quella fazione regia» ad armare il braccio che trucidò Pellegrino Rossi. Caduta la repubblica romana, il primo nucleo dell'associazione nazionale che il Mazzini pensò a costituire avanti di lasciare Roma, risultava di mazziniani e di carbonari. «La c., dirà più tardi il De Cesare (Roma e lo Stato del Papa, I, Roma 1907, p. 158), non era morta mai in Roma; anzi negli infimi strati del Trastevere si può dire che sopravviva co' suoi giuramenti, co' suoi ideali d'eguaglianza e col simbolismo delle forme». Una rinascita carbonara si è avuta in Portogallo nel 1907, con le sue vendite, baracche, alte vendite, ecc.: essa ebbe gran parte nell'insediamento della repubblica.

Se l'efficacia della c. non è stata, in Italia, in proporzione della sua forza numerica, e se il suo cammino è volto non in meglio, ma verso il disfacimento e la progressiva degenerazione, le cause vanno ricercate in quelle debolezze intrinseche di cui si è accennato sopra; in particolare nelle rivalità che sempre la dilaniarono, e nell'azione corrosiva di delatori che ne rese facile il controllo alle polizie. Si può dire di essa ciò che è stato detto di Mazzini e della Giovine Italia: che cioè lavorò più a profitto di altri partiti che di se stessa, preparò il terreno ed altri ne raccolsero i frutti.

BIBL.: Opere generali: O. Dito, Massoneria, c. e altre società segrete, Torino-Roma 1905; A. Luzio, La massoneria e il Risorgimento, 2 voll., Bologna 1925; G. Leti, C. e massoneria nel Risorgimento, Genova 1925; A. Ottolini, La c. dalle origini ai primi tentativi insurrezionali, 1797-1819, Modena 1936; A. M. Ghisalberti, Cospirazioni del Risorgimento, Palermo 1938; E. Fabietti, I carbonari, Milano 1942 (divulgativo, non aggiornato); P. Pieri, Le società segrete ed i moti degli anni 1820-21 e 1830-31, ivi 1948. Cenni sintetici notevoli ha M. Rosi, s. V. in Diz. del Ris. naz., I, pp. 168-70; W. Maturi, s. V. in Diz. di politica, I, pp. 366-97; R. Soriga, s. V. ENOCH. ital., VIII (1930), pp. 962-63. Altri studi particolari in Rassegna storica del Risorgimento, 1913 sgg. (cf. Indice generale delle prime venticinque annate, Roma 1939). Origini: E. Martin St-Léon, Le Compagnonnage, Parigi 1901; id., Histoire des corporations des métiers, ivi 1941; B. Marcolongo, Le origini della c. e le società segrete dell'Italia meridionale dal 1810 al 1820, in Studi storici di A. Crivellucci, 20 (1912), pp. 233-48; G. Pardi, Nuove notizie sull'origine della c., in Nuova rivista storica, 10 (1926), p. 496; R. Soriga, Gli netzi della c. italiana secondo un rapporto segreto del gen. Rossetti G., in Il Risorgimento italiano, 21 (1928), pp. 72-80; A. Mathiez, L'origine franc-contraise de la c. italienne, in Annales historiques de la Révolution Française, Reims 1928, pp. 551-61; A. Luzio, Le origini della c., in Il corriere della sera, 7 febbr. 1932. Riusalismo: Saint-Edme, Constitutions et organisations des ch., Parigi 1821; Ch. Godard, Catéchisme des boucouins ch., Besançon 1905. Ricchissima la letteratura sull'attività cospiratoria nelle diverse regioni d'Italia: si indicheranno solo alcune delle opere principali. Per l'Italia settentrionale: A. Luzio, Processo Pollico-Marocelli, Milano 1903; id., Mazzini carbonaro, Torino 1920. Per l'Italia media: D. Spadoni, Sitte, cospirazioni e cospiratori nello Stato pontificio all'indomani della restaurazione, Torino-Roma 1904; id., Uomini e fatti delle Marche nel Risorgimento, Macerata 1927; A. M. Ghisalberti, Le cospirazioni romane del 1844, in Rassegna storica del Risorgimento, 19 (1932), pp. 70-88; altri notevoli studi dello Spadoni e di I. Rinieri si trovano sparsi in vari periodici. Per l'Italia meridionale: R. M. Johnston, The Napoleonic empire in Southern Italy, Londra 1904; F. Lemmi, Le società segrete nella Sicilia e l'antodifesa dell'ab. L. Oddo, Palermo 1920; R. Soriga, Le società segrete e i moti del 1810 a Napoli, in Rassegna storica del Risorgimento, 11 (1921), pp. 148-178. Sulla emigrazione: R. Manzoni, Gli esuli italiani nella Svizzera, Milano 1923; E. Michel, Esuli italiani in Algeria, Bologna 1936; id., ...in Corsica, ivi 1938; id., ...in Albania, in Rivista d'Albania, 1 (1940), pp. 344-53; id., ...in Portogallo, in Relazioni storiche fra l'Italia e il Portogallo, Roma 1940, pp. 443-68; id., ...in Tunisia, Milano 1941. Sulla c. in altre nazioni: M. Barazzoni, Le società segrete germaniche ed i loro rapporti con i cospi-

ratori lombardi del 1821, in Rassegna storica del Risorgimento, 19 (1932), pp. 89-138; M. Menéndez y Pelayo, Historia de los Heterodoxos españoles, Madrid 1932; V. de la Fuente, Historia de las sociedades secretas antiguas y modernas en España, 3 voll., Barcelona 1933; D. Perez e E. Cerdeira, Historia de Portugal, VII, Barcellos 1935, p. 453 sgg. Pietro Pirri

Cite this article

“CARBONERIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 461. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/carboneria.