CARDUCCI, GIOSUÈ

CARDUCCI, Giosuè. - Poeta, n. a Val di Castello (Pietrasanta) il 28 luglio 1835, m. a Bologna il 16 febbr. 1907. Passò l'infanzia in Versilia, l'adolescenza nella Maremma toscana, tra Bolgheri e Castagneto: e all'una e all'altra pensò poi sempre con nostalgia

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(d. Prose di G. C.. 20 ed., Bologna B86)
Carducci, Giamaè - Fotografia eseguita in Livizzano, il 28 sett. 1004, da Casalioni di Cesena.

accorata. Studio nelle scuole degli Scolopi a Firenze e nella Scuola normale superiore di Pisa. Capeggio nel ' 56 la brigatella degli Amici pedanti, combattendo a oltranza il romanticismo degenerato, fedele fin da allora a un programma che più tardi ( 1891 ) formulò cosi : "In politica, l'Italia su tutto; in estetica, la poesia classica su tutto; in pratica, la schiettezza e la forza su tutto». Nell'autunno di quell'anno, fu chiamato a insegnar rettorica nel ginnasio di S. Miniato al Tedesco, ove pubblicò il suo primo volume di Rime, che meritò le lodi del Guerrazzi e del Mamiani. Stabilitosi nel ' 57 a Firenze, conobbe l'editore Gaspero Barbèra, che gli affido le sorti della «Collezione Diamante» di classici italiani.
Insegnava da pochi mesi nel liceo di Pistoia, quando, nell'ag. del ' 80 , il ministro Terenzio Mamiani gli offrì la cattedra di letteratura italiana nell'Università di Bologna.
Il C. s'immerse più che mai negli studi filologici. La prima opera che gli die' fama d'insigne studioso fu l'edizione delle opere volgari del Poliziano (1863). Ma non si ravvolse tutto «nel lenzuolo funerario della erudizione». Nel ' 83 , dopo la lettura del Michelet, del Proudhon, del Quinet, volle inneggiare al Progresso, in opposizione all'« oscurantismo cattolico», in quell'Inno a Satana, ch'egli stesso più tardi definì «chitarronata».
Gettatosi nel «turbine democratico», espresse impetuosamente nei Giambi ed epodi le ansie, le insofferenze e le ire del cosiddetto "partito d'azione». Passò quasi inosservato il volume Levia gravia (Pistoia 1868); né ebbe molta fortuna il volume di tutte le sue Poesie, pubblicato
dal Barbèra nel ' 71 . Nei due anni successivi, il C. compose nuovi giambi e nuove poesie, di quelle che sarebbero poi entrate nella raccolta delle Rime nuove, e anche alcune traduzioni dal Goethe, dal Platón, dal Heine, facendo ammenda dell'antico disprezzo per le letterature straniere. Dopo la pubblicazione delle Nuove poesie (Imola 1873), scrisse C. Hillebrand che "l'Europa, morto Heine, non aveva veduto levarsi poeta uguale al C.». Ai suoi critici italiani egli rispose con la prosa Critica e arte, che fece poi parte dei Bozzetti critici e letterari (Livorno 1876), primo suo volume di critica militante. La 2ª edizione delle Nuove poesie fu pubblicata a Bologna nel ' 75 da Nicola Zanichelli, che divenne da allora il suo editore. Le Odi barbare (1877) sollevarono una gran tempesta. Ma si badava più alla novità delle forme metriche che alla novità dell'ispirazione. Anche qui vide bene un critico tedesco, C. Thaler: "... la serenità classica spira da ogni strofa che scrive il C. .
Andato a Perugia per ragioni d'ufficio, nel luglio e nell'ott. di quell'anno, ammaliato dal paesaggio francescano, scrisse il sonetto S. Maria degli Angeli e il Canto dell'amore, in cui vagheggia una curiosa e giacobina conciliazione col papato. Più significativa l'invocazione alla pace e la preghiera a s. Francesco, che nasce improvvisa in una lettera a Lidia (Perugia, 23 luglio 1877) : cf. Lettere, XI, Bologna 1947, pp. 153-55.
11 Da quando, nel nov. del ' 78 , la visita dei nuovi sovrani a Bologna, ⁸ gl'ispirò l'ode Alla Regina d'Italia, il C. venne gradatamente accostandosi alla monarchia. Notevole la sua partecipazione alla vita letteraria e giornalistica romana: specialmente la collaborazione alla Cronaca bizantina (1881-84) di A. Sommaruga, che si fece editore di più opere di lui, a cominciare dalle tre serie di Confessioni e battaglie. La casa Zanichelli, che nell' '82 aveva pubblicato i Giambi ed epodi, pubblicò nell' ' 87 le Rime muove, e nell' ' 89 il I vol. delle Opere, che il C. ebbe la fortuna di poter curare da sé in gran parte (sino al vol. XVI). Nel 1890 fu eletto senatore. L'ultima raccolta poetica, Rime e ritmi, è del 1899 : ma in prosa continuò a scrivere almeno fino al 1904, quando pubblicò lo studio su la canzone di Dante Tre donne. Nel 1904, una infermità costrinse il C. a chiedere di esser messo a riposo. Il ministro V. E. Orlando fece approvare dal Parlamento una legge con la quale lo Stata tributava alla vecchiezza del C. (come già nel ' 59 a quella del Manzoni) un'annuò pensione di 12.000 lire. Riconoscimento europeo della sua poesia fu il premio Nobel del 1926 : ma era un «titulus tumuli». La Regina madre, che nel 1902 aveva acquistata, lasciandogliene l'uso, la biblioteca di lui, acquistò nel 1906 anche la modesta casa del C., donandola con la biblioteca a Bologna, che ne sarebbe entrata in possesso, trasformandola in museo, alla morte di lui. E dinanzi alla casa del C., oggi museo Carducciano, fu inaugurato nel 1928 un monumento, opera di Leonardo Bistolfi.
Il C. raccolse nel 1901 in un unico volume tutte le sue Poesie (cioè: Iuvenilia, 1850-60; Levia gravia, 1861-71; Giambi ed epodi, 1867-79; Rime muove, 18711887; Odi barbare, 1871-81; Rime e ritmi, 1887-95, e la Canzone di Legnano, 1876); e nel 1905 in un unico volume raccolse le sue Prose scelte.
Poesia di scuola, quella di Iuvenilia: il giovine poeta, classicista di forme, ma già classico di spiriti, riprendeva il filo della tradizione letteraria nazionale, che il secondo romanticismo aveva spezzato. I Levia gravia, sebbene non vi manchino poesie degne di nota, non sembrano un momento essenziale dello svolgimento lirico caducciano. Nei Giambi ed epodi il C. torna alla satira lirica di cui sono esempio i giambi d'Archiloco e gli epodi d'Orazio, ma ha presenti anche esempi stranieri (A. Barbier, V. BALL, HUGO, E. Heine). Vero è che la passione politica spesso vi prorompe in violenti sarcasmi e invettive, e che alcuni di questi giambi, azione più che arte, hanno soprattutto un valore documentario, come quelli contro la Roma papale e Pio IX: per Eduardo Corazzini; per Giuseppe Monti e Giattano Tagnetti.
Un C. nuovo è nelle Rime nuove : all'« antico ardore» è successa una «nuova pace»; e non soltanto la pace nel cuore del C., ma la pace estetica, un'arte che domina il tumulto della passione. Sftrabilmente varia è questa rac-

colta: i sonetti del 1. I e le ballate e i rispetti del II sono un ritorno alle fresche espressioni liriche dei primi secoli della nostra letteratura; il 1. III, con le Primusere elleniche, è un intermezzo classico in forme neoclassiche, preludente alle Odi barbare; il 1. IV contiene capolavori di poesia intima, come l'Idillio maremmano e D a vanti a San Guido; il V e il VI, capolavori di poesia storica, come Faida di comune e Ça ira; il VII, traduzioni, belle come belle poesie originali, di poeti tedeschi e d'antiche romanze spagnole e francesi. Nelle Rime nuove prevalgono due aspirazioni : la poesia della storia e la poesia degli affetti forti insieme e soavi.
La stessa duplicità d'ispirazione si trova nelle tre serie di Odi barbare, se anche qualche rara volta il C. indulga all'amore dell'arte per l'arte e si riposi in "lavori di cesello" (donde la leggenda d'un C. alessandrino e parnassiano). Da una parte, le odi eroiche, quali le romane, quelle della Nemesi storica e quelle del Risorgimento; dall'altra, odi intime, che cantano visioni di paesi italiani, cantano l'amore, gli affetti familiari, l'amicizia, le ricordanze, la morte e il mistero. Le chiamb barbare per uno scrupolo di classicista ("perché tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei Greci e dei Romani, sebbene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perché tali soneranno purtroppo a moltissimi italiani, sebbene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani "), ma sono quel che di più classico abbia la moderna lirica. Finalmente Rime e ritmi si ricongiungono, per le rime, alle Rime nuove e, per i ritmi, alle Odi barbare. E in questa raccolta l'ede La chiesa di Palenta (1897), una resipiscenza storica (cf. Alle fonti del Clitunno) sulla missione civile e religiosa della Chiesa nel Medioevo.
Il C. fu non men grande prosatore che poeta. Un po' agghindato nei primi scritti, paragonabili alla poesia classicheggiante dei Juvenilia, seppe poi congiungere e contemperare uso vivo e tradizione letteraria. La sua prosa autobiografica ed epistolare fa pensare a quella notabile parte della sua produzione poetica che si può chiamare "poesia delle confessioni». L'autore dei Giambi ed epodi rivive nelle sue polemiche politiche e letterarie. Si sente l'afflato delle grandi odi civili del C. nelle grandi orazioni, tra le quali quella per «La libertà perpetua di S. Marino» del 1894, in cui si fa anche cenno alla presenza di Dio nella storia.
Nella storiografia civile impresse orme sicure; più

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(da Prose di G. C., 74 ed., Bologna 1985)
Carducci. GiomiB - Manoscritto autografo di un brano delle Note per lezioni sul Rinascimento.

profonde nella filologia italiana, nella storia e nella critica letteraria. Non c'è periodo, genere, scrittore notevole della nostra letteratura, ch'egli non abbia scrutato e valutato. La critica del C. consiste in ricostruzioni storico-psicologiche, per le quali può essere considerato il Sainte-Beuve italiano, e in analisi, soprattutto stilistiche, veramente incomparabili, delle opere letterarie.
Nella lettera del 23 dic. 1905, due anni prima della morte, alla contessa Silvia Pasolini il C. cosi definiva il suo pensiero sulla religione: "Voglio fare le mie confessioni: cioè vo' dire cose che, dopo morto, tolgano ogni dubbio del come io pensassi e credessi. Cominciamo dal principio: da Dio, o da chi è tenuto Dio. Poco più che ragazzo, cominciai un inno a Cristo cosi - Io non so chi tu sia, né per che modo - Venuto se' quaggiù....", applicando a Cristo i versi che Dante poneva in bocca ad Ugolino. Uomo fatto, rincarsi con parole mie proprie quel che avevo accennato di sbocco, segnatamente nella Chiesa gotica: - O inaccessibile re degli spiriti, - tuoi templi il sole escludono; - cruciato martire, tu cruci gli uomini, - tu di tristizia l'aer contamini....", e nelle Fonti del Clitunno : .... - un Galileo di rosse chiome il Campidoglio ascese, - gittolle in braccio una sua croce, e disse: - Portala, e servi ". - E certo son cose forti e indimenticabili. Confesso che mi lasciai trasportare dal principio romano, in me ardentissima; e fu troppo. Ma quasi al tempo stesso soavi cose pensai e scrissi di Cristo: "Oh, allor che del Giordano e i freschi riri traea le turbe una gentil virtù....". Resta che ogni qual volta fui tratto a declamare contro Cristo, fu per odio contro i preti; ogni qual volta che di Cristo pensai libero e sciolto, fu mio sentimento intimo. Ciò non vuol dire che io rinneghi quel che ho fatto: quel che scrissi, scrissi : e la divinità di Cristo non ammetto. Ma certo alcune espressioni sono troppo; ed io, senza adorare la divinità di Cristo, mi inchino al Gran Martire umano. Questo voglio che si sappia, e lo scrivo a Voi, perché capace di dirlo apertamente. Giosuè Carducci «. E postscriptum: "Pensieri della vigilia di Natale, che ho sempre avuto, e tenerne conto. G. C." (A. Messeri, Da un carteggio inedito di G. C., Bologna 1907).
Bial.: Opere di G. C., ed. nazionale, 30 voll., Bologna 1935-40 (ricca di scritti inediti); Lettere di G. C., ivi 1944 sgg. (di questa raccolta, prevista in 20 voll., è uscito ora, 1948, il vol. XII). Biografia e opere complesse: G. Chiarini, Memorie della vita di G. C., Firenze 1903, 3° ed. 1912; G. Fumagalli e F. Salveraglio, Albo carducciano: iconografia d. vita e d. opere di G. C., Bologna 1909; A. Jcanroy, G. C., l'homme et le poète, Parigi 1911; G. Pupini, L'uomo C., Bologna 1918; A. Gallotti, L'opera di G. C.: il poeta, il critico, il mantra, 2 voll., ivi 1929; P. Bargellini, G. C., Brescia 1934, 4° ed., 1942; N. Butetto, G. C. nel suo tempo e nella sua poesia, Milano 1935; G. Natali, I giorni e le opere di G. C., Roma 1935; M. Saponara, C., Milano 1940. Critica: F. Torraca, G. C. commemorato, Napoli 1927; F. D'Ovidio, La versificazione d. Odi barbare, in Versificazione italiana e arte poetica medievale, Milano 1910, pp. 291-357; R. Serra, Carducciano, Scritti critici, II-III, Roma 1920 (e in Scritti, Firenze 1938); E. G. Parodi, Poeti antichi e moderni, Firenze 1923; D. Petrini, Poesia e poetica carducciana, Roma 1927; B. Croce, G. C., Bari 1927; G. Salvadori, Il C. poeta religioso, in Vita e pensiero, 19 (1928), pp. 193206; 271-87; C. De Lollis, Saggi sulla forma poetica dell'Ottocento, Bari 1929; A. Evangelisti, G. C., saggio storioletterario, Bologna 1934; D. Mattalia, L'opera critica di G. C., Genova 1934; id., C. poeta, Messina 1936; M. Dell'Isola, C. nella letteratura europea, Parigi 1936; T. Parodi, G. C. e la letteratura della nuova Italia, Torino 1939; V. Schilirò, C. "pedante" e credente, ivi 1946.
Giulio Natali
GAREM: V. "AJN KIRIM.
CAREY, William. - Missionario protestante, n. a Paulespury in Inghilterra nella contea di Northampton nel 1761, m. a Serampore nell'India il 1834. Di famiglia anglicana, all'età di 18 anni si fece battista, e fu ordinato pastore nel 1787. La lettura dei viaggi del capitano Cook lo fece riflettere sul numero stragrande di coloro che non conoscevano Gesù Cristo e decise di consacrarsi alla conversione degli infedeli.

Pubblicò una memoria: *An enquiry into the obligations of christians to use means for the conversion of the heathen* (1792). Ma la sua setta, come anche le altre, non erano allora disposte a tale impresa. Ciò nonostante nel 1792 formò con alcuni amici una società missionaria e si offrì come primo missionario, salpando dall'Inghilterra in una nave danese e arrivando a Calcutta nel 1793.
La difficoltà che maggiormente ostacolò la sua impresa fu l'opposizione dell'*East India Company* sotto la quale stavano tutti i possedimenti inglesi dell'India, la quale non voleva che si predicasse il Vangelo, per non seminare discordie religiose tra gli Indiani, credendo che ciò intralciasse il suo commercio. Non potendo quindi il C. rimanere nelle possessioni della Compagnia come missionario, ed anche al fine di poter vivere, accettò la sorveglianza di una fabbrica di indio ad alcune miglia di distanza da Calcutta, e si dedicò nel frattempo a studiare le lingue indiane, soprattutto il bengalico e il sanscrito.
Nel 1799 arrivò a Calcutta un drappello di missionari battisti tra i quali vi erano Giosuè Marshman e Guglielmo Ward, i cui nomi sono rimasti inseparabili da quello del C. e dai principi della missione battista indiana. Ma lo sbarco fu loro vietato. Allora insieme con il C., liberò ormai dal suo impiego nella fabbrica di indio, si riunirono nella piccola colonia danese di Serampore, molto vicina a Calcutta, dove furono accolti a braccia aperte dal governatore danese. Il metodo di vita che adottarono è degno di nota, perché dimostra che i missionari protestanti, quando vogliono davvero dedicarsi all'opera delle missioni, cercano di imitare i metodi cattolici. Determinarono infatti di formare una sola comunità con un fondo comune nel quale doveva entrare tutto ciò che loro capitava; la mensa era comune e comune la casa. Ad ognuno si dava una piccola somma per le spese personali e tutto ciò che rimaneva, dedotte le spese comuni, doveva esser devoluto ai poveri ed alla propagazione del Vangelo.
Sotto l'impulso del C. la missione prese un grande sviluppo: si attrezzò una tipografia, furono stampate alcune grammatiche e dizionari delle lingue indigene, fu pubblicato il Nuovo Testamento in una decina di lingue e tutta la Bibbia in bengalico e in sanscrito; si fondò il Collegio di Serampore, dal quale partirono missionari per diverse parti dell'India, e nel quale fu ospitato, nel 1812, Adoniram Judson, il missionario mandato dall'American Board (v. CONGREGAZIONALISTI) all'India, ma che si fece battista e fondò la missione di Birmania. Qui pure il C. contrasse il secondo e il terzo matrimonio, i quali riuscirono più felici del primo. Da questo centro lavorò efficacemente, affinché il governo proibisse che le vedove fossero bruciate insieme al cadavere dei loro mariti e perché fosse data libertà ai missionari di predicare in qualunque parte delle possessioni inglesi.
Il C. è ritenuto dai battisti il gran pioniere delle loro missioni. I protestanti, poi, i quali ritengono che il far conoscere la Bibbia (per essi unica regola di fede) a tutti gli uomini, sia il punto più importante del lavoro missionario, stimano il C. per le sue traduzioni uno dei più grandi missionari.

BIBL.: Th. Twining, *A Letter to the Chairman of the East India Company*, Londra 1807, pp. 1-13; W. Cathcart, s. V. in *The Baptist Encyclopaedia*, I, Filadelfia 1883, pp. 182-85; Dwight, Tupper e Bliss, s. V. in *The Encyclopaedia of Missions*, Nuova York 1904, pp. 133-34; I. Cullross, G. C., trad. spagnola di Sara A. Hale, El Paso Tex. 1924; E. Hodder, *Conquest of the Cross*, I, Londra s. d., pp. 220-65; K. S. Latourette, *A History of the Expansion of Christianity*, VI, Nuova York e Londra 1944, pp. 104-27.

CARIANI, Giovanni, *de' Busi*. - N. probabilmente a Venezia da padre bergamasco, studiò in quella città, dove abitava nel 1509, e dove lo si ritrova nel 1547. Nei suoi dipinti, misto ad elementi che derivano da Giorgione, da Palma e dal Lotto è sempre presente un vago ricordo del gusto cromatico lombardo.
Tra le sue opere migliori si ricordano l'*Andata al Calva-rio* dell'Ambrosiana, caratteristica per la sovrapposizione degli elementi nuovi ai vecchi, e per la composizione convulsa nel movimento, e la *Madonna col Figlio e santi* nella pinacoteca di Brera pure a Milano. Altri suoi quadri si trovano all'accademia Carrara e in case private di Bergamo (*Madonna con donatore, Cristo portacocce e Gruppo Albani*); all'accademia di Venezia (*Gentiluomo in pelliccia*); e a Londra, Berlino, Strasburgo. Una *Sacca conversazione con la Madonna che cuce* sullo sfondo di un bel paesaggio è alla Corsiniana, a Roma.
BIBL.: D. Hadelin, s. V. in *Thieme-Becker*, V. pp. 594-96; A. Foratti, *L'arte di G. C.*, in *L'Arte*, 13 (1910), pp. 177-90; A. Venturi, IX, 111 (1928), p. 438; sgg.: L. Baldass, *Ein unbekanntes Hauptwerk des C. in Fahrtbuch der Kunsthistorischen Sammlungen in Wien*, 3 (1929), pp. 91-110; G. Fiocco, s. V. in *Enn. Ital.*, IX (1931), p. 7.

CARIANI (ehr. *Girjathajim*, forma duale: «due città»). - Città a nord-est del Mar Morto, della tribù di Ruben (*Jos.* 13, 19; *Num.* 32, 37). Al tempo del profeta Geremia, nel periodo del decadimento del regno di Giuda, appartiene di nuovo ai Moabiti (*Jer.* 48, 1.23; *Ez.* 25, 9). Eusebio (*Onomasticon*, ed. E. Klo-strumentum, Lipsia 1904, p. 112, 15) l'identifica con la città cristiana Caraitha, a 10 miglia ad occidente di Madaba. Oggi corrisponderebbe a Hürbet al-Querjjat.
CARIANI (ehr. *Girjath jē 'artim*). - Città denominata anche *Girjath ba'al*, appellativo recente dell'antica Ba'alàh (*Jos.* 15, 9), città di confine tra la tribù di Ephrem e quella di Giuda. Per diversi anni ospitò nella casa di Abinadab l'arca dell'alleanza, quando fu restituita ai Giudei dai Filistei che l'avevano presa nella battaglia presso Alek (*I Sam.* 6, 21; 7, 1 sgg.), finché David la fece trasportare in Sion

(Il Sam. 6, 3; I Par. 13, 5 ecc.). Di C. era il profeta Uria, coetaneo di Geremia (Jer. 26, 20). I Giudei di ritorno dall'esilio la ripopolareo (Esd. 2, 25; Neh. 7, 29). Eusebio (Onomasticon, ed. E. Klostermann, Lipsia 1904, p. 114, 23-27) l'identifica con una località a 9 miglia da Gerusalemme, verso Lidda, corrispondente all'odierna Abū Gōs, già Qarjat el-'inab, a 12 km. da Gerusalemme lungo la strada per Giaffa.

Bibl.: P. Lauffs, Zur Lage und Geschichte des Ortes Kirjath Jearim, in Zeitschrift des Deutschen Palästina-Vereins, 38 (1915), pp. 249-302; F.-M. Abel, Découverte d'un tombeau antique à Abou-Ghōch, in Revue biblique, 30 (1921), pp. 97-102.
Angelo Perona

CARIATI, DIOCESI di. - C. è una piccola città del litorale ionico, tra la punta di Fiume Freddo e il Capo Trionto in provincia di Cosenza. Come diocesi fu fondata nel 1438 da Eugenio IV a richiesta della principessa Covella Ruffo Marzano. Sorse unita aeque principaliter con l'antica chiesa di Cerenzia, la cui esistenza è di molto anteriore. Questa infatti risulta dalla «Diatiposi» di Leone VI il Filosofo (866-911), come suffraganea di S. Severina. Per la sua vicinanza a S. Giovanni in Fiore, sede dell'archicenobio florense, ricorre spesso nei diplomi della Congregazione florense dei secc. XII e XIII. Tra i suoi vescovi si ricordano il b. Polcronio, monaco basiliano, che fonda il monastero di S. Maria di Altilia, conosciuto come Calabro Maria, il b. Bernardo, cistercense, contemporaneo di Gio- chino da Fiore, e il b. Matteo Vitari, discepolo dello stesso Gioachino e suo primo successore nel governo della Congregazione florense. Ma nel sec. XV era in piena decadenza, per cui finì col cedere il posto a C.